Il cuore mi batté un colpo d'arresto. La presenza di Matteo Bernardi davanti all'ingresso riservato della Banca Popolare di Marostica trasformava la mia missione in un suicidio. Avevo in tasca soltanto una chiave d'ottone macchiata ed una determinazione disperata, mentre lui disposta di un impero economico e di un potere oscuro in grado di aprire qualsiasi porta.
Mi rannicchiai sotto il portico, guardandolo varcare la soglia del palazzo storico della banca. L'impiegato che gli aveva aperto la porta si era inchinato con una riverenza servile, tipica di chi riconosce un padrone potente ed intoccabile. Se fossi entrato dall'ingresso principale all'apertura dei battenti, sarei stato intercettato dai suoi uomini prima ancora di raggiungere il banco degli sportelli.
Dovevo agire subito, sfruttando l'unico vantaggio che possedevo: la conoscenza del direttore della filiale.
Trent'anni fa, quando insegnavo ancora al liceo scientifico di Marostica, uno dei miei studenti più brillanti era stato Corrado Maffei. Un ragazzo timido, brillante nelle materie scientifiche, che avevo difeso da un'ingiusta espulsione per motivi politici. Sapevo, dalle notizie di cronaca locale che leggevo abitualmente, che Corrado era diventato il direttore generale di quella stessa filiale tre anni fa.
Mi diressi verso il retro del fabbricato, lungo un vicolo stretto dove sorgeva l'ingresso di servizio per il personale. Suonai al citofono interno ed attesi.
"Chi è?" rispose una voce metallica.
"Corrado? Sono il professor Romano. Ti prego, aprimi. È un'emergenza personale gravissima."
Ci fu un attimo di esitazione. Poi il cicalino elettronico scattò e la porta si aprì. Salii rapidamente le scale di servizio fino al primo piano, dove si trovava l'ufficio della direzione. Corrado era lì, in maniche di camicia, un uomo sulla cinquantina con i capelli grigi e lo sguardo sorpreso.
"Professore? Mio Dio, ma cosa le è successo? Lei è coperto di fango... ed ha una ferita sulla guancia!" disse facendomi entrare e chiudendo la porta a chiave.
"Corrado, non ho tempo per le spiegazioni," dissi facendogli vedere la chiave d'ottone che tenevo stretta in pugno. "Questa chiave appartiene a mia figlia Cinzia. È per una cassetta di sicurezza nel vostro caveau. Ma sotto c'è Matteo Bernardi. Sta cercando di prendere il contenuto di quella cassetta con la forza o con la minaccia."
Il volto di Corrado s'irrigidì all'istante a sentire quel nome. "Il dottor Bernardi è al piano interrato in questo momento con l'ispettore dei servizi fiduciari. Ha presentato un mandato di sequestro cautelare urgente firmato da un giudice di Vicenza."
"È un mandato falso o ottenuto con la corruzione, Corrado!" gridai a bassa voce, afferrandolo per le braccia. "Se gli permetti di prendere quel contenuto, distruggerà le prove di crimini orribili ed eliminerà mia figlia. Ti prego, ricordati di quello che ti ho insegnato sulla giustizia e sul valore della verità. Ho bisogno di accedere al caveau prima che lui finisca le procedure."
Corrado oscillò per un momento, chiaramente terrorizzato dalle conseguenze. Matteo Bernardi era uno dei clienti più importanti dell'intero gruppo bancario veneto; un suo ordine poteva distruggere la carriera di un direttore di filiale in un minuto. Ma poi guardò nei miei occhi — gli occhi di un vecchio professore distrutto dal dolore — ed prese una decisione.
"Seguimi," disse a bassa voce. "C'è un ascensore privato che scende direttamente nell'anticamera del caveau. Ma dobbiamo fare presto."
Scendemmo nel sotterraneo della banca. L'aria era fredda, satura dell'odore di vernice e metallo tipico dei luoghi ad alta sicurezza. Corrado usò il suo badge di servizio per superare la prima grata di ferro ed ci avviammo lungo un corridoio ben illuminato che conduceva alla massiccia porta blindata del caveau.
Dall'interno della stanza blindata giungevano voci concitate.
"Le ripeto, dottor Bernardi, che per la cassetta numero 342 serve la seconda chiave, quella in possesso del cliente," diceva la voce di un impiegato terrorizzato. "Senza quella chiave, dobbiamo forzare la serratura con un trapano speciale, e questo richiede l'autorizzazione del direttore di filiale!"
"Non me ne frega niente delle vostre procedure da burocrati!" ruggì la voce arrogante di Matteo Bernardi. "Avete il mandato del giudice! Chiamate un fabbro e aprite quella maledetta cassetta entro tre minuti, o da domani questa filiale non gestirà più neanche un euro del patrimonio della mia famiglia!"
Corrado fece un passo avanti, spingendo la grata d'accesso ed facendomi strada. "Il dottor Bernardi non toccherà nulla senza il mio consenso," disse Corrado con voce ferma entrando nel caveau.
Matteo Bernardi si voltò di scatto. Era alto, impeccabile, con un volto scolpito dalla superbia ma segnato da un'ombra d'inquietudine. Al suo fianco c'era un uomo in abito scuro — un'altra guardia del corpo — che portava una mano sotto la giacca.
Quando i suoi occhi incrociarono i miei, un sorriso freddo ed spietato si dipinse sulle sue labbra.
"Il professor Romano," disse a bassa voce, facendo un passo verso di me. "Il padre ingannato. Devo farti i miei complimenti, vecchio. Sei più duro a morire di quanto pensassi. Il mio uomo a Vicenza ha commesso un errore imperdonabile con te."
"Sei tu l'unico ad aver commesso errori, Bernardi," risposi avanzando fino a mettermi di fronte a lui, separati soltanto dal tavolo di metallo dove giacevano i registri delle cassette di sicurezza. "Tuo padre era un ricattatore, ma tu sei solo un assassino."
"Tuo padre?" Bernardi scoppiò in una risata priva di qualsiasi umorismo. "Ancora non hai capito niente, vero? Credi davvero che mia madre ed il Conte Alberto abbiano vissuto una semplice storia di ricatti? Tua moglie Laura amava mio padre! Ti ha usato per trent'anni come una copertura perfetta per mantenere la sua rispettabilità borghese mentre godeva dei soldi ed del potere dei Bernardi!"
Le sue parole furono come una lama piantata nel mio petto, ma congelai la mia reazione. "Non mi importa delle vostre bugie. Ho io la chiave della cassetta 342. Ed la verità uscirà allo scoperto."
Estrassi la chiave d'ottone e la porsi a Corrado. "Direttore, proceda all'apertura regolare per conto della legittima proprietaria, mia figlia Cinzia."
Matteo Bernardi fece un cenno alla sua guardia del corpo. L'uomo staccò la mano dalla giacca rivelando il calcio di una pistola semiautomatica. "Nessuno apre nulla," disse Bernardi con voce glaciale. "Pensi davvero che uscirete vivi da questo sotterraneo, professore? Tu ed il tuo amico direttore farete la stessa fine che era destinata a tua figlia."
Ma prima che la guardia del corpo potesse estrarre del tutto l'arma, una luce rossa iniziò a lampeggiare nel caveau ed una sirena d'allarme ad altissimo volume cominciò a suonare, riempiendo la stanza di un suono sordo ed assordante.
Corrado aveva premuto con il piede il pulsante d'emergenza anti-rapina situato sotto la scrivania del custode.
"Maledetto!" gridò Bernardi cercando di afferrare la cassetta di sicurezza numero 342 che era già stata parzialmente estratta dalla parete di metallo.
Io mi slanciai in avanti con tutto il peso del mio corpo, afferrando la scatola metallica prima di lui ed tirandola verso di me con una violenza inaspettata. La pesante cassetta di metallo scivolò via dal vano, e noi due caddemmo a terra sul pavimento di granito mentre la guardia del corpo cercava di mirare nel caos dell'allarme ed dei fumogeni di sicurezza che iniziavano a saturare l'aria.






