Il Segreto dei Russo
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Il Segreto dei Russo

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Il click metallico della sicura disinnestata risuonò nel salotto come una frustata. Il dottor Deiana non fece un solo passo indietro; la sua espressione passò dalla fredda arroganza ad una rigida, calcolata severità. Assunta, posizionata tra i due uomini, sentì il respiro bloccarsi in gola. La pistola nelle mani di Nicola tremava leggermente, tradendo il tumulto interiore di un uomo giunto al limite della soprassedenza.

«Abbassa quell'arma, Nicola,» disse Deiana con tono imperioso, lo stesso che usava in sala operatoria per impartire ordini agli assistenti. «Non commettere un secondo errore giudiziario. Non sei un assassino, l'hai dimostrato vent'anni fa e non comincerai stasera davanti a tua madre.»

«Non sono più il ragazzino spaventato che hai manipolato a Quartu, Aurelio!» gridò Nicola, la voce rotta da una rabbia repressa per due decenni. «Mi hai fatto credere di avermi salvato la vita, mi hai legato a tua figlia, mi hai costretto a lavare il tuo denaro sporco nelle banche di Ginevra e Nizza! E per cosa? Per scoprire che la tanica di benzina non è mai stata distrutta, ma è rimasta nelle mani della famiglia di Caterina perché tu ti sei rifiutato di pagare la loro quota nell'affare dei terreni!»

Assunta guardò il figlio, poi il medico. La verità scendeva come una lama affilata su ogni certezza della sua vita. L'incendio non era stato solo un crimine di passione o di ricatto, ma il risultato di una faida per il controllo finanziario della città. E Nicola era stato la pedina sacrificabile, la merce di scambio perfetta.

«Pensi che Beatrice agisca da sola?» ribatté Deiana, facendo un passo lento verso il mobile bar. «Beatrice è solo il volto visibile di quello che resta del gruppo di Quartu. Se quel reperto finisce alla magistratura, non cadrò solo io. Tu andrai in prigione per omicidio volontario premeditato. Chantal perderà la casa, i tuoi figli cresceranno con il marchio del padre ergastolano. Vuoi davvero questo per la tua splendida famiglia?»

«La mia famiglia è costruita su una montagna di cenere e menzogne!» urlò Nicola.

Dal piano superiore si udì un grido soffocato, seguito dal pianto del piccolo Julien. Chantal apparve in cima alla scalinata di legno, il viso sbiancato dal terrore, le mani che stringevano i braccioli della ringhiera.

«Nicola! Mon amour, ti prego!» invocò la donna in francese, scendendo qualche gradino. «Riponi quella pistola! I bambini vi stanno sentendo!»

La vista della moglie e il pianto del figlio ebbero un effetto immediato su Nicola. La sua mano rallentò, la canna della pistola si abbassò di qualche centimetro. Fu in quel momento di debolezza che la figura scura vista precedentemente in giardino infranse del tutto il vetro della porta-finestra, irrompendo nella stanza con una violenza inaspettata.

Era un uomo alto, magro, con un giubbotto di pelle consunto e un cappello da baseball calato sugli occhi. In mano impugnava una chiave inglese pesante e un bustone di plastica nera.

«Nessuno si muova!» ringhiò l'intruso. L'accento era marcato, tipico del campidano profondo. Assunta lo riconobbe immediatamente nonostante gli anni trascorsi: era Gavino, il fratello minore di Caterina, un uomo noto a Quartu per la sua violenza e per i suoi trascorsi nelle carceri minorili.

«Gavino...» mormorò Deiana, mantenendo un'incredibile freddezza. «Vedo che Beatrice ha mandato il suo braccio armato.»

«Zitto tu, dottorino dei miei stivali!» sputò Gavino sul parquet verniciato. «Siamo stufi delle tue promesse. Trent'anni fa hai bruciato mia sorella e ti sei preso i terreni di San Benedetto e Quartu. Avete fatto ricchi i vostri figli mentre noi siamo rimasti nella fanga!»

Gavino lanciò il bustone di plastica ai piedi di Nicola. Dal sacco uscì un contenitore metallico arrugginito, corroso dal tempo e incrostato di terra secca: la tanica d'olio e carburante usata la notte del quattordici luglio. L'odore acre di idrocarburi vecchi e muffa si espanse immediatamente nell'aria elegante del salotto.

«Eccola lì,» disse Gavino con un sorriso privo di denti. «Le impronte del ragazzino sono ancora leggibili grazie al trattamento chimico che il vostro amico del laboratorio di polizia scientifica ha fatto prima di nasconderla. Abbiamo tutto. Abbiamo anche la lettera autografa di Santo Russo in cui ammette che il dottor Deiana gli ha ordinato di ripulire l'archivio.»

Assunta sentì il cuore fermarsi. Una lettera di Santo? Suo marito aveva lasciato una prova scritti?

«Santo... ha scritto una lettera?» chiese Assunta con voce tremante, muovendosi verso Gavino.

«Certo che l'ha scritta, vecchia mia!» rise Gavino. «Tuo marito non era stupido. Sapeva che Deiana lo avrebbe fatto fuori non appena le acque si fossero calmate. Ha lasciato la confessione a mia sorella prima che la casa andasse a fuoco. Ma mia sorella non ha fatto in tempo a usarla.»

Nicola fissava la tanica arrugginita ai suoi piedi. Il peso del passato era lì, materiale, tangibile, capace di distruggere ogni secondo della sua nuova vita in un istante. Guardò Chantal, che piangeva in silenzio sulle scale, poi guardò sua madre.

«Quanto volete?» chiese Nicola con voce morta, lasciando cadere la pistola sul divano. «Quanto volete per sparire per sempre?»

«Un milione non basta più,» rispose Gavino, avvicinandosi a Deiana e puntandogli la chiave inglese sotto il mento. «Vogliamo la proprietà dei terreni di Quartu, quelli dove stai costruendo il nuovo polo clinico privatizzato. Voglio le quote societarie intestati alla famiglia di mia sorella.»

«È impossibile,» disse Deiana senza piegare le ginocchia. «I terreni sono ipotecati con le banche svizzere. Se cambio la titolarità, scatta l'ispezione della Guardia di Finanza.»

«Allora il ragazzino va in galera stasera stessa!» urlò Gavino, tirando fuori un telefono cellulare dalla tasca. «Ho il numero del comando dei Carabinieri di Cagliari già composto. Un tasto e la tanica finisce sul tavolo del PM.»

Assunta guardò suo figlio. Nicola era distrutto, rassegnato, pronto ad accettare una condanna che considerava l'inevitabile punizione per un peccato giovanile. Ma Assunta vide qualcos'altro. Vide gli occhi del piccolo Julien che spiavano tra le sbarre della ringhiera in alto. Vide la vita di tre generazioni sull'orlo del baratro per colpa delle speculazioni di uomini senza scrupoli.

La vecchia signora Russo si erse in tutta la sua statura, scuotendo le spalle stanche.

«Aspetta, Gavino,» disse Assunta con una fermezza che fece voltare tutti i presenti. «Tu parli della lettera di Santo. Ma non sai cosa c'è scritto davvero in quel foglio, vero?»

Gavino la fissò confuso. «C'è scritta la verità! Che Deiana e tuo marito hanno pianificato tutto!»

«No,» rispose Assunta, muovendo un passo verso la tanica di plastica. «Santo non sapeva scrivere in italiano corretto. Non ha mai stilato una confessione di suo pugno in vita sua. Era analfabeta fino al giorno della sua morte. Chiunque abbia scritto quella lettera... l'ha falsificata. E io so esattamente chi è stato.»

I presenti trattennero il respiro. Deiana strinse i pugni lungo i fianchi, per la prima volta visibilmente teso.

Prima che Assunta potesse aggiungere un'altra parola, il suono delle sirene della polizia risuonò in lontananza, salendo rapido lungo la collina di San Michele, puntando dritte verso la villetta.