Il Segreto dei Russo
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Il Segreto dei Russo

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L'aula magna del Tribunale di Cagliari era gremita in ogni ordine di posti. Giornalisti, cronisti giudiziari, cittadini curiosi ed ex dipendenti della sanità pubblica affollavano le panche di legno scuro sotto i soffitti alti della struttura giudiziaria. La notizia dell'arresto del noto chirurgo Aurelio Deiana e dello smantellamento del sistema di riciclaggio legato all'incendio del '94 aveva dominato le prime pagine dei quotidiani regionali e nazionali per un'intera settimana.

Al centro dell'aula, posizionata di fronte al collegio giudicante, vi era la gabbia degli imputati in metallo verniciato. All'interno sedeva Aurelio Deiana. L'uomo appariva notevolmente invecchiato: gli abiti sartoriali avevano lasciato il posto ad un abito scuro dimesso, le spalle erano curve e lo sguardo altero era stato sostituito da una rigida assenza di espressione. Nel banco accanto sedeva suo figlio Julian, scortato dagli agenti della polizia penitenziaria.

Dalla parte opposta della sala, nel banco riservato alle parti offese, sedevano Nicola Russo, Chantal, Assunta e Beatrice, assistiti dal loro legale di fiducia.

Il Giudice per le Indagini Preliminari batté il martelletto di legno, facendo calare un silenzio assoluto nell'aula imponente.

«Si apre l'udienza nel procedimento penale contro Deiana Aurelio e Deiana Julian,» pronunciò il cancelliere con voce ritmica. «Capi d'imputazione: truffa aggravata ai danni dello Stato, riciclaggio internazionale, associazione a delinquere di stampo finanziario, estorsione e concorso morale in incendio doloso e favoreggiamento personale.»

Il Pubblico Ministero, una donna severa sulla cinquantina con una cartellina colma di documenti reperiti nella cappella di Bonaria, prese la parola per l'esposizione introduttiva.

«Signor Giudice,» esordì il PM con tono chiaro e penetrante, «questo processo non giudica soltanto la condotta di un medico stimato che ha usato la sua posizione per arricchirsi. Questo processo giudica un sistema di potere spietato che per quasi tre decenni ha manipulato le vite di un intero nucleo familiare. Ha condannato un giovane innocente, Nicola Russo, ad un'esistenza da latitante morale; ha sfruttato la povertà di Santo Russo ed ha sacrificato la vita di un'infelice giovane donna nell'incendio di Quartu per simulare una morte utile agli interessi del clan Deiana.»

Il PM alzò la cassetta VHS e la lettera manoscritta di Santo recuperata nel casolare di San Sperate. «Le prove raccolte dai Carabinieri del Comando Provinciale non lasciano spazio a dubbi. La confessione autografa di Santo Russo, i registri contabili svizzeri e le testimonianze rese da Beatrice Serra e Chantal Deiana ricostruiscono con precisione scientifica ogni singolo passo di questa catena di crimini.»

L'avvocato difensore di Deiana tentò una debole arringa, sostenendo che le dichiarazioni di Nicola e Beatrice fossero condizionate da un risentimento personale e che l'incendio di Quartu fosse da attribuirsi esclusivamente a controversie personali tra Santo e Caterina Russo.

Ma la svolta definitiva arrivò quando il Presidente del Collegio chiamò al banco dei testimoni il testimone chiave della Procura: la Signora Assunta Russo.

L'anziana donna si alzò dalla sua sedia con passo lento ma fermo. Avanzò verso il microfono, rifiutando l'aiuto del commesso giudiziario. Quando depose la mano sulla Bibbia per prestare giuramento, la sua voce risuonò nitida in tutta l'aula.

«Giuro di dire la verità, tutta la verità, niente altro che la verità.»

Il PM le si avvicinò. «Signora Russo... ci racconti cos'è successo quando ha incontrato suo figlio nella villetta di San Michele.»

Assunta non guardò i fascicoli dei magistrati, né i giornalisti che prendevano appunti. I suoi occhi cercarono la gabbia dove sedeva il dottor Deiana. Il medico tentò di sostenere il suo sguardo con la solita freddezza, ma per la prima volta i suoi occhi batterono le ciglia, tradendo una profonda inquietudine.

«Per vent'anni,» disse Assunta con voce calma che catturò l'attenzione di ogni presente, «ho creduto che mio figlio fosse un criminale in fuga. Ho vissuto in un bilocale buio, accettando la misericordia di un bonifico mensile di cui mi vergognavo. Ma la vera prigione non era il mio bilocale, Signor Giudice. La vera prigione era la mente di quell'uomo lì dentro.»

Assunta allungò un braccio rugoso verso Deiana. «Quell'uomo ha rubato la giovinezza di mio figlio. Gli ha insegnato che il suo vero nome era un marchio di vergogna. Gli ha dato una falsa famiglia per tenerlo in catene. Ha trasformato mio marito Santo in un complice impaurito fino al suo ultimo respiro. Ma Santo ha trovato la forza di scrivere la verità prima di morire. E quella verità oggi è qui.»

Un murmure di profonda emozione corse tra le panche del pubblico. Nicola, seduto accanto a Chantal, tenne la testa alta, sentendo ogni parola della madre come una solenne riabilitazione della propria dignità.

«Non chiedo vendetta,» concluse Assunta abassando la mano. «Chiedo solo che mio figlio possa camminare per le strade di questa città a testa alta, con il suo vero nome. Il nome di suo padre: Nicola Russo.»

Il Giudice ringraziò la testimone. Dopo una breve camera di consiglio durata tre ore, il Tribunale rientrò in aula per la lettura del dispositivo di sentenza.

«In nome del Popolo Italiano, il Tribunale di Cagliari dichiara Deiana Aurelio colpevole di tutti i reati a lui ascritti e lo condanna alla pena di anni ventiquattro di reclusione, oltre alla confisca generale dei beni e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Dichiara Deiana Julian colpevole dei reati di evasione e favoreggiamento e lo condanna alla pena di anni sei di reclusione. Dispone la totale riabilitazione e l'archiviazione di ogni carica a carico di Russo Nicola.»

Il colpo finale del martelletto risuonò come la liberazione definitiva.

Mentre gli agenti ammanettavano Deiana per condurlo al carcere di Uta, il chirurgo si voltò per l'ultima volta verso il banco della famiglia Russo. Vedendo Nicola stretto tra la madre, la moglie e la sorella Beatrice, l'uomo comprese che il suo impero di ricatti ed avidità si era sbriciolato per sempre contro la forza incorruttibile degli affetti veri.

Uscendo dal Palazzo di Giustizia di piazza Repubblica, la famiglia Russo venne accolta da una luce di sole abbagliante. I giornalisti cercarono di avvicinarsi, ma Nicola fece un cenno gentile di diniego, prendendo la madre per braccio e guidandola verso l'uscita principale dove i bambini attendevano in auto con la baby-sitter.

L'ultima fase della loro rinascita stava per svolgersi non tra le pareti di un tribunale, ma nelle strade pulite della loro terra.