Il Segreto di Vicenza
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Il Segreto di Vicenza

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La botola di legno massiccio trasmetteva le vibrazioni dei passi e il brusio delle conversazioni che si svolgevano al piano superiore. Ero piegato in due sui gradini di pietra scivolosa dell'antico condotto, con l'acqua fredda che mi inzuppava i pantaloni e il cuore che batteva a un ritmo insostenibile per la mia età. Cinzia, subito sopra di me, usava una piccola lama tascabile per raschiare via la vernice e la polvere dai cardini arrugginiti della serratura della botola.

Il sapore dell'umidità e della terra secolare si mescolava al terrore di essere scoperti. Se una qualsiasi delle guardie di sicurezza avesse udito i nostri movimenti, saremmo stati intrappolati in un cunicolo cieco senza alcuna possibilità di fuga.

"Ci sono tre persone nella stanza sopra di noi," sussurrò Cinzia rivolgendosi a me con un filo di voce. "Riconosco la voce di Matteo Bernardi e quella dell'avvocato d'affari svizzero, un certo Weber. C'è anche una terza persona... una voce femminile."

"È la sorella di Matteo, Isabella Bernardi," mormorai ricordando l'albero genealogico che avevo studiato nei documenti. "L'altra erede del patrimonio. Più fredda ed calcolatrice del fratello."

Cinzia spinse con delicatezza la botola d'acciaio e legno. La struttura cedette di pochissimi millimetri, rivelando una sottile fessura di luce. Guardammo attraverso lo spiraglio: la botola si apriva all'interno di una dispensa di servizio adiacente alla grande cucina della villa. Fortunatamente, la stanza era buia e deserta; l'intero personale di servizio era stato congedato per garantire la massima segretezza alla riunione finanziaria.

Uscimmo con cautela dal sotterraneo. Il contrasto tra l'acqua gelida del canale e l'aria riscaldata della villa ci fece trasalire. Cinzia si sistemò lo zaino impermeabile sulle spalle, controllando che il computer e i cavi fossero asciutti.

"Lo studio privato di Matteo si trova al secondo piano, nell'ala est della villa," disse lei ripassando la mappa della residenza che aveva imparato a memoria durante i suoi anni di infiltrazione. "Lì c'è il server centrale. Ma dobbiamo evitare i corridoi principali: ci sono telecamere a circuito chiuso ad ogni angolo."

"Conosco un passaggio di servizio usata dai servitori nel Settecento," dissi facendole cenno di seguirmi. "È un corridoio intercapedine che corre dietro le pareti della galleria degli affreschi ed porta direttamente alla biblioteca adiacente allo studio."

Ci muovemmo come fantasmi tra le ombre della villa. La magnificenza degli arredi — quadri del Pitocchetto, arazzi fiamminghi e lampadari in vetro di Murano — contrastava in modo spaventoso con la sporcizia ed il sangue che ci ricoprivano. Ogni cigolio del parquet sotto i nostri piedi ci faceva arrestare il respiro.

Attraversammo il corridoio nascosto ed arrivammo alla biblioteca. La stanza era illuminata soltanto dal bagliore del fuoco che crepitava nel camino di marmo. Dalla porta adiacente, lasciata socchiusa, arrivava la voce chiara e perentoria di Matteo Bernardi.

"...e con questa firma, signori," stava dicendo Bernardi, "l'intero pacchetto azionario delle nostre società controllate verrà trasferito alla holding di Zurigo. Entro la mezzanotte, i novantotto milioni di franchi svizzeri verranno accreditati sui conti cifrati di Cayman."

"E per quanto riguarda le voci sulle indagini della Magistratura italiana?" chiese la voce dell'avvocato svizzero Weber. "I nostri clienti non possono permettersi scandali."

Matteo Bernardi scoppiò in una risata sommessa. "Le indagini non esistono più, caro Weber. Il Procuratore Capo di Vicenza ha archiviato ogni fascicolo mezz'ora fa. E le due persone che cercavano di crearci problemi sono attualmente braccate dalla polizia per rapina a mano armata. Non arriveranno mai a domattina."

Cinzia mi guardò con uno sguardo colmo di rabbia trattenuta. Scivolò verso la porta laterale che dava sull'alcova del server di rete, una piccola stanza blindata situata dietro la libreria principale dello studio.

Mi appostai vicino alla porta della biblioteca per controllare il corridoio ed ascoltare la riunione, mentre Cinzia s'infiltrò nella stanza del server. La vidi tirare fuori il computer portatile ed collegare un cavo dati direttamente all'unita centrale del sistema di sicurezza della villa.

I suoi dita volavano sulla tastiera con una velocità incredibile. Sullo schermo apparvero righe di codice verde che scorrevano a ritmo frenetico.

"Sto decrittografando la chiave del server," sussurrò lei attraverso l'auricolare che avevamo sincronizzato. "Ci vorranno almeno tre minuti. Se toccano il sistema prima che io abbia finito, scatta l'allarme silenzioso."

I secondi passavano come ore. Sotto di noi, nel salone principale, sentivo il rumore delle carte che venivano sfogliate e delle penne che firmavano gli atti ufficiali del trasferimento illegale.

Improvvisamente, udii dei passi rapidi che salivano la grande scalinata di marmo che conduceva al nostro piano. Mi sporsi leggermente oltre lo stipite della porta: era l'assassino finto notaio, l'uomo che mi aveva aggredito nel mio salotto a Vicenza. Aveva una fasciatura rigida sulla spalla dove l'impalcatura l'aveva colpito ed portava una ricetrasmittente in mano.

"Dottor Bernardi," disse l'uomo entrando nello studio senza bussare. "Abbiamo un problema."

Matteo Bernardi s'interruppe. "Cosa c'è, Rossi?"

"La polizia ha trovato l'auto del medico di Breganze abbandonata nei pressi del vecchio mulino a cinquecento metri da qui. Pensiamo che il vecchio ed sua figlia siano entrati nel perimetro della villa."

Il silenzio che seguì fu glaciale.

"Sigillate tutte le uscite," ordinò Bernardi con una voce priva di qualsiasi emozione. "Prendete le armi e setacciate la casa stanza per stanza. E se li trovate... non portatemi prigionieri."

L'assassino fece un cenno con la testa ed si voltò per uscire dalla stanza, muovendosi proprio nella direzione della biblioteca dove mi trovavo nascosto.

Non c'era tempo per avvertire Cinzia. Se l'uomo fosse entrato, l'avrebbe sorpresa a metà del processo di decrittografazione. Dovetti prendere la decisione più folle della mia vita.

Uscii dall'ombra della biblioteca, mostrandomi apertamente nel corridoio ben illuminato, proprio di fronte all'assassino ed a Matteo Bernardi.

"Cercate me, Bernardi?" gridai con tutto il fiato che avevo nei polmoni.

L'assassino sgranò gli occhi per la sorpresa ed estrasse la pistola dalla giacca. Matteo Bernardi s'alzò di scatto dalla poltrona con un'espressione di puro odio.

"Prendetelo!" urlando Bernardi.

Mi girai e corsi con tutte le mie forze verso l'ala opposta della villa, attirando l'attenzione di tutte le guardie su di me per dare a Cinzia il tempo di finire il lavoro.