Il Segreto di Vicenza
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Il Segreto di Vicenza

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Il fermo immagine del mio volto proiettato sulla televisione di Marco sembrava la parodia di un incubo. Io, un professore di liceo in pensione che aveva passato la vita tra le carte geografiche e i testi di Tito Livio, ero stato trasformato nel ricercato più pericoloso del Veneto. La macchina della propaganda dei Bernardi aveva agito con spietata tempestività: le forze dell'ordine stavano rastrellando la provincia di Vicenza, i posti di blocco venivano eretti lungo le arterie principali e le nostre immagini rimbalzavano su tutti i quotidiani online.

"Hanno chiuso la trappola," disse Marco, spegnendo la televisione con mano tremante. "Se vi muovete su una qualsiasi strada statale, vi prenderanno entro dieci minuti. Il Procuratore Capo di Vicenza sta coordinando le operazioni personalmente."

"Il Procuratore Capo... quello che ha intascato la mazzetta da due milioni di euro," risposi io, sentendo la stanchezza bruciarmi gli occhi. "Se ci fermano, non finiremo in una cella di prigione. Verremo trasferiti in una struttura d'isolamento e non ne usciremo mai più vivi."

Cinzia si staccò dal lettino medico, provando a reggersi in piedi. Un gemito di dolore le sfuggì dalle labbra, ma la sua tenacia era incrollabile. Si avvicinò al computer portatile ed estrasse la chiavetta USB.

"Non possiamo aspettare domani," disse, guardandomi dritto negli occhi. "Matteo Bernardi sa che abbiamo il contenuto della cassetta di sicurezza. Sapendo che la polizia ci sta braccando, anticiperà la firma del contratto con il fondo svizzero a stasera. Si riuniranno nella loro villa di famiglia a Villaverla, blindata come una fortezza."

"Villa Bernardi a Villaverla..." mormorai. Conoscevo quel complesso architettonico del XVII secolo. Avevo scritto un saggio storico sulle sue affreschi quarant'anni prima. Una dimora principesca circondata da mura alte tre metri, un parco secolare ed un sistema di videosorveglianza all'avanguardia.

"Dobbiamo inviare i file digitali direttamente al Magistrato della Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia, il Dottor Antonio Serra," spiegò Cinzia. "È l'unico magistrato che non si è mai piegato al potere dei Bernardi. Ma i file sono protetti da un protocollo di crittografia a tre chiavi. Una chiave era nella chiavetta USB, una ce l'ho io... ma la terza chiave si trova nei server fisici situati nello studio privato di Matteo Bernardi, all'interno di Villaverla."

"Vuoi dire che le prove sono inutili senza quella terza chiave?" chiesi sconvolto.

"Senza la terza chiave, i documenti appaiono come un ammasso di codici illeggibili," confermò lei. "Non avrebbero alcun valore legale in un tribunale. Dobbiamo entrare a Villaverla stasera, accedere allo studio di Matteo ed estrarre il codice d'accesso direttamente dal suo server centrale."

"È un suicidio, Cinzia!" intervenne Marco con tono disperato. "Ci saranno decine di guardie armate, i Carabinieri ed la polizia che circondano la zona! Come pensate di entrare in una fortezza del genere?"

Mi alzai dalla sedia. La mia mente di storico, abituata ad analizzare le mappe antiche ed le strutture dei palazzi nobiliari veneti, iniziò a connettere frammenti di ricordi dimenticati.

"C'è un modo," dissi a bassa voce.

I due mi guardarono sorpresi.

"Nel 1982," spiegai, "durante i lavori di restauro della canalizzazione idrica di Villaverla, scoprii che il parco della villa sorge sopra una ragnatela di vecchie rogge ed acquedotti sotterranei risalenti al Cinquecento. Uno di questi canali collezionava le acque del torrente Timonchio ed passava proprio sotto le fondamenta della villa, sfociando in una vecchia ghiacciaia sotterranea usata per la conservazione dei cibi."

"Quello scarico esiste ancora?" chiese Cinzia con un barlume di speranza negli occhi.

"La Soprintendenza ne bloccò la demolizione per valore storico," risposi. "L'accesso esterno si trova all'interno di un vecchio mulino abbandonato a circa cinquecento metri dalle mura del parco. È stretto, fangoso, ed allagato... ma porta direttamente nei sotterranei della residenza."

Cinzia mi guardò con orgoglio ed inquietudine. "Allora quella è la nostra unica possibilità."

"Io vengo con voi," disse Marco. "Avrete bisogno di qualcuno che guidi ed che vi fornisca copertura medica se le cose vanno male. Inoltre, conosco la zona di Villaverla perché ci abita mia sorella."

Preparammo il materiale per la spedizione disperata. Marco ci fornì torce elettriche, abiti scuri da lavoro ed un kit di pronto soccorso portatile. Cinzia sistemò il computer portatile ed i cavi d'interfaccia in uno zaino impermeabile.

Alle diciannove e trenta, mentre l'oscurità e la pioggia avvolgevano la pianura vicentina, lasciammo il garage di Breganze a bordo della vecchia utilitaria della madre di Marco, una macchina del tutto anonima ed impossibile da collegare a noi.

Il viaggio verso Villaverla fu un incubo di tensione. Lungo la provinciale vedemmo due pattuglie dei Carabinieri fermare le automobili dirette verso il centro città, con i lampeggianti blu che squarciavano la caligine. Marco guidò con una calma encomiabile, prendendo strade secondarie ed evitando i punti di blocco principali fino a raggiungere la zona agricola che circondava la proprietà dei Bernardi.

Ci fermammo nei pressi del vecchio mulino in rovina. La struttura era ricoperta d'edera ed cascante, con il tetto parzialmente crollato. Il suono del flusso d'acqua del torrente risuonava nel silenzio della notte.

Scendemmo dall'auto. L'aria era gelida e bagnata. Cinzia s'appoggiò a me per un istante, provando a sormontare il dolore della ferita che continuava a tormentarla.

"Sei sicura di farcela, piccola mia?" le chiesi stringendole le spalle.

"Devo farcela, papà," rispose con voce ferma. "Per mamma. Per te. E per mettere fine a questa storia una volta per tutte."

Entrammo nel mulino. Dietro la vecchia ruota di legno marcita trovammo l'apertura del condotto sotterraneo: una grata di ferro arrugginito mezzo immersa nell'acqua nera e melmosa. Usai un palanchino che Marco aveva portato dal garage per fare leva sulla serratura corrosa dal tempo. Dopo tre tentativi disperati, il ferro cedette con un cigolio stridulo.

Ci infilammo nel tunnel stretto, strisciando nell'acqua fredda che ci arrivava fino alla cintola. L'odore di muffa e pietra bagnata era soffocante. Procedemmo al buio, guidati soltanto dal debole fascio di luce della torcia di Cinzia.

Dopo venti minuti di cammino faticoso nel ventre della terra, il tunnel terminò davanti a una scalinata di pietra che saliva verso l'alto, chiusa da una botola di legno rinforzata in ferro.

Cinzia appoggiò l'orecchio alla superficie di legno. "Sento delle voci," sussurrò.

Sopra di noi, nel salone principale di Villaverla, la riunione tra Matteo Bernardi ed i rappresentanti del fondo svizzero era appena iniziata. E noi eravamo esattamente sotto i loro piedi.