Il parlatorio del carcere di Uta era una stanza spoglia, illuminata da una luce al neon che sibilava leggermente nel silenzio. Assunta sedeva da sola da un lato del lungo tavolo in formica marrone. Nicola e Chantal attendevano nel corridoio esterno insieme al capitano dei Carabinieri.
La porta di sicurezza si aprì e Beatrice Serra fu fatta entrare da una guardia penitenziaria. L'anziana donna appariva spezzata, priva dell'arroganza maligna che aveva esibito al mercato di San Benedetto. Indossava un cappotto scuro di lana ruvida e le sue mani, segnate dal tempo e dal lavoro nei campi, tremavano vistosamente.
Si sedette di fronte ad Assunta senza alzare subito lo sguardo.
«Perché, Beatrice?» chiese Assunta con voce pacata, senza livore ma con una ferma pretesa di verità. «Perché hai prestato il tuo volto a questo inganno? Per vent'anni mi hai guardata negli occhi al mercato senza mai dire una parola.»
Beatrice sospirò, un suono rauco che parve uscirle dal fondo dei polmoni. «Non l'ho fatto per avidità, Assunta... o almeno, non solo per quella. Deiana mi teneva in pugno. Mio figlio lavorava come autista per la sua società immobiliare. Se non avessi eseguito le sue istruzioni, avrebbe fatto finire anche lui in rovina, proprio come ha fatto con tuo figlio Nicola.»
«E la storia del ricatto? Gavino... la tanica?»
«Gavino era disperato,» spiegò Beatrice alzando finalmente gli occhi. «I soldi di Deiana erano finiti. E la storia della tanica era l'unica carta che avevamo per cercare di strappare un po' di denaro prima che la clinica privatizzata venisse venduta agli arabi. Ma non sapevamo... ti giuro che non sapevo che il figlio di Deiana avesse intenzione di uccidervi a San Sperate.»
L'anziana donna infilò la mano nella tasca profonda del cappotto ed estrasse una busta ingiallita dal tempo, affrancata con un vecchio timbro postale del 1998 ma mai spedita. L'indirizzo recitava il nome di Assunta nel piccolo bilocale dove l'donna viveva da sola dopo la scomparsa di Nicola.
«Santo mi diede questa lettera due giorni prima di entrare in coma nell'ospedale di Deiana,» disse Beatrice spingendo il foglio verso Assunta. «Mi fece giurare sui miei morti che te l'avrei consegnata solo se Nicola fosse ritornato... o se la verità su Caterina fosse emersa. Non ho mai avuto il coraggio di dartela prima.»
Assunta prese la busta. Il nastro adesivo che la sigillava era ormai secco e si staccò al minimo tocco. All'interno vi era un unico foglio di carta di quaderno a quadretti. La grafia non era quella rigida dell'avvocato di Deiana, né quella colta di un medico; era una scrittura incerta, faticosa, con lettere maiuscole tracciate con la matita copiativa.
Santo aveva imparato a scrivere davvero nei suoi ultimi mesi di vita, in segreto, mentre il cancro lo consumava lentamente nel letto di casa.
Assunta spiegò il foglio e cominciò a leggere a bassa voce:
«Mia cara Assunta,
se leggi queste parole significa che io non ci sono più e che il buio che ho portato nella nostra casa ha finalmente trovato una luce. Ti chiedo perdono. Ti chiedo perdono per averti mentito sul mio passato, per averti portata in una famiglia che era già un cimitero di peccati.
Quando ti ho sposata, cercavo la salvezza. Tu eri la bontà che non avevo mai conosciuto, la purezza che speravo potesse lavare il fango che Deiana e Caterina mi costringevano a maneggiare. Ma il fango non si lava con le menzogne.
Nicola è innocente, Assunta. Devi gritarlo al mondo se un giorno cercheranno di accusarlo. La notte dell'incendio a Quartu, io ero nascondo nel vicolo. Ho visto tutto. Ho visto Deiana chiudere la porta della cantina dove Caterina stava contante i soldi dei fondi neri. Ho visto il medico versare la benzina sulle scale e appiccare il fuoco. Il nostro povero Nicola è arrivato subito dopo, attratto dall'odore di bruciato, ed è entrato solo per cercare di salvare chi c'era dentro.
Io ero un vigliacco. Non sono intervenuto per paura che Deiana uccidesse anche te e il ragazzo. Ho accettato il suo denaro per pagare le mie cure e per mandare quei bonifici che ti hanno tenuta in vita. Ogni lira di quel denaro mi è bruciata nello stomaco come veleno.
Il vero segreto di Deiana non sono i terreni di Quartu, Assunta. Il vero segreto è nascosto nella cassaforte della cappella di famiglia al cimitero di Bonaria. Lì ci sono i nomi di tutti i politici e i giudici che hanno preso mazzette per coprire la scomparsa dei fondi pubblici della sanità sarda. Usa questa chiave se Nicola si troverà in pericolo.
Ti ho amata come un uomo sfortunato può amare l'unica stella della sua notte.
Tuo marito, Santo.»
Dalla busta scivolò una piccola chiave d'ottone arrugginito con una targhetta numerata: Bonaria - Cappella Russo/Deiana n. 14.
Le lacrime di Assunta caddero sul foglio ingiallito, bagnando la grafia incerta del marito. Il mostro che aveva temuto per vent'anni era stato in realtà un uomo spezzato, travolto da ingranaggi troppo più grandi di lui, che aveva tentato nel suo modo storto di proteggere l'unica cosa pulita della sua vita: lei e Nicola.
Assunta si alzò dal tavolo, riponendo la lettera e la chiave nella sua borsa. Guardo Beatrice per l'ultima volta.
«Ti perdono, Beatrice,» disse con serenità che sorpresi la stessa anziana ricattatrice. «Ma la giustizia deve fare il suo corso. Il veleno è finito stasera.»
Assunta uscì dal parlatorio. Nicola le andò incontro, vedendo le lacrime sul volto della madre.
«Mamma? Cos'ha detto?»
Assunta gli porse il foglio di carta di quaderno. Nicola lesse la lettera del padre di fronte al capitano dei Carabinieri e a Chantal. Man mano che le righe scorrevano, le spalle dell'uomo tremavano in un pianto silenzioso che lavava via trent'anni di senso di colpa infondato.
«Mio padre...» mormorò Nicola. «Mio padre sapeva... mi ha sempre protetto...»
«Ora abbiamo la prova definitiva per smantellare l'intero sistema di Deiana,» disse il capitano Russo prendendo in custodia la chiave d'ottone. «Con la cappella di Bonaria e i registri contabili, la Procura potrà chiudere l'inchiesta sulla sanità privatizzata entro pochi giorni.»
Nicola strinse la madre in un abbraccio lungo, mentre il sole del pomeriggio illuminava la pianura circostante. Per la prima volta dopo vent'anni, il nome Russo non suonava più come un'accusa o una condanna, ma come la testimonianza di una sopravvivenza.
Tuttavia, prima che la famiglia potesse lasciare la caserma per tornare a casa, un'auto della polizia stradale frenò nel piazzale esterno. Un agente scese precipitosamente tenendo un plico urgente per il capitano.
«Capitano! Notizie da Nizza. Caterina Russo è appena deceduta nella clinica privata. Ma prima di morire, ha rilasciato una dichiarazione spontanea al magistrato francese. C'è un dettaglio che riguarda direttamente la Signora Assunta.»
Assunta si voltò lentamente. L'ultimo fantasma dell'intricata storia voleva parlare ancora una volta prima di riposare per sempre.






