Il tonfo della grata di ferro che rovinava sul pavimento di marmo della biblioteca rimbombò come una cannonata tra le campate del palazzo seicentesco. Gli agenti delle forze speciali si slanciarono in avanti con le armi spianate, urlando le procedure d'arresto con voci tonanti che riempirono la Sala dei Manoscritti.
"POLIZIA! FERMI! GETTATE LE ARMI! A TERRA!"
I due mercenari al servizio di Isabella Bernardi tentarono una reazione disperata. Uno di loro alzò la pistola verso gli agenti, ma il primo tiratore del GIS sparò due colpi precisi che colprirono l'uomo alle braccia, facendogli volare l'arma dalle dita ed abbattendolo a terra sul parquet. L'altro mercenario, vedendosi circondato e sopraffatto dalla superiorità numerica, lasciò cadere la pistola ed alzò le mani sopra la testa, inginocchiandosi con il viso contro il pavimento.
Isabella Bernardi rimase impietrita al centro della stanza. La lampada alogena che teneva in mano scivolò dalle sue dita, infrangendosi a terra e proiettando ombre lunghe ed spaventose sui volumi secolari della biblioteca.
Il suo volto impeccabile, curato con la freddezza dell'alta società milanese, si scompose in una maschera di puro terrore quando i suoi occhi incrociarono i miei e quelli di Cinzia.
"Tu..." mormorò Isabella indicandomi con un dito tremante. "Tu dovresti essere morto a Villaverla... Matteo mi aveva detto che ti aveva sparato al petto!"
"Il vostro errore più grande, Signora Bernardi," risposi avanzando di un passo, sostenuto dal braccio di mia figlia, "è stato quello di pensare che i soldi ed le armi potessero cancellare la forza di un padre che ama sua figlia. Vostro fratello è morto con le sue menzogne. E per lei il viaggio finisce qui."
Il Dottor Antonio Serra avanzò con le manette in mano, affiancato dagli agenti che stavano liberando il vecchio custode spaventato.
"Isabella Bernardi," dichiarò il magistrato con voce solenne, "lei è in arresto per associazione a delinquere di stampo mafioso, riciclaggio d'ingenti capitali, sequestro di persona e tentato furto di beni dello Stato. Non ha più nessuna via di fuga."
Isabella lasciò cadere la testa sul petto, mentre gli agenti le bloccavano i polsi dietro la schiena con le manette d'acciaio. Ma prima di essere condotta via, si voltò a guardarmi con uno sguardo colmo di un odio velenoso ed amaro.
"Avete vinto la battaglia, professor Romano," disse a bassa voce, la voce piena di rancore. "Ma il patrimonio dei Bernardi è disperso in una rete di conti che non potrete mai aprire senza i codici d'accesso che mio padre ha portato nella tomba."
"Si sbaglia, Signora Bernardi," intervenne Cinzia facendosi avanti con il computer portatile tra le mani. "Sua madre ed suo fratello pensavano che il Conte Alberto fosse un genio della finanza. Ma il Conte era solo un parassita che usava le scoperte storiche di mio padre. La chiave per aprire quella cassaforte non è mai stata un codice finanziario: è una poesia che mia madre Laura ha scritto sul retro della nostra foto di famiglia nel 1985."
Isabella sgranò gli occhi, comprendendo in un solo secondo che ogni singolo segreto su cui la sua famiglia aveva costruito quarant'anni di potere era stato definitivamente decifrato e neutralizzato. Gli agenti la portarono via lungo lo scalone d'onore della biblioteca, mentre le sirene delle pattuglie all'esterno annunciavano alla città di Vicenza che l'era dei Bernardi era finita per sempre.
Il Dottor Serra si avvicinò al grande tavolo della biblioteca dove giaceva la cassa di metallo originale trovata da mia moglie Laura nel 1978.
"Professore," disse il magistrato con profondo rispetto, "spetta a lei ed a sua figlia aprire questa cassa e restituire allo Stato quello che per quarant'anni è stato motivo di ricatti ed sofferenze per la vostra famiglia."
Mi avvicinai al tavolo. Le mie mani non tremavano più. Sotto gli occhi di Cinzia e del magistrato, inserii la sequenza dei tre nomi degli architetti rinascimentali che avevo studiato per tutta la mia vita: Palladio, Scamozzi, Calderari.
La serratura rotante della cassa di metallo fece tre scatti metallici e il coperchio pesante si sollevò con un leggero soffio d'aria secca.
Dentro non c'erano lingotti d'oro o mazzette di banconote. C'era un singolo registro in pelle nera contenente l'elenco completo di tutti i politici, magistrati e industriali che la famiglia Bernardi aveva ricattato ed pagato per quarant'anni in mezza Europa. E sopra il registro, appoggiata con cura, c'era una piccola scatola di velluto blu.
La aprii con delicatezza. Dentro c'era un anello di fidanzamento con un piccolo diamante ed una lettera piegata in quattro, indirizzata a me ed a Cinzia.
Era l'ultimo messaggio di mia moglie Laura, scritto pochi giorni prima della sua morte in ospedale.
Cinzia si strinse a me mentre aprivo il foglio di carta, ed insieme leggemmo le parole che avrebbero chiuso per sempre le ferite del nostro passato.






