Il Segreto dei Russo
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Il Segreto dei Russo

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La stazione dei Carabinieri di via Nuoro a Cagliari emanava un odore persistente di disinfettante economico, carta stampata e caffè bruciato. Erano le quattro del mattino. Assunta sedeva su una sedia di metallo arrugginito lungo il corridoio del secondo piano, stringendo tra le mani una tazza di plastica tiepida che un giovane appuntato le aveva offerto per pietà.

Dalle porte a vetri smerigliati dell'ufficio del capitano giungevano voci concitate. Nicola era dentro da oltre tre ore. Chantal era seduta poco distante, con gli occhi gonfi di pianto, intenta a rassicurare per telefono la babysitter che accudiva i piccoli a casa. Il dottor Deiana, scortato dal suo avvocato di fiducia giunto in tutta fretta da un quartiere residenziale, era stato chiuso in una stanza adiacente per evitare qualsiasi contatto con il genere.

La porta dell'ufficio principale si aprì. Ne uscì un ufficiale sulla quarantina, il capitano Russo – un'incredibile omonimia che ad Assunta era suonata come un responso del destino – con il volto segnato dalla stanchezza.

«Signora Russo,» disse il capitano indicandole la sedia di fronte alla sua scrivania. «Può entrare. Suo figlio ha chiesto di vederla prima che venga trasferito al carcere di Uta per la convalida del fermo.»

Assunta si alzò a fatica. Le articolazioni le dolevano, ma la mente era lucida come non lo era da anni. Entrò nella stanza scura. Nicola era seduto con le mani congiunte sul tavolo di legno. Le manette non gli erano state messe, ma la sua postura tradiva la resa di chi ha smesso di fuggire.

«Mamma,» disse Nicola alzando lo sguardo. Per la prima volta dopo vent'anni, i suoi occhi non esprimevano quella freddezza distaccata che la aveva ferita a San Michele. C'era un ritorno d'umanità, una fragile vulnerabilità. «Ho raccontato tutto. L'incendio, i ricatti di Deiana, i conti in Svizzera. Tutto.»

«Hai fatto la cosa giusta, figlio mio,» disse Assunta accomodandosi di fronte a lui e prendendogli le mani. Le sue dita erano calde. «Ma non sei stato tu ad appiccare il fuoco. Il capitano lo sa?»

Il capitano si appoggiò al bordo della scrivania, sfogliando un fascicolo dai fogli ingialliti. «Signora, le dichiarazioni di suo figlio chiariscono molti aspetti dell'indagine che nel '94 fu archiviata troppo frettolosamente come incidente. Ma c'è un problema. La tanica sequestrata nel salotto reca effettivamente le impronte di Nicola. E la confessione scritta dal dottor Deiana non è sufficiente a scagionarlo dall'accusa di concorso in omicidio, a meno che non troviamo chi ha effettivamente bloccato la porta della cantina quella notte.»

«È stata Beatrice,» disse Assunta d'impulso, ricordando l'immagine della vecchia nel cortile. «O qualcuno legato a lei. L'ho vista fuori dalla villetta poco fa. Aveva un taccuino nero tra le mani!»

Il capitano scosse la testa. «Abbiamo fermato Beatrice Serra nei pressi della fermata degli autobus mezz'ora fa. Non aveva alcun taccuino. Dice di essersi trovata lì solo perché Gavino le aveva chiesto un passaggio. Nega qualsiasi coinvolgimento nel ricatto, sostiene che si trattava di un semplice pettegolezzo di paese finito male.»

Assunta avvertì una fitta al petto. Beatrice stava mentendo, e lo stava facendo con la maestria di chi ha protetto un segreto per tre decenni.

«Capitano,» intervenne Nicola, «Beatrice lavorava come collaboratrice domestica nello studio del dottor Deiana prima dell'incendio. Era lei che puliva gli uffici dove venivano redatti i contratti dei terreni di Quartu. Se c'è qualcuno che conosce la rete dei prestanome usati da mio suocero, è lei.»

«Le indagini sono appena iniziate,» replicò il capitano chiudendo la cartellina. «Il dottor Deiana sostiene che le accuse di suo figlio siano la reazione sconsiderata di un uomo affetto da squilibri psicologici, sommerso dai debiti personali. Dice che il denaro trasferito a Ginevra era destinato a investimenti medici legittimi. Senza prove documentali, sarà la sua parola contro quella di uno dei medici più stimati della regione.»

«Le prove esistono!» esclamò Assunta. «Mio marito Santo... prima di morire in ospedale, mi ha detto una frase che allora non compresi. Mi disse: 'Cerca sotto le pietre del forno a legna nella casa di campagna a San Sperate'. Io credevo stesse delirando per via della febbre alta... non ci sono mai andata!»

Nicola alzò di scatto la testa. «San Sperate? Papà aveva comprato quel rudere a metà degli anni Ottanta, ma disse di averlo venduto per pagare le mie tasse universitarie!»

«Non l'ha mai venduto,» disse Assunta, i ricordi che riaffioravano con una chiarezza dolorosa. «Le tasse fonderie continuavano ad arrivare a suo nome, ma erano coperte da bonifici automatici. Pensavo fosse una dimenticanza burocratica.»

Il capitano guardò Assunta con improvviso interesse. «San Sperate. La casa del forno. È ancora in piedi?»

«Non lo so,» ammise Assunta. «Non ci metto piede dal 1992. Ma se Santo ha nascosto qualcosa prima che Deiana lo facesse ricoverare nella sua clinica privata, è lì che dobbiamo cercare.»

«Ci andrò io con una squadra all'alba,» disse il capitano prendendo appunti su un blocco note. «Nel frattempo, signora Russo, le consiglio di non tornare a casa sua. Se questa storia coinvolge persone disposte a tutto per coprire reati finanziari da milioni di euro, la sua sicurezza è a rischio.»

«Verrà a casa mia,» disse Chantal, entrando nella stanza con passo deciso. «I Carabinieri metterranno una guardia all'ingresso della villetta a San Michele. I miei figli hanno diritto di conoscere loro nonna, e io ho il dovere di proteggere quel che resta di questa famiglia.»

Assunta guardò la nuora francese. Tra loro due, separate da estrazione sociale, cultura e anni di silenzio, si era formato un ponte invisibile fatto di dolore condiviso e desiderio di giustizia.

Mentre venivano sbrigate le pratiche per il trasferimento di Nicola, Assunta accompagnò Chantal verso l'uscita della caserma. La prima luce dell'alba stava tintingendo di rosa il cielo sopra il porto di Cagliari. Il maestrale era calato, lasciando spazio ad un'aria umida e pesante.

Mentre salivano sulla macchina di Chantal, il telefono cellulare di Assunta – uno strumento obsoleto che usava solo per le emergenze – squillò con un trillo stridulo.

Assunta esitò, poi rispose.

«Assunta?» la voce all'altro capo della linea era debole, rauca, accompagnata dal suono intermittente di un macchinario medico. Non era la voce di Beatrice, né quella di un estorsore.

«Chi parla?» chiese Assunta, il cuore che riprendeva a battere all'impazzata.

«Sono... sono Caterina,» disse la voce. «Caterina Russo. Non andare a San Sperate, Assunta. È una trappola. Ti stanno aspettando lì.»

La linea cadde con un fischio prolungato, lasciando Assunta pietrificata sul sedile del passeggero, mentre l'auto di Chantal s'immetteva nel traffico silenzioso della mattina.