Il silenzio all'interno dell'automobile era soffocante. Chantal guidava verso San Michele con entrambe le mani strette sul volante, lo sguardo fisso sulla strada ricoperta dalle prime luci arancioni dell'alba. Accanto a lei, Assunta fissava lo schermo nero del suo vecchio telefono cellulare, le dita rugose che tremavano in modo inarrestabile.
«Chi era, Assunta?» chiese Chantal, notando il pallore spettrale della suocera. «Sembri svenire. Era la caserma?»
Assunta impiegò diversi secondi prima di trovare la forza di parlare. «Ha detto... ha detto di essere Caterina Russo. La donna... la prima moglie di Santo. Quella che tutti credono bruciata viva nell'incendio del '94.»
Chantal frenò bruscamente al semaforo rosso di piazza San Benedetto, voltandosi verso di lei con gli occhi spalancati dal terrore. «Cosa? È impossibile! Mio padre... i giornali dell'epoca... il rapporto della polizia scientifica... tutti confermarono che i resti trovati nella cantina appartenevano a Caterina Russo!»
«Il corpo era sfigurato dalle fiamme,» mormorò Assunta, scavando nei ricordi di quel tragico estate. «L'identificazione avvenne solo tramite una perizia odontoiatrica... firmata personalmente da tuo padre, il dottor Deiana!»
Il puzzle di menzogne costruito intorno alla loro vita stava rivelando una voragine ancora più profonda. Se Caterina Russo non era morta in quell'incendio, di chi era il cadavere ritrovato tra le macerie del vicolo del Glicine? E perché la donna era rimasta in silenzio per ventotto lunghi anni, riapparendo solo ora attraverso una telefonata da un letto d'ospedale?
«Dobbiamo avvertire il capitano,» disse Chantal afferrando il proprio smartphone.
«No!» la bloccò Assunta mettendo la mano sul braccio della nuora. «Se il capitano sa della telefonata, manderà una pattuglia a tracciare la linea. Ci vorranno ore, e nel frattempo chiunque stia tenendo in vita Caterina potrebbe farla sparire di nuovo. E poi c'è la casa di San Sperate... la voce ha detto che è una trappola. Il capitano sta andando lì proprio adesso con i suoi uomini!»
Chantal guardò l'ora sul cruscotto: le sei e quindici. «Il capitano ha detto che sarebbe partito all'alba. Potrebbero essere già sul posto.»
«Dobbiamo andare a San Sperate prima che commettano un errore,» disse Assunta con una voce che non ammetteva repliche. «È lì che si trova la chiave di tutto. Tu torna dai ragazzi a San Michele, prendi un taxi per me...»
«Non se ne parla nemmeno,» la interruppe Chantal innestando la marcia non appena il semaforo diventò verde. «Mio marito è in una cella di isolamento per colpa dei crimini di mio padre. Non ti lascio andare da sola in un rudere abbandonato. I bambini sono con la baby-sitter e la casa è piantonata. Veniamo con te... o meglio, guidò io.»
L'automobile sfrecciò lungo la statale 131 in direzione nord, lasciandosi alle spalle il Golfo degli Angeli. Il paesaggio della pianura del Campidano sfilava rapido: campi di carciofi coperti di rugiada, uliveti secolari e vecchie fornaci di mattoni di terra cruda, i tipici ladiri sardi.
San Sperate era un paese famoso per i suoi murales e gli aranceti, situato a una ventina di chilometri da Cagliari. La casa di campagna che Santo aveva acquistato negli anni Ottanta si trovava alla periferia del centro abitato, in una zona di strade sterrate e poderi agricoli isolati.
Quando l'auto di Chantal svoltò nella via dei Mandorli, la strada si fece stretta e sconnessa. In fondo al viottolo, coperto da una vegetazione selvatica di fichi d'India e rovi, sorgeva un vecchio casolare a due piani con il tetto parzialmente crollato e le pareti di fango essiccato scrostate dal tempo.
Nessuna gazzella dei Carabinieri era visibile nei paraggi. Il capitano non era ancora arrivato, oppure aveva avuto un contrtempo burocratico.
«Aspettiamo qui in macchina,» suggerì Chantal con il fiato corto, spegnendo il motore.
«Non c'è tempo,» rispose Assunta aprendo la portiera. L'aria di campagna era fresca, impregnata dell'odore di terra umida e fiori d'arancio.
Le due donne avanzarono lungo il cortile invasato dalle erbacce. La porta d'ingresso del casolare pendeva dai cardini arrugginiti. Assunta varcò la soglia, facendosi strada tra macerie, mattoni spezzati e vecchi attrezzi agricoli coperti di ragnatele.
In fondo al piano terra, nell'antica cucina abbandonata, sorgeva un grande forno a legna in pietra vulcanica, con la bocca in mattoni rossi ancora intatta.
«I mattoni del forno...» disse Assunta ricordando le ultime parole di Santo.
Chantal tirò fuori dalla borsa una piccola torcia tascabile, illuminando la struttura. La base del forno era composta da grandi lastre di pietra scura posate su uno strato di malta deteriorata. Assunta si inginocchiò sul pavimento polveroso, senza curarsi di sporcare il vestito della festa. Sperimentò la stabilità di ciascuna pietra finché una delle lastre laterali non cedette con un leggero scricchiolio.
«Aiutami, Chantal!»
Lavorando insieme, le due donne riuscirono a sollevare la pesante pietra grezza. Sotto di essa non c'erano monete d'oro o mazzette di denaro, ma una scatola metallica sigillata con nastro adesivo da imballaggio impermeabile.
Assunta strappò il nastro con le dita tremanti e aprì il coperchio di latta. All'interno vi erano tre oggetti: una cassetta VHS senza etichetta, un quaderno d'ufficio coperto da una grafia rigida e... una matrice di passaporto rilasciata nel 1993 a nome di un'altra donna, ma recante la fotografia chiaramente riconoscibile di Caterina Russo.
«Mio Dio...» trasalì Chantal leggendo i dettagli sul passaporto. «È un documento svizzero valido... mia madre... mia madre si chiamava così prima di conoscere mio padre!»
Assunta congelò. «Cosa stai dicendo?»
Chantal fece un passo indietro, la torcia che tremava nella sua mano illuminando la copertina del quaderno d'ufficio. «Mia madre... la donna che mi ha cresciuto a Parigi... non era francese. È morta cinque anni fa di cancro. Mio padre mi ha sempre detto che si erano conosciuti a Nizza negli anni Ottanta... ma questo documento... la sua foto...»
Le tessere del mosaico si incastrarono con la brutalità di un'esplosione.
La donna bionda, la moglie francese che Deiana aveva dato a Nicola... non era una sconosciuta. Chantal era la figlia di Caterina Russo. Deiana non aveva solo salvato il proprio patrimonio; aveva preso la figlia della sua ex complice e amante, l'aveva cresciuta in Francia nascosta sotto una falsa identità, e poi l'aveva data in sposa al figlio dell'uomo che credeva di aver ucciso la madre!
Un incubo endogamico e finanziario orchestrato da un uomo privo di qualunque limite morale.
In quel momento, dal piano superiore del casolare si udì un calpestio lento di passi pesanti. Una voce maschile, non quella del capitano Russo, risuonò dall'oscurità del corridoio.
«Siete state molto brave a trovare la scatola, signore. Ma mio padre mi ha chiesto di assicurarmi che non lasciate mai questa stanza.»
Dalle scale sgangherate scese un uomo alto, sulla trentina, che Assunta non aveva mai visto prima. Somigliava in modo impressionante al dottor Deiana da giovane. Nella mano destra impugnava una tanica di plastica trasparente piena di liquido infiammabile, mentre con la sinistra giostrava con un accendino metallico.
Era il figlio segreto del chirurgo, il fratello che Chantal non aveva mai saputo di avere.






