Il legno della porta d'ingresso emise un suono secco quando la serratura scattò. Un uomo alto, dalla figura ancora imponente nonostante i capelli completamente d'argento e la leggera piega delle spalle, varcò la soglia. Indossava un cappotto di sartoria grigio fumo e portava con sé un'aura di rigida autorità medica. Era il dottor Aurelio Deiana. I suoi occhi, piccoli e penetranti dietro un paio di occhiali dalla montatura dorata, percorsero l'ingresso prima di posarsi direttamente su Assunta.
Non ci fu alcuna sorpresa sul suo volto scarno, solo una fredda calcolata soddisfazione.
«Assunta,» disse il dottore, togliendosi i guanti di pelle con gesti calmi e precisi. «Speravo che la nostra cara Beatrice svolgesse il suo compito con discrezione. Vedo che la curiosità ha avuto la meglio sul tuo istinto di conservazione.»
Assunta sentì il sangue pulsare furiosamente nelle tempie. Il tassello di un puzzle mostruoso si stava componendo nella sua mente, ma le tessere rifiutavano di incastrarsi secondo la logica della sua vita passata. Guardo Nicola, che era rimasto rigido accanto all'ingresso, senza muovere un muscolo né accennare ad un abbraccio verso il suocero.
«Cosa significa tutto questo?» la voce di Assunta tremò, ma mantenne la posizione. «Nicola dice che lei... che sua figlia... com'è possibile che mio figlio abbia sposato la figlia dell'uomo che ci ha distrutto la vita?»
Deiana fece un leggero cenno della testa a Nicola, ignorando la domanda dell'anziana donna. «Nicola, porta Chantal e i ragazzi al piano superiore. La conversazione che dobbiamo avere non richiede la presenza di testimoni facilmente impressionabili.»
Nicola esitò per un frazione di secondo. I suoi occhi cercarono quelli della madre, trasmettendo un messaggio muto, un avvertimento che Assunta non riuscì a decifrare completamente. Poi, senza dire una parola, si voltò e salì le scale a chiocciola, scomparendo nell'oscurità del primo piano.
Assunta rimase sola nel salotto con l'uomo che aveva curato suo marito prima della fine, l'uomo che aveva firmato documenti, che possedeva terreni e che sembrava muovere i fili di quell'assurda recita familiare.
«Siediti, Assunta,» disse Deiana con un tono che non ammetteva repliche, accomodandosi sulla poltrona di fronte alla foto a tre volti. «È giunto il momento che tu capisca perché la vita di tuo figlio è dovuta cambiare rotta e perché la tua esistenza è stata mantenuta in questa bolla di ignoranza protettiva.»
«Io non voglio le sue bugie, Dottore!» scattò Assunta, avanzando verso di lui. «Nessuna protezione giustifica la perdita di un figlio per vent'anni! Nessuna protezione giustifica una seconda moglie dimenticata, o una donna bruciata in una casa a Quartu!»
Deiana alzò una mano per fermare la sua foga verbale. «Caterina Russo non era un'innocente vittima della sfortuna, Assunta. E il tuo caro Santo non era un semplice muratore sfortunato. Negli anni Settanta e Ottanta, Quartu Sant'Elena era il crocevia di speculazioni edilizie feroci e fondi neri provenienti da traffici che tu non potresti nemmeno concepire. Santo lavorava per me. Era il mio uomo di fiducia sul cantiere, colui che firmava le carte quando le strutture non rispettavano le norme, colui che faceva sparire i documenti contabili rischiosi.»
Assunta scosse la testa, negando disperatamente con lo sguardo. «Santo era un lavoratore... tornava a casa con le mani sporche di calce...»
«E con le tasche piene di denaro che tu non avevi mai il permesso di gestire,» la interruppe Deiana, con una voce gelida che tagliava il buio del salotto. «Caterina era la vera mente del clan Russo. Una donna avida, spietata, che aveva scoperto una rete di riciclaggio che coinvolgeva figure di spicco della politica locale e della sanità. Voleva ricattarmi. Voleva estorcere una somma che avrebbe distrutto la mia carriera e la mia famiglia. Santo era terrorizzato da lei. Quando ti ha incontrata, eri solo la sua via d'uscita morale, un tentativo di costruirsi un'esistenza pulita di facciata.»
Le parole del medico cadevano come macigni. Assunta ricordò le lunghe assenze di Santo, le telefonate notturne a cui lui rispondeva con monosillabi prima di uscire nella notte, e la cassaforte a muro nascosta dietro l'armadio della camera da letto, di cui lei non aveva mai posseduto la chiave.
«E l'incendio?» sussurrò Assunta, sentendo la gola secca. «L'incendio del vicolo del Glicine...»
«L'incendio doveva distruggere solo l'archivio cartaceo che Caterina custodiva nella cantina di quel palazzo,» continuò Deiana, fissandola dritta negli occhi. «Ma la notte del quattordici luglio, Caterina era in quell'edificio. Non doveva esserci. Qualcuno l'ha chiusa dentro dall'esterno prima che le fiamme avvolgessero la struttura.»
Assunta si portò le mani alla bocca per soffocare un grido. «Mio marito... Santo l'ha uccisa?»
«No,» disse Deiana, alzandosi lentamente dalla poltrona e avvicinandosi alla fotografia d'epoca. «Santo era con me in ospedale quella notte, a creare un alibi di ferro. La persona che ha chiuso la porta della cantina, la persona che ha versato la tanica di benzina lungo le scale di legno... era un ragazzo di diciotto anni. Un ragazzo spaventato, manipolato dai ricatti di Caterina, che credeva di proteggere suo padre e la propria madre.»
Un silenzio di tomba calò nella stanza. Il rumore del maestrale contro i vetri parve amplificarsi a dismisura. Assunta sentì il pavimento mancare di nuovo sotto i suoi piedi. Il ricordo di quella notte riaffiorò con una violenza devastante: Nicola che tornava a casa all'alba, con gli abiti che puzzavano di fumo e fuliggine, le mani tremanti, incapace di spiccicare parola per tre giorni interi. Lei aveva creduto che il ragazzo fosse stato coinvolto marginalmente nell'incendio del palazzo comunale, che fosse rimasto traumatizzato dal fuoco sventato...
«Nicola...» un sussurro spezzato uscì dalle labbra della donna. «Mio figlio...»
«Nicola ha commesso un errore irreparabile per proteggere la menzogna di suo padre,» continuò Deiana. «Io l'ho scoperto. Ho coperto il delitto. Ho fatto sparire le prove scientifiche che la polizia scientifica stava raccogliendo. Ma c'era un prezzo, Assunta. Un prezzo alto. Nicola doveva sparire. Doveva rinunciare al suo nome, alla sua eredità morale e a te. L'ho mandato in Francia sotto falsa identità, gli ho fatto studiare finanza, gli ho dato mia figlia Chantal in sposa per legare indissolubilmente il suo destino al mio. È diventato il gestore dei miei patrimoni all'estero. Un patto col diavolo, se vuoi chiamarlo così, ma che ha salvato tuo figlio dalla prigione a vita o dalla vendetta dei parenti di Caterina.»
Assunta sentì una rabbia cieca salire dal profondo del suo essere, spazzando via la paralisi della paura. Passo dopo passo, si avvicinò al potente chirurgo, il viso contratto dalla furia.
«Lei lo ha ricattato! Lei ha trasformato mio figlio nel suo schiavo personale! Gli ha rubato la vita, la madre, la dignità!»
Deiana sorrise amaramente, un sorriso privo di qualsiasi umanità. «Io gli ho dato una vita elegante, una famiglia felice e due figli stupendi, Assunta. Cose che la tua povertà e i crimini di tuo marito non gli avrebbero mai garantito. E sai qual è la parte migliore? Nicola ha accettato di sua spontanea volontà. Ma la favola sta per finire.»
Il medico si sporse leggermente verso di lei, riducendo la voce a un mormorio cospiratorio. «Beatrice non ti ha cercata per caso. Beatrice era la sorellastra di Caterina. Ha scoperto dove si trova Nicola due settimane fa. Sta ricattando me e sta ricattando tuo figlio. Se non le versiamo un milione di euro entro quarantotto ore, consegnarà alla Procura della Repubblica la tanica di benzina con le impronte digitali di Nicola, che ha conservato per vent'anni in una cassa metallica.»
Assunta sgranò gli occhi. Il ricordo di Beatrice al mercato di San Benedetto si colorò di una luce sinistra. I suoi occhi vecchi, il suo sorriso storto... non era l'incontro casuale di una paesana, ma l'inizio di un'esecuzione programmata.
In quel momento, dalla porta posteriore del giardino, si udì un rumore di vetri infranti. Una figura scura si intravide attraverso le tende socchiuse. Nicola rientrò precipitosamente dalla porta interna del salotto, con una pistola in mano.
«Sono qui, Dottore,» disse Nicola con voce tremante ma decisa, puntando l'arma non verso l'esterno, ma direttamente al petto del dottor Deiana. «E questa volta non ti permetterò di usare mia madre per sistemare i tuoi conti sporchi.»






