Il Segreto di Vicenza
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Il Segreto di Vicenza

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I fumogeni d'emergenza rilasciarono una nebbia densa e azzurrognola che trasformò il caveau in un inferno di sagome sfuocate ed urla soffocate. L'allarme della banca continuava a lacerare l'aria con un ronzio metallico che azzerava ogni capacità di pensare. Avevo la pesante cassetta di sicurezza numero 342 stretta tra le braccia, una scatola di metallo grigio dal peso imponente che custodiva i segreti della mia vita e della mia rovina.

Sento Matteo Bernardi imprecare nel fumo, il rumore dei suoi passi che cercavano di farsi strada verso di me.

"Prendilo! Non farlo uscire col contenitore!" urlando la sua voce tra i colpi di tosse.

Corrado, con straordinario coraggio, afferrò una sedia d'acciaio usata dai custodi ed la scagliò contro la guardia del corpo che stava cercando di puntare la pistola nel fumo. L'impatto fece cadere l'uomo a terra con un groviglio di metallo ed imprecazioni.

"Da questa parte, professore! Presto!" gridò Corrado tirandomi per il bavero dell'impermeabile.

Mi rialzai a fatica, scivolando sul pavimento lucido. Stavo stringendo la cassetta come se fosse la mia stessa vita. Corrado mi spinse verso una porta di sicurezza posteriore che dava sul vano ascensore di servizio della banca, una via di fuga riservata ai trasporti valori. Inserì la sua chiave di mastro e spinse la porta blindata. Ci infilammo dentro un istante prima che la guardia del corpo di Bernardi sparasse un colpo che si conficcò nella spessa pannellatura d'acciaio dello stipite.

La porta si chiuse dietro di noi con un blocco automatico ed il silenzio del vano scala ci avvolse come un mantello. Risalimmo a precipizio i gradini verso l'uscita antincendio che dava su un vicolo laterale dietro la piazza di Marostica. Quando spingemmo il maniglione antipanico ed uscimmo all'aperto, la nebbia del mattino ci accolse ed il suono delle sirene della polizia in lontananza annunciava che l'allarme generale era scattato.

"Devi andare via subito, Corrado," dissi al mio ex studente, ansimando pesantemente contro il muro di mattoni del vicolo. "Se ti vedono con me, la tua vita è finita."

"Mi occuperò io delle forze dell'ordine quando arriveranno," rispose Corrado pulendosi gli occhiali appannati. "Dirò che Bernardi ed i suoi uomini hanno tentato una rapina a mano armata nel caveau. Ma stia attento, professore. Bernardi ha collegamenti che vanno oltre la polizia locale."

"Grazie, Corrado. Non lo dimenticherò."

Ci dividemmo. Misi la cassetta metallica dentro una sacca di tela che Corrado mi aveva fornito ed mi incamminai a passi rapidi verso la stazione dei pullman di Marostica. Non potevo usare i taxi né i mezzi pubblici principali. Salii sul primo autobus locale diretto verso le colline di Breganze, nascondendomi nell'ultimo sedile in fondo.

Un'ora dopo, ero di nuovo nella casa di campagna del dottor Marco Donati.

Cinzia era sveglia. Siedeva sul lettino dello studio medico, con una coperta sulle spalle ed il viso ancora spaventosamente pallido, ma le sue condizioni si erano stabilizzate grazie alle cure di Marco. Quando mi vide entrare con la sacca di tela tra le mani, i suoi occhi verdi si riempirono di lacrime ed un lungo sospiro di sollievo le sfuggì dalle labbra.

"Papà... sei vivo," mormorò con voce debole.

Appoggiai la pesante cassetta di metallo sul tavolo dell'ambulatorio. Marco ci lasciò soli, chiudendo la porta per garantirci la massima riservatezza e mettendosi di guardia nel corridoio.

Usa la chiave d'ottone sanguinata che Cinzia mi aveva dato. La serratura della cassetta fece un piccolo clic ed il coperchio si aprì lentamente.

Dentro c'erano tre oggetti principali: una chiavetta USB di metallo nero, un plico di documenti societari ed un mazzo di buste di carta ingiallita, legate insieme con un nastro di seta blu ormai sbiadito dal tempo.

Riconobbi subito la calligrafia sulle buste. Era quella di mia moglie Laura. Una scrittura elegante, fluida, che per vent'anni aveva riempito i biglietti d'auguri, le liste della spesa ed i diari che conservavo ancora nella nostra casa di Vicenza.

Slegai il nastro di seta con le mani che mi tremavano in modo incontrollabile. Presi la prima lettera, datata 14 maggio 1984, un anno prima della nascita di Cinzia.

"Mio caro Romano," iniziava la lettera. "Se stai leggendo queste parole, significa che la verità è emersa ed che io non sono più qui per chiederti perdono. Quello che sto per scrivere spezzerà il tuo cuore, ma devi sapere che ogni mia scelta è stata dettata soltanto dal desiderio di salvare te e la nostra famiglia."

Sgranai gli occhi. Continuai a leggere mentre Cinzia mi fissava in silenzio, asciugandosi una lacrima che le rigava la guancia.

"Anni fa, prima che ci sposassimo, mio padre fu coinvolto in una truffa finanziaria orchestrata dal Conte Alberto Bernardi. Mio padre affrontava la prigione ed il rovina totale. Il Conte accettò di cancellare i debiti ed insabbiare le prove ad una sola condizione: che io diventassi la sua amante e gli fornissi informazioni sulle ricerche storiche che tu stavi conducendo per conto della Regione Veneto su alcuni terreni di grande valore speculativo nella zona industriale di Vicenza."

Un brivido mi attraversò la schiena. "Le mie ricerche sui terreni..." mormorai. "All'epoca stavo curando il piano paesaggistico per la Soprintendenza..."

"Io accettai per disperazione," proseguiva la lettera di Laura. "Ma quando mi innamorai davvero di te ed ci sposammo, cercai di interrompere ogni contatto con lui. Il Conte non lo permise mai. Mi minacciò di distruggere la tua carriera di professore, di accusarti di complicità nelle sue truffe ed di farci finire in miseria. E poi... nacque Cinzia. Il Conte pretese il test di paternità ed scoprì la verità biologica. Ma usò quel segreto come una catena definitiva per tenermi legata a sé."

Guardai mia figlia. Cinzia abbassò lo sguardo, oppressa dal peso di quelle parole.

"Romano, ascoltami bene," concludeva la lettera. "Io non ho mai amato Alberto Bernardi. Ho odiato ogni singolo secondo trascorso sotto il suo ricatto. L'unico uomo che ho mai amato sei tu. Cinzia è cresciuta con il tuo amore, con i tuoi valori, ed per lei tu sei e sarai sempre l'unico padre. Ma ti supplico: se un giorno questa verità uscirà allo scoperto, proteggi nostra figlia. I Bernardi sono spietati ed non esiteranno a distruggere chiunque minacci il loro impero."

Rilassai le dita ed la lettera cadde sul tavolo. Il peso del tradimento che avevo avvertito la sera prima s'era trasformato in un dolore profondo, una pietà immensa per la sofferenza solitaria che mia moglie aveva sopportato in silenzio per proteggermi. Non c'era stato un adulterio cinico ed egoista; c'era stata la tragedia di una donna vittima di un mostro di potere.

"Papà..." disse Cinzia a bassa voce, prendendo la mia mano tra le sue. "Mi dispiace tanto... Avrei voluto risparmiarti tutto questo."

"Non scusarti, piccola mia," risposi stringendole la mano ed baciandole la fronte. "Tu sei mia figlia. Nient'altro importa."

Prese la chiavetta USB nera e la inserì nel computer portatile che Marco ci aveva messo a disposizione. Lo schermo si illuminò d'un tratto con una serie di cartelle cifrate contenenti centinaia di file PDF, registrazioni audio ed estratti conto bancari.

"Cosa c'è qui dentro, Cinzia?" chiesi.

"Ci sono le prove che la fusione finanziaria che Matteo Bernardi sta per concludere domani sera con un fondo d'investimento svizzero è basata su oltre cinquecento milioni di euro di capitale riciclato dalla criminalità organizzata," spiegò Cinzia, i cui occhi avevano riacquistato una luce di pura determinazione. "E c'è di più. C'è la prova contabile che Matteo Bernardi ha pagato una tangente da due milioni di euro al Procuratore Capo di Vicenza per insabbiare le indagini sulla morte di mia madre ed sulla scomparsa del testamento del Conte."

"Allora abbiamo tutto per distruggerlo," dissi.

"Sì, ma dobbiamo fare in modo che queste prove arrivino alla Procura Antimafia di Venezia prima che lui firmi l'accordo domani sera alle venti," disse Cinzia. "Se firma quell'accordo, i soldi verranno trasferiti in un paradiso fiscale inaccessibile ed lui diventerà intoccabile."

In quel momento, la porta dello studio si spalancò ed Marco entrò di scatto, con il volto sbiancato ed il telefono in mano.

"Professore! Guardi la televisione... il telegiornale regionale!" disse accendendo il piccolo monitor appeso alla parete.

Sullo schermo apparve la foto del mio viso, affiancata da quella di Cinzia. Il giornalista parlava con tono grave:

"Clamorosa svolta nelle indagini sulla sparatoria avvenuta stamattina alla Banca Popolare di Marostica. La Procura di Vicenza ha emesso un mandato di cattura urgente nei confronti del professor Romano, settantatré anni, ed di sua figlia Cinzia. I due sono accusati di rapina a mano armata, sequestro di persona ed associazione a delinquere. La polizia considera l'ex professore un uomo altamente pericoloso ed armato. Chiunque li avvisti è pregato di chiamare immediatamente le forze dell'ordine."

Mi accasciai sulla sedia. Matteo Bernardi aveva ribaltato la realtà: ora noi eravamo i fuorilegge braccati da tutta la polizia dello Stato.