Il ruggito del motore del SUV nero risuonò nella notte come il muggito di una belva ferocemente affamata. La pioggia battente s'infrangeva contro i fari abbaglianti che trafiggevano la nebbia, accecandomi. Ero solo. In un'automobile ferma in mezzo ai vigneti di Montebello, con mia figlia priva di conoscenza al mio fianco, insanguinata e vulnerabile, e un pugno di mercenari a meno di venti metri di distanza.
Un professore di storia di settantatré anni non ha opzioni tattiche. Non ha addestramento militare. Ha soltanto la memoria di ciò che la disperazione può far fare a un uomo che ha già perso tutto.
Senza riflettere, passai con difficoltà dal sedile del passeggero a quello del guidatore, spingendo con forza il corpo inerte di Cinzia verso il lato destro. Avevo guidato solo utilitarie lente per tutta la mia vita, e le marce di quel taxi grigio mi parevano un labirinto di metallo. Schiacciai la frizione, inserii la retromarcia e pigiai l'acceleratore a fondo.
Le ruote del taxi rotolarono nel fango, slittando per un secondo che parve un'eternità prima che la vettura balzasse all'indietro. Il retro del taxi urtò violentemente contro un palo di legno del vigneto, spezzandolo con un tonfo secco. Dalla portiera del SUV vidi scendere due figure oscure con impermeabili neri. Il bagliore metallico delle armi da fuoco nelle loro mani era inequivocabile.
Pum! Pum!
Due colpi sordi infransero il lunotto posteriore del taxi, facendo volare schegge di vetro ovunque. Uno dei frammenti mi graffiò la guancia, ma non sentii dolore. La scarica d'adrenalina mi bruciava le vene. Innestai la prima marcia e girai il volante a sinistra, buttando l'auto giù dal terrapieno della stradina sterrata, direttamente tra i filari della vigna. La vettura sussultò ferocemente, scavando solchi profondi nel terreno melmoso, ma continuò ad avanzare verso una secondaria asfaltata che intravedevo oltre gli alberi.
Il SUV cercò di inseguirci, ma la sua stazza imponente rimase bloccata nel fango denso della sponda del campo. I fari della grande vettura continuarono a illuminare la nostra fuga disperata finché non svoltammo dietro la struttura di un vecchio casolare abbandonato, rientrando finalmente sulla strada provinciale.
"Tenere duro, Cinzia... ti prego, tieni duro," mormoravo ossessivamente mentre guidavo con le mani tremanti sul volante, bagnato dal mio stesso sudore ed dal sangue di mia figlia.
Guardai il navigatore integrato nel cruscotto. Marostica distava circa venticinque chilometri. Guidai nel buio della notte veneta evitando le strade principali, infilandomi in una ragnatela di vie di campagna, tra capannoni industriali dismessi e corsi d'acqua ingrossati dalla pioggia. Cinzia respirava ancora, ma il suo respiro era corto, superficiale. Avevo bisogno di aiuto, ma di chi potevo fidarmi se la polizia era corrotta e gli amici d'un tempo erano solo un ricordo sbiadito?
Mi venne in mente un nome: Marco Donati. Un mio ex studente del liceo, un ragazzo brillante che avevo aiutato a superare momenti difficili e che ora faceva il medico condotto a Breganze, a pochi chilometri da Marostica. Marco era un uomo d'onore, uno dei pochi di cui ricordavo l'umanità ed la dedizione.
Trovai il suo numero nell'agenda cartacea che fortunatamente conservavo sempre nella tasca della giacca. Utilizzai il telefono di Cinzia per chiamarlo. Dopo quattro squilli, una voce sonnolenta rispose: "Pronto?"
"Marco... sono il professor Romano. Ho bisogno di te. È una questione di vita o di morte."
Venti minuti dopo, il taxi grigio s'innestava nel garage sotterraneo della casa di campagna di Marco, alla periferia di Breganze. Quando il giovane medico vide lo stato di Cinzia ed il vetro posteriore dell'auto crivellato di colpi, non fece domande. Il suo volto s'imbiancò, ma il suo professionalismo prese immediatamente il sopravvento. Portammo Cinzia su una lettiga improvvisata nel suo studio privato al pianterreno.
"Ha perso molto sangue, professore," disse Marco mentre disinfettava la ferita ed applicava punti di sutura con gesti rapidi e precisi. "La pallottola ha sfiorato la costola e ha lacerato il muscolo, ma per fortuna non ha toccato organi vitali. Un centimetro più in là e sarebbe morta dissanguata."
Mi accasciai su una sedia nell'angolo della stanza, coprendomi il volto con le mani. Le lacrime che avevo trattenuto per ore sgorgarono finalmente, calde e inarrestabili. "È colpa mia, Marco... Ho passato quindici anni a maledirla per essere andata via, e lei stava cercando di affrontare un nido di vipere per proteggermi."
"Non si colpevolizzi," disse Marco mettendo una flebo al braccio di Cinzia. "Ora deve riposare. Ho usato un anestetico locale e un sedativo leggero. Sarà fuori combattimento per almeno sei ore."
"Non abbiamo sei ore," dissi alzandomi a fatica. Guardai l'orologio a muro: erano le quattro del mattino. "Alle otto apre la filiale della Banca Popolare di Marostica. Devo andare lì prima che i Bernardi capiscano dove si trova la cassetta di sicurezza."
"La vengo io con lei, professore," s'offrì Marco. "Lei non è nelle condizioni di guidare né di affrontare chiunque c'era in quel SUV."
"No," risposi con una fermezza che sorpresi io stesso. "Hai già rischiato la vita per curarla. Rimani qui con lei, proteggila. Se non torno entro le dieci, prendi Cinzia e portala direttamente ai Carabinieri di Padova. Non a Vicenza. A Padova."
Mostrai la chiave d'ottone macchiata di sangue che Cinzia mi aveva affidato. Era l'ultimo pezzo di un puzzle terribile che durava da trent'anni.
Alle sette e trenta del mattino, mentre le prime luci di un'alba grigia ed nebbiosa si facevano strada tra le colline di Marostica, mi trovai a passeggiare lungo la piazza degli Scacchi. La celebre piazza era deserta, avvolta da una nebbia densa che rendeva le sagome dei castelli medioevali simili a spettri giganteschi. Indossavo un vecchio impermeabile che Marco mi aveva prestato, con il bavero alzato per nascondere il viso.
La filiale della Banca Popolare sorgeva proprio sul lato nord della piazza. Mi posizionai sotto i portici d'un bar ancora chiuso, osservando l'ingresso. Alle sette e cinquantacinque, un'auto nera si fermò sul lato opposto della carreggiata. Non era il SUV della notte prima, ma una berlina di lusso con i vetri oscurati.
Dalla vettura scese un uomo sulla quarantina, alto, portamento elegante, capelli biondi curati nei minimi dettagli e un cappotto di cashmere scuro. Aveva una somiglianza spaventosa con la foto del Conte Alberto Bernardi che avevo visto tra i documenti la sera prima.
Era Matteo Bernardi. Il figlio. L'uomo che voleva distruggere la mia famiglia.
L'uomo guardò l'orologio d'oro al polso, poi fece un cenno al guidatore e si incamminò verso l'ingresso laterale della banca, dove un impiegato stava già aprendo la porta blindata prima dell'orario pubblico.
Cipai che non ero l'unico a conoscere l'esistenza della cassetta di sicurezza. Matteo Bernardi era lì per svuotarla prima che Cinzia o io potessimo mai avvicinarci.






