Il silenzio non era nero. Era una nebbia bianca ed infinita, dove il ticchettio dell'orologio a pendolo del mio salotto di Vicenza rimbombava come un battito cardiaco distante. Non sentivo più il dolore al petto, né la fredda umidità del sotterraneo di Villaverla. Ero sospeso in un luogo senza tempo, dove le sagome delle persone che avevo amato camminavano tra le ombre.
Vidi Laura. Era giovane, vestita con l'abito estivo di cotone bianco che indossava il giorno del nostro matrimonio a Monte Berico. Mi sorrideva con quella dolcezza malinconica che non avevo mai capito fino in fondo, tenendo in mano la fotografia ingiallita del 1980.
"Hai fatto quello che dovevi, Romano," disse la sua voce, chiara come una campana di cristallo. "Hai protetto nostra figlia. Ora puoi riposare."
"No, Laura," risposi io nel buio della mia mente. "Non posso lasciarla sola un'altra volta. Ho passato quindici anni ad aspettarla... non posso andarmene proprio ora."
Un suono acuto ed ritmico cominciò a perforare la nebbia bianca: Bip... Bip... Bip...
L'odore di disinfettante e di ozono sostituì quello della muffa e della polvere. Un sapore amaro di plastica e metallo mi riempiva la bocca. Sentii una pressione forte sulla mano destra, qualcuno che la stringeva con una disperazione infinita.
Aprii gli occhi lentamente.
La luce bianca del neon mi accecò per un istante. Ci vollero diversi secondi prima che la mia vista mettesse a fuoco il soffitto a riquadri di una stanza d'ospedale. Un tubo per la respirazione mi scendeva nella gola ed una ragnatela di cavi collegava il mio petto a un monitor elettrocardiografico che tracciava il mio battito lento ma regolare.
"Dottore! Si sta svegliando! Apri gli occhi!" disse una voce tremante accanto a me.
Mi voltai a fatica. Cinzia era seduta su una sedia a rotelle al fianco del mio letto, con una fasciatura pulita alla spalla ed il viso scavato dalla stanchezza ed dalle lacrime. Ma i suoi occhi brillavano di una gioia immensa.
Un medico in camice verde si avvicinò subito al letto, controllando i parametri del monitor ed inserendo un sedativo nella flebo.
"È un miracolo, professor Romano," disse il medico con un sorriso stanco ma sincero. "La pallottola ha perforato il lobo polmonare sinistro ed ha sfiorato l'aorta di tre millimetri. Ha perso tre litri di sangue ed è rimasto in arresto cardiaco per sei minuti durante l'intervento a Villaverla. È stato in coma farmacologico per quattro giorni."
Quattro giorni. Quattro giorni in cui il mondo esterno aveva continuato a girare mentre io lottavo contro la morte.
Cercai di parlare, ma il tubo mi impediva di emettere suoni. Cinzia mi strinse la mano più forte, sporgendosi verso di me.
"Non parlare, papà. Ascoltami soltanto," disse asciugandosi una lacrima. "È finito tutto. L'incubo è finito per sempre."
Mi accarezzò i capelli grigi mentre il medico rimuoveva con delicatezza il supporto respiratorio per permettermi di respirare autonomamente.
"I Carabinieri del GIS ed i Magistrati della Procura Antimafia di Venezia sono arrivati a Villaverla pochi secondi dopo che tu mi avevi salvato la vita," spiegò Cinzia, la voce rotta dall'emozione. "I file che abbiamo inviato dal server sono stati la prova schiacciante. Il Procuratore Capo di Vicenza è stato arrestato la notte stessa per corruzione ed favoreggiamento della criminalità organizzata. L'assassino Rossi ed tutti i mercenari dei Bernardi sono in prigione senza possibilità di cauzione."
"E... Matteo Bernardi?" mormorai con la voce ridotta a un filo raschioso.
"Matteo Bernardi è morto sul colpo," rispose Cinzia con uno sguardo cupo. "I tiratori scelti l'hanno abbattuto un istante dopo che ti ha sparato. La holding finanziaria dei Bernardi è stata posta sotto sequestro giudiziario conservativo dalla Guardia di Finanza di Milano. Tutti i loro beni, le proprietà e i conti offshore sono stati bloccati."
Tirai un lungo sospiro di sollievo, sentendo un peso immenso staccarsi dal mio petto. Ma c'era una domanda che continuava a tormentarmi, un'ombra che la vittoria legale non poteva cancellare.
"Cinzia... la nostra reputazione... le accuse contro di noi..."
Cinzia sorrise, estraendo dalla tasca della giacca una copia del Corriere della Sera. La prima pagina mostrava la mia foto ed la sua sotto un titolo a nove colonne:
"HERO DI VICENZA: EX PROFESSORE SMANTELLA L'IMPERO CORROTTO DEI BERNARDI E SALVA LA FIGLIA. LA PROCURA ANNULLA OGNI ACCUSA E CHIEDE SCUSA ALLA FAMIGLIA ROMANO."
"Il Magistrato Serra ha tenuto una conferenza stampa ieri a Venezia," disse Cinzia. "Ha spiegato a tutta l'Italia che siamo stati vittime di un depistaggio criminale orchestrato da poteri deviati dello Stato. Tutta la città di Vicenza sta aspettando che tu ti risvegli per renderti omaggio."
Chiusi gli occhi per un secondo, sentendo il calore delle sue parole lavarmi via quindici anni di solitudine, di vergogna ed di abbandono. Il professore di storia invisibile ed dimenticato da tutti era diventato il simbolo della resistenza contro la corruzione.
Ma proprio in quel momento, la porta della stanza d'ospedale si aprì lentamente.
Entrò un uomo alto, sulla sessantina, con un abito grigio di taglio sartoriale ed un portadocumenti di pelle nera sotto il braccio. Aveva un'espressione estremamente seria ed severa.
"Chiedo scusa per l'interruzione, Dottoressa Cinzia," disse l'uomo con voce solenne. "Sono il Dottor Antonio Serra, Magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia."
Cinzia s'alzò dalla sedia a rotelle, guardando il magistrato con rispetto ed un pizzico d'ansia. "Dottor Serra... la ringrazio per tutto quello che ha fatto per noi."
Il magistrato avanzò fino ai piedi del mio letto, guardandomi con uno sguardo profondo ed impenetrabile.
"Professor Romano," disse il magistrato, "sono felice di vederla in vita. Lei ha mostrato un coraggio straordinario. Ma sono qui perché nell'analisi dei server personali di Matteo Bernardi è emerso un ultimo documento secretato... un documento che cambia radicalmente il quadro di questa storia ed che riguarda direttamente la sua famiglia ed la vera identità del Conte Alberto Bernardi."
Il magistrato aprì la cartella di pelle, estraendo un fascicolo contrassegnato dal timbro di massima segretezza dello Stato.






