Quindici anni possono trasformare un uomo in un fantasma che cammina. Quindici anni di silenzio interrotto soltanto dal ticchettio monotono dell'orologio a pendolo nel salotto di una casa troppo grande, dove ogni mobile, ogni quadretto ed ogni macchia di umidità sul muro sembrano ricordare una colpa che non ho mai capito fino in fondo.
Mi chiamo Romano, ho settantatré anni e vivo a Vicenza. La mia è una vita semplice, ordinata fino alla nevrosi, trascorsa tra la cura di un piccolo giardino interno, i libri di storia locale e le passeggiate solitarie lungo i portici di Piazza dei Signori. Chi mi vede passare pensa che io sia solo un tranquillo pensionato, un ex professore di liceo che si gode la vecchiaia. Nessuno imaggina che dentro di me porto una voragine profonda e sanguinante, scavata la mattina del 12 ottobre di quindici anni fa.
Quel giorno, mia figlia Cinzia, che all'epoca aveva solo ventiquattro anni, svanì nel nulla. Nessuna traccia, nessun litigio violento la sera prima, nessuna spiegazione. Lasciò soltanto un piccolo foglio di carta quadrettata sul tavolo della cucina, scritto con la sua solita calligrafia minuta e tremante: "Non cercarmi, papà."
Quattro parole. Quattro coltellate che avevano pietrificato la mia esistenza. Ho passato i primi cinque anni a cercarla disperatamente: ho ingaggiato investigatori privati, ho setacciato ospedali, ho tempestato di domande le sue amiche dell'università, ho consumato le mie scarpe ed i miei risparmi viaggiando in mezza Italia. Ma Cinzia sembrava essere stata inghiottita dal terreno. Con il passare del tempo, la speranza si era affievolita fino a spegnersi del tutto, sostituita da una rassegnazione amara e dolorosa. Avevo smesso di sperare. Avevo accepted che sarei morto senza mai sapere il perché di quella fuga.
Poi, ieri sera, l'incredibile è accaduto.
Erano le ventuno e quindici. Fuori pioveva una pioggia sottile e fredda che rendeva i vetri delle finestre opachi. Stavo sorseggiando una tazza di camomilla quando il mio vecchio telefono fisso — un apparecchio grigio che tengo sul mobile del corridoio ed che ormai squilla solo per le offerte commerciali — ha iniziato a suonare.
Ho risposto con distrazione. "Pronto?"
Dall'altra parte del filo c'è stato un secondo di silenzio assoluto. Un silenzio denso, pesante, carico di un'elettricità strana. Poi è arrivato un sospiro, seguito da una voce. Una voce leggermente incrinata, maturata dal tempo, ma con un'intonazione che avrei riconosciuto tra un milione.
"Papà... sto per fare una cosa importante. Volevo salutarti prima."
La tazza di ceramica mi è quasi scivolata dalle dita, infrangendosi sul bordo del tavolo. Il sangue mi si è gelato nelle vene, il cuore ha iniziato a battere con una violenza tale da farmi mancare l'aria.
"Cinzia?" ho gridato, con la voce spezzata da un groppo in gola. "Cinzia, sei tu? Mio Dio, Cinzia! Dove sei? Dove sei stata per tutti questi anni?"
Ma lei non ha risposto alla mia domanda. Non c'è stata alcuna spiegazione, nessun pianto, nessuna richiesta di perdono. Con una calcolata e spaventosa freddezza, mia figlia ha cambiato discorso, iniziando a parlare del tempo, chiedendomi come stesse la mia salute, se la sciatica mi tormentasse ancora durante l'inverno, come se niente fosse accaduto. Come se tra di noi non ci fossero stati quindici anni di deserto ed sofferenza.
"Cinzia, ti prego! Smettila!" la imploravo, stringendo la cornetta al point da farmi sbiancare les nocche. "Spiegami! Perché te ne sei andata? Cosa sta succedendo? Cosa significa che stai per fare una cosa importante?"
Mentre la supplicavo, il mio orecchio, abituato per professione all'ascolto analitico, ha iniziato a cogliere i suoni di sottofondo. Oltre la sua voce c'era un brusio costante di passi, lo strisciare di trolley sul pavimento lucido, il riverbero tipico di un ambiente immenso ed aperto. E poi, improvvisamente, la voce metallica di un altoparlante che annunciava una partenza in italiano ed in inglese. Il rumore inconfondibile di una stazione ferroviaria centrale o di un aeroporto.
"Papà, ascoltami bene," ha detto Cinzia, interrompendo il mio delirio di domande con un tono improvvisamente solenne, quasi disperato. "Ci sono cose che non ho potuto dirti allora per proteggerti. Ma il tempo è scaduto. Domani riceverai qualcosa. Un notaio ti consegnerà dei documenti. Leggili con attenzione ed firma dove ti verrà chiesto. Solo allora capirai cosa ho dovuto fare."
"Cinzia, no! Aspetta! Non riagganciare!"
"Ti ho sempre voluto bene, papà. Ricordatelo, qualunque cosa dicano di me."
Un clic secco ha tagliato la linea. Poi soltanto il segnale di linea libera, monoto ed spietato: tu... tu... tu...
Ho passato la notte in bianco, camminando avanti ed indietro per il corridoio come una belva in gabbia. Chi era diventata mia figlia? Da chi stava fuggendo? O verso cosa stava andando? Le sue parole rimbombavano nella mia testa: "Ci sono cose che non ho potuto dirti allora per proteggerti." Proteggermi da cosa? Io ero un semplice professore di storia, mia moglie era morta quando Cinzia era ancora una bambina... quali oscuri segreti potevano mai riguardare la nostra famiglia?
Stamattina, esattamente alle nove e trenta, il campanello di casa ha suonato.
Mi sono precipitato alla porta ed ho spalancato il portone. Sul pianerottolo non c'era mia figlia, ma un uomo sulla cinquantina, vestito con un abito scuro ed elegante, con una borsa di pelle rigida sotto il braccio. Aveva un'aria distinta, professionale, ma i suoi occhi rivelavano una palese inquietudine.
"Il signor Romano?" ha chiesto con voce formale.
"Sì, sono io. Lei chi è?"
"Sono l'avvocato ed notaio Matteo Rossi, dello studio legale Rossi & Associati di Milano. Sono qui per conto di sua figlia, la dottoressa Cinzia."
A sentire quel nome pronunciato da uno sconosciuto, ho fatto un passo indietro, invitandolo ad entrare con un cenno della mano. Ci siamo seduti nel salotto. Il notaio Rossi ha estratto dalla borsa una grande busta di carta gialla, sigillata con tre timbri di cera lacca rossa, ed l'ha appoggiata sul tavolo di cristallo.
"La sua presenza qui è legata alla telefonata di ieri sera?" ho chiesto, mentre le mani mi tremavano vistosamente.
"In un certo senso, signor Romano," ha risposto il notaio Rossi, aggiustandosi gli occhiali sul naso. "Sua figlia si è presentata nel mio studio tre giorni fa. Mi ha affidato questa documentazione con l'ordine tassativo di consegnargliela di persona soltanto oggi, a patto che lei firmasse l'atto di accettazione e riservatezza che ho qui con me."
"Di cosa si tratta?"
Il notaio ha esitato per un istante, guardandomi con uno sguardo strano, quasi di compassione. "Cinzia sta per compiere una scelta enorme, signor Romano. Una decisione drastica che cambierà per sempre l'esistenza di entrambi, ed che coinvolge un patrimonio ed una verità che le sono stati nascosti per trent'anni."
Con le dita incerte, ho afferrato la taglierina ed ho spezzato i sigilli di cera lacca. Ho estratto il mazzo di fogli contenuti all'interno. Erano documenti bancari, estratti conto di società estere registered a Lussemburgo, ma soprattutto c'era un certificato di nascita risalente al 1985 ed un testamento autografo firmato da un uomo il cui nome faceva tremare l'intera alta finanza veneta: il Conte Alberto Bernardi, morto in circostanze mai del tutto chiarite dieci anni fa.
Mentre scorrevo le pagine con gli occhi spalancati dal terrore, la mia attenzione è stata catturata da una clausola scritta in rosso in fondo al documento di trasferimento delle quote societarie. Cinzia non era semplicemente fuggita quindici anni fa per ricominciare una nuova vita. Cinzia si era infiltrata sotto falsa identità nel cuore della famiglia Bernardi per portare a termine una vendetta.
Ma c'era un dettaglio ancora più sconvolgente, la revelation che ha fatto crollare l'intero castello di carte della mia vita di padre.
In fondo all'ultimo foglio, allegata al testamento del Conte Bernardi, c'era una fotografia ingiallita datata 1980. Ritraeva mia moglie mia defunta, Laura, sorridente ed abbracciata al Conte Bernardi. E sul retro, scritta con l'inchiostro sbiadito, c'era una frase che mi ha tolto definitivamente il respiro: "A nostra figlia Cinzia, affinché un giorno erediti ciò che il professor Romano non deve mai sapere."
Il mio cuore ha saltato un battito. Fissavo la fotografia ed le carte bancarie senza riuscire a respirare. Tutto ciò che credevo di sapere su mia moglie, su mia figlia ed sulla mia stessa vita era un'illusion.
Prima che potessi pronunciare una singola parola verso il notaio Rossi, il mio cellulare nella tasca della giacca ha vibrato. Era un messaggio di testo proveniente da un numero sconosciuto.
Ho aperto il messaggio con le dita di ghiaccio. C'era solo una foto ed una riga di testo.
La foto mostrava il notaio Rossi — l'uomo seduto di fronte a me nel salotto — mentre usciva dall'auto del figlio del Conte Bernardi soltanto un'ora prima.
E la riga di testo sotto, inviata da Cinzia, diceva: "Papà, non firmare nulla! L'uomo che hai in casa non è il mio notaio, è un assassino. Scappa!"
Ho alzato lentamente gli occhi dal telefono. Il finto notaio mi stava fissando, ed la sua mano destra stava lentamente scivolando all'interno della borsa di pelle.






