Il tempo sembra rallentare quando la morte ti fissa negli occhi. Nel mio salotto, sommerso dai vecchi libri di storia e dall'odore di camomilla fredda, la figura composta dell'uomo vestito di scuro si scompose in un'espressione d'infinita fermezza e spietata determinazione. La sua mano si immerse nella borsa di pelle nera con un movimento fluido e metodico, prive di alcuna fretta inutile. Io sentii un freddo glaciale salire dalle caviglie fino al petto. Settantatré anni di muscoli stanchi, articolazioni doloranti per la sciatica e un cuore indebolito dalla solitudine dovevano fare i conti con un assassino professionista mandato per mettere a tacere novant'anni di menzogne.
Non pensai. Non c'era spazio per la riflessione o per il terrore razionale. Con la forza della disperazione pura, allungai le mani verso il pesante tavolo di cristallo e mogano che ci separava. Raccolsi le mie ultime energie e lo spinsi avanti con una violenza che non sapevo di possedere. Il cristallo urtò le ginocchia dell'impostore, travolgendolo. La borsa di pelle volò a terra insieme alla tazza sbeccata che cadde infrangendosi sul parquet, mentre un oggetto metallico — una pistola munita di un lungo silenziatore nero — rimbalzò rumorosamente contro la gamba della mia poltrona preferita.
L'uomo imprecò a bassa voce, un giuramento sordo e rabbioso pronunciato con un marcato accento milanese, e cercò di allungare il braccio verso l'arma. Io non gli diedi il tempo di recuperarla. Svoltami di scatto, corsi verso l'ingresso della mia casa. La porta di legno massiccio, quella stessa porta che per quindici anni era rimasta chiusa a proteggere il mio dolore, fu aperta con un colpo secco. Mi slanciai fuori, lungo le scale di marmo del condominio, scendendo i gradini a due a due con le gambe che tremavano.
Sento i suoi passi pesanti rimbombare sul pianerottolo sopra di me. "Fermati, vecchio cretino! Non arrivi nemmeno in strada!" urlò la sua voce, mutata da un tono professionale a una minaccia gutturale.
Guadagnai il portone d'ingresso, lo spalancai e mi gettai nella luce grigia e piovosa di Vicenza. La pioggia che la sera prima era solo una foschia sottile si era trasformata in un rovescio insistente, che sferzava l'asfalto e allagava le pietre dei marciapiedi. Il freddo di ottobre mi colpì come uno schiaffo, ma la scarica d'adrenalina mi spingeva avanti. Mi immisi di corsa sotto i portici vicini a Corso Palladio, scivolando pericolosamente sul granito bagnato. Gli stivaletti d'ordinanza del mio inseguitore risuonavano pochi metri dietro di me, una cadenza ritmica e spaventosa che s'avvicinava a ogni passo.
La gente sotto i portici — qualche casalinga con l'ombrello aperto, un paio di studenti universitari avvolti nei loro impermeabili — mi guardava con stupore e disappunto nel vedermi correre così disperatamente alla mia età. Nessuno capiva il pericolo. Nessuno vedeva l'uomo con la giacca leggermente aperta che cercava di non farsi notare dai passanti mentre mi inseguiva. Dovevo sparire. Conoscevo Vicenza come le mie tasche: ogni vicolo, ogni passaggio coperto, ogni scorcio che per decenni avevo studiato per le mie ricerche sulla storia architettonica rinascimentale della città.
Svoltai brusco a sinistra in Contrà Porti, infilandomi in una stretta strettoia tra palazzi antichi dove l'ombra era quasi totale. L'aria sapeva di muffa e pietra secolare. Sentii il finto notaio superare l'angolo subito dopo di me. Sentii il suono di un respiro affannoso. Mi infilai sotto un arcone romano che conduceva al cortile interno di un vecchio palazzo nobiliare in fase di restauro. Lì, tra impalcature in ferro e sacchi di calce stesi sul pavimento, scivolai dietro un grosso contenitore per i rifiuti da cantiere. Mi raggomitolai, pressando la schiena contro il metallo freddo, portandomi le mani alla bocca per soffocare i miei colpi di tosse ed il respiro spezzato.
I suoi passi entrarono nel cortile. Lenti. Calcolati. Il rumore del cuoio delle sue scarpe sul ghiaino era una condanna a morte.
"So che sei qui, Romano," sussurrò la sua voce, amplificata dal rimbombo delle mura di pietra. "Non rende le cose più facili per te. Se cooperi, posso garantirti che non soffrirai. Ma se mi costringi a cercarti tra queste macerie, le cose andranno molto male. Il tuo nome non doveva stare in questa storia, vecchio mio. Tua figlia ha commesso un errore a coinvolgerti."
Tenni gli occhi chiusi, le lacrime mi si mescolavano al sudore e alle gocce di pioggia che mi colavano dalla fronte. Chi era Laura? Mia moglie, la donna che avevo amato per vent'anni, la donna che avevo pianto quando il cancro ce l'aveva portata via... era davvero stata l'amante del Conte Alberto Bernardi? E Cinzia... la mia piccola Cinzia, non era sangue del mio sangue? Il pensiero che la mia intera esistenza fosse fondata su un'impalcatura di menzogne mi faceva più male della minaccia dell'uomo a pochi passi da me.
L'assassino mosse un passo verso destra, avvicinandosi all'impalcatura sotto la quale ero nascosto. La punta della sua scarpa scura apparve nel mio campo visivo a meno di due metri dalla mia testa. Trattenni il fiato, sentendo il cuore battere così forte sul costato che temevo potesse udirlo. Il cellulare nella mia tasca — quello con cui Cinzia mi aveva avvertito — iniziò a vibrare di nuovo.
Il ronzio leggero, metallico della vibrazione contro il tessuto della mia giacca risuonò nel silenzio del cortile come un'esplosione. L'uomo si bloccò all'istante. Capii che mi aveva individuato.
Senza attendere che facesse un altro passo, mi lanciai con tutto il peso del mio corpo contro l'impalcatura più vicina, tirando con disperazione uno dei tubi d'acciaio non ancora fissati al muro. Una serie di assi di legno e sacchi di cemento rovinò a terra con un boato fragoroso, travolgendo l'assassino e creando una nuvola di polvere grigia ed opaca. Sfruttai quella confusione per correre via dall'altra parte del cortile, varcando la porta di servizio che dava su Contrà San Marco.
Uscii di nuovo in strada, tremante e coperto di polvere bianca. La pioggia battente mi lavò via la calce dagli occhi mentre cercai di riprendere fiato. Estrassi il telefono dalla tasca con le dita rigide per la paura. Il display era incrinato, ma visibile. C'era un nuovo messaggio da parte dello stesso numero sconosciuto:
"Piazza Matteotti. Taxi grigio con le quattro frecce accese. Sali subito. Non fidarti di nessuno."
Guardai l'ora. Erano le dieci del mattino. La città continuava la sua routine quotidiana mentre io stavo annegando in un incubo finanziario ed ereditario di proporzioni gigantesche. Corsi come potei verso Piazza Matteotti, costeggiando il Teatro Olimpico, le gambe pesanti come il piombo e la testa colma di domande spaventose. Quando arrivai nella piazza, vidi subito il taxi grigio fermo vicino all'edicola, con le luci d'emergenza che lampeggiavano nella foschia.
Mi avvicinai al veicolo, guardando nervosamente alle mie spalle. L'assassino poteva essere ovunque. Aprii lo sportello posteriore e mi gettai sul sedile di pelle scura, ansimando.
"Parta! Per favore, parta subito!" gridai verso il guidatore.
Il conducente non disse una parola. Inserì la marcia e la macchina scattò in avanti, allontanandosi rapidamente dal centro storico di Vicenza. Mi voltai indietro per controllare il lunotto posteriore: la piazza era deserta, tranne che per una figura in abito scuro che usciva da un vicolo con un braccio teso verso l'alto.
Solo allora mi girai a guardare l'autista. Non era un tassista sconosciuto. Dallo specchietto retrovisore mi fissavano due occhi verdi, stanchi ma intensi. Occhi che avevo visto cresce e piangere nel salotto di casa mia.
"Ciao, papà," disse la voce di Cinzia. Ma quando l'auto imboccò la statale verso Verona, notai sul sedile del passeggero accanto a lei una grande macchia di sangue fresco che s'allargava sulla sua camicia bianca.






