Il Segreto dei Russo
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Il Segreto dei Russo

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La fiamma dell'accendino zippo emise un piccolo scatto metallico, proiettando un chiarore arancione sul volto tirato del giovane uomo fermo sui gradini di legno. L'odore acre di benzina si diffuse rapidamente nell'aria stantia della vecchia cucina di San Sperate, mescolandosi al profumo di terra e muffa.

«Chi sei?» la voce di Chantal tremò, ma la donna si pose d'istinto davanti ad Assunta, proteggendola con il proprio corpo. «Come ci hai trovate?»

Il ragazzo sorrise amaro. Aveva gli stessi occhi freddi del dottor Deiana, privi di empatia, abituati a considerare le persone come meri numeri o ostacoli burocratici.

«Sono Julian Deiana,» disse il giovane mantenendo la tanica di carburante a mezz'aria. «Il figlio che nostro padre ha tenuto nascosto a Ginevra per curare i suoi affari puliti, mentre Nicola lavava il denaro sporco. Tu credevi di essere l'unica figlia, Chantal? Tu eri solo l'agnello sacrificale per tenere Nicola legato alla famiglia, il prezzo da pagare per il suo silenzio sul passato di nostra madre.»

«Nostra... madre?» balbettò Chantal, la torcia che le scivolava quasi dalle dita. «Allora è vero? Caterina Russo era mia madre?»

«Caterina Russo era nostra madre,» correggetta Julian avanzando di un passo nel raggio di luce della cucina. «Una donna avida che aveva tentato di rovinare nostro padre. Quando scoprì che nostro padre intendeva sostituirla con un'altra donna, minacciò di consegnare i registri contabili alla Guardia di Finanza. Ma la notte dell'incendio di Quartu, Caterina non era sola in quella casa. C'era un'altra donna con lei... un'infelice tossicodipendente che lavorava per la clinica di nostro padre, adescata lì con la promessa di una dose.»

Assunta sentì la testa girarle. Il cadavere sfigurato... la ragazza sconosciuta bruciata viva per simulare la morte di Caterina!

«Vostro padre ha staged la morte di Caterina per farla espatriare in Svizzera con una nuova identità,» continuò Julian con tono spietato. «Ma Caterina è rimasta un ricatto vivente per tutti questi anni. Ora che sta morendo in una clinica privata a Nizza, ha deciso di svuotare il sacco per pulirsi la coscienza prima della fine. Ha chiamato te, Assunta, vero? Ha usato l'ultimo filo di voce per rovinare nostro padre.»

«È stato tuo padre ad appiccare quel fuoco ventotto anni fa!» gridò Assunta affrontando il giovane con la forza della disperazione. «Ha fatto credere a mio figlio di essere un assassino! Gli ha rubato vent'anni di vita!»

«E ora quella storia finisce qui,» disse Julian svitando il tappo della tanica di benzina. Il liquido trasparente iniziò a sgorgare sui mattoni della cucina, avvicinandosi pericolosamente alle caviglie delle due donne. «Un incendio accidentale in un casolare di campagna abbandonato. Un tragico incidente per due donne che cercavano vecchi ricordi di famiglia. Il capitano dei Carabinieri arriverà troppo tardi.»

«Julian, ti prego!» urlò Chantal. «Sono tua sorella! Ho due figli... i tuoi nipoti!»

L'accenno ai bambini fece esitare per un istante il giovane. La fiamma dell'accendino balenò nei suoi occhi neri. Ma prima che potesse far cadere la scintilla sul pavimento imbevuto di carburante, una figura massiccia irruppe dalla porta sul retro del casolare.

Un colpo secco e preciso sradicò la tanica dalle mani di Julian. Il capitano Russo, seguito da due militari con le armi spianate, travolse il giovane e lo bloccò a terra prima che l'accendino potesse toccare il suolo.

«Fermi! Carabinieri!» ruggì l'ufficiale tenendo il ginocchio piantato sulla schiena di Julian, mentre uno dei sottoposti gli stringeva i ferri ai polsi.

L'accendino cadde su una chiazza asciutta di cemento, spegnendosi con uno sbuffo metallico.

Assunta si accasciò contro la parete di pietra del forno, la scatola di latta stretta al petto come se fosse un bambino. Chantal si inginocchiò accanto a lei, abbracciandola forte mentre i Carabinieri mettevano in sicurezza l'area e aeravano l'ambiente imbevuto di miasmi infiammabili.

Il capitano Russo si avvicinò alle due donne, pulendosi la polvere dalla divisa. «Siete state incoscienti a venire qui da sole,» disse con severità, anche se lo sguardo tradiva un sollievo sincero. «Abbiamo intercettato la telefonata proveniente dalla clinica di Nizza dieci minuti dopo che avete lasciato la caserma. Sapevamo che questo ragazzo stava seguendo i vostri spostamenti fin da Cagliari.»

«La scatola...» disse Assunta alzando il contenitore di latta. «C'è tutto qui, Capitano. La videocassetta, la matrice del passaporto... e la verità su chi è morta davvero in quel palazzo a Quartu.»

Il capitano prese il materiale con guanti di lattice. «Il dottor Aurelio Deiana è stato appena arrestato nella sua villetta a San Michele con l'accusa di strage, favoreggiamento reale, frode fiscale internazionale e sequestro di persona. La magistratura francese ha disposto il fermo della struttura sanitaria di Nizza dove Caterina Russo è ricoverata in fin di vita.»

Chantal alzò lo sguardo verso il capitano. «E mio marito? Nicola...»

«Il pubblico ministero ha firmato il decreto di scarcerazione per Nicola Russo,» rispose l'ufficiale con un leggero sorriso. «I riscontri emersi dalle perizie e le confessioni rese dalle intercettazioni ambientali dimostrano la sua totale estraneità all'omicidio. È un uomo libero, Signora.»

La parola libero echeggiò tra le rovine del casolare di San Sperate come una benedizione attesa da quasi un quarto di secolo.

Due ore dopo, la luce del sole splendeva alta sulla piazza della Repubblica a Cagliari. Assunta e Chantal attendevano davanti ai cancelli in ferro battuto del carcere di Uta.

La pesante porta di legno si aprì con un cigolio prolungato. Nicola ne uscì a passo lento. Indossava la giacca che Chantal gli aveva portato il giorno prima. Quando vide la madre e la moglie ferme nel piazzale, si bloccò per un secondo, come se temesse che quella libertà fosse soltanto l'ennesimo sogno destinato a svanire al risveglio.

Assunta mosse i primi passi verso di lui. Le gambe non le tremavano più. Il peso del cognome Russo, la vergogna e il dolore accumulati in vent'anni di silenzio si erano disciolti nella luce calda del mezzogiorno sardo.

«Nicola,» disse la madre allungando le braccia.

Il figlio corse verso di lei, crollando in un abbraccio liberatorio che unì tre generazioni sotto lo stesso cielo della Sardegna.

Ma mentre si stringevano lungo il perimetro della struttura carceraria, il telefono del capitano Russo – che li aveva scortati fino all'uscita – squillò nuovamente. L'ufficiale rispose, ascoltò per pochi secondi e la sua espressione ritornò cupa.

Si avvicinò alla famiglia Russo. «Signora Assunta... c'è un'ultima cosa che dobbiamo verificare. Beatrice Serra ha appena chiesto di parlare con lei prima di essere trasferita. Dice di avere una lettera d'addio che suo marito Santo le consegnò il giorno prima di morire. Una lettera indirizzata solo a lei.»

Assunta guardò suo figlio e sua nuora, sapendo che l'ultimo capitolo di quell'antica storia richiedeva di affrontare il fantasma di Santo Russo un'ultima volta.