Il Segreto dei Russo
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Il Segreto dei Russo

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La porta-finestra scivolò sui binari con un sibilo metallico, spezzando l'aria immobile del pomeriggio cagliaritano. L'odore profumato di buganvillea e terra bagnata lasciò il posto a un aroma sottile di caffè fresco e parquet lucidato. Nicola rimase sulla soglia, la figura imponente silhouette contro la luce calda del salotto. Non tese le braccia, né mostrò il minimo sobbalzo emotivo. I suoi occhi, identici a quelli del padre defunto, squadravano la madre con un'intensità che rasentava l'anatomico.

«Vieni dentro, mamma,» ripeté Nicola, facendo un passo indietro e indicando con la mano il corridoio. «Il vento di maestrale sta rinfrescando. Non è bene che ti fermi tra i cespugli a tua età.»

Assunta sentì le ginocchia cedere, ma l'orgoglio e un viscerale bisogno di risposte la spinsero in avanti. Varcò la soglia, muovendo passi incerti sul tappeto persiano. Le pareti della casa trasudavano un benessere composto: pareti dipinte di un tortora tenue, librerie in noce cariche di volumi rilegati in pelle, cornici d'argento che catturavano scorci di vita familiare. I due bambini, attratti dalla presenza della sconosciuta, si erano bloccati al centro della stanza. Il più grande tenne stretta la motrice del trenino di legno, mentre il piccolo si nascose dietro le gambe della madre bionda.

La donna avanzò con eleganza. Aveva lineamenti dolci, zigomi pronunciati e uno sguardo intriso di una comprensione silenziosa che turbò profondamente Assunta. Non sembrava sorpresi dalla comparsa dell'anziana donna; il suo atteggiamento ricordava quello di chi aspetta da anni un ospite inevitabile.

«Assunta,» disse la donna con una voce avvolgente, segnata da una delicata inflessione transalpina. «Sono Chantal. Nicola mi ha parlato molto di voi... di te. Loro sono Matteo e Julien.»

Le parole di Chantal caddero nel vuoto della mente di Assunta come pietre in un pozzo stagnante. Mi ha parlato molto di te. Dunque non era un fantasma del tutto cancellato, ma un elemento narrato, forse distorto, in una favola domestica costruita lontano da lei.

«Mi avevi detto che eri morto per il mondo, Nicola,» mormorò Assunta, ignorando il saluto della nuora e fissando il figlio negli occhi. «Hai cambiato nome, hai abbandonato tuo padre sul letto di morte, mi hai lasciato marcire in un bilocale con la sola compagnia dei debiti e di un bonifico anonimo. E ora trovo questo? Una vita da principe... mentre io pregavo ogni notte per la tua anima?»

Nicola non si scompose. Con un gesto impercettibile, fece cenno a Chantal di portare i bambini al piano superiore. La donna annuì, prese i piccoli per mano e, prima di salire le scale di legno, rivolse ad Assunta uno sguardo colmo di una strana pietà che accese in lei una scintilla di rabbia.

Rimasti soli nel vasto salotto, Nicola camminò lentamente verso il mobile bar. Versò due dita di liquore scuro in un bicchiere di cristallo e lo porse alla madre, che lo rifiutò con uno scatto rigido della mano.

«Niente è come pensi, mamma,» esordì Nicola, sedendosi su una poltrona di pelle marrone. «Il bonifico non era anonimo perché ti disprezzassi, ma per proteggerti. Chiunque tracciasse i miei movimenti finanziari non doveva risalire a te. Se fossi rimasto il Nicola Russo che conoscevi a Quartu, oggi saremmo entrambi sotto tre metri di terra. O peggio, chiusi in una cella.»

«Sotto terra? Ma di cosa stai parlando?» gridò Assunta, la voce incrinata dal dolore acumulato in vent'anni. «Il tuo passato era fatto di brutte compagnie, sì, di debiti al gioco, di quell'incendio maledetto al vicolo del Glicine! Ma tu hai scelto di fuggire! E spiegami... spiegami quella foto!»

Assunta allungò un indice tremante verso la parete. Le tre fotografie incorniciate in un unico passe-partout in legno scuro sembravano osservarli. La foto di suo marito Santo, con i baffi folti e lo sguardo serio dei muratori d'altrove; la foto di Assunta da giovane, con un vestito di pizzo bianco che ricordava vagamente il giorno del suo fidanzamento; e infine, la terza immagine. Quella donna dagli occhi di pece, le labbra sottili serrate in una linea severa, i capelli neri raccolti in uno chignon anacronistico.

Nicola fissò la terza fotografia. La sua espressione, per la prima volta, perse la fredda compostezza e lasciò trasparire una vena di cupa malinconia.

«Quella non è un'estranea, mamma,» disse a bassa voce, facendo una pausa prolungata che congelò il sangue nelle vene di Assunta. «Quella donna è la ragione per cui la nostra famiglia ha dovuto distruggersi. È la ragione per cui tuo marito non ti ha mai amata come meritavi, e il motivo per cui io ho dovuto smettere di essere tuo figlio.»

Assunta si accostò al quadro. La luce della lampada da terra illuminava i dettagli della foto in bianco e nero. La donna sconosciuta portava al collo un ciondolo d'argento a forma di lucertola, un amuleto sardo antico, una breva. Un brivido glaciale le corse lungo la spina dorsale: lei aveva visto quel ciondolo prima. Non nei suoi ricordi felici, ma tra gli affetti personali che suo marito custodiva sotto chiave in una scatola di latta sotto il letto, una scatola che era sparita la notte stessa dell'incendio di Quartu.

«Chi è?» pretese di sapere Assunta, voltandosi di scatto. «Chi è questa donna, Nicola? Rispondimi!»

Nicola si alzò dalla poltrona. Camminò verso la porta-finestra che dava sul giardino posteriore, dove le ombre della sera stavano inghiottendo i cespugli di limone.

«Quella donna si chiamava Caterina Russo,» disse Nicola con tono solenne. «Era la prima moglie di mio padre. La donna che tutti credevano morta prima che lui conoscesse te. La donna che non è mai morta... finché qualcuno non le ha dato fuoco in quel palazzo a Quartu.»

La stanza sembrò oscillare. Il soffitto e il pavimento parvero avvicinarsi per schiacciare Assunta. Santo... sposato prima di lei? Una prima moglie? E l'incendio... l'incendio del vicolo del Glicine non era stato un incidente provocato da una stufa difettosa come la polizia aveva archiviato?

«Tu... tu stai mentendo!» urlò Assunta, afferrando il bracciolo della poltrona per non cadere. «Mio marito era un uomo d'onore! Mi ha sposata in chiesa a ventidue anni! Non c'era nessun'altra!»

«Ti ha usata, mamma,» replicò Nicola senza pietà, sebbene il suo sguardo tradisse una stretta al cuore. «Sei stata la sua copertura perfetta. Una ragazza semplice, senza famiglia, facile da manipolare. Tu non eri la Signora Russo. Tu eri la maschera che copriva i peccati di Santo Russo e le speculazioni del dottor Deiana.»

Assunta scosse la testa violentemente, chiudendo gli occhi nel tentativo di cancellare quelle parole tossiche. Ma il nome del dottor Deiana riemerse nella sua memoria con una spaventosa chiarezza. Il chirurgo. L'uomo che aveva firmato il certificato di morte di Santo in ospedale. L'uomo che possedeva mezza Quartu e che aveva acquistato i terreni bruciati del vicolo del Glicine per una miseria.

«Se è così...» balbettò Assunta, aprendo gli occhi, «perché Beatrice vi ha visti? Perché ti chiama ancora con il nostro nome? E perché mi ha detto che sei stato tu ad uscire dalla villetta del dottor Deiana?»

Nicola si voltò lentamente. Un sorriso amaro gli increspò le labbra. Si avvicinò alla madre fino a trovarsi a pochi centimetri dal suo viso.

«Beatrice non lavora per il destino, mamma. Beatrice è stata pagata per farti venire qui. E il dottor Deiana... beh, il dottor Deiana non è un estraneo per noi. È il padre di Chantal. E stasera è atteso qui per cena.»

In quel preciso istante, il suono sordo di un clacson risuonò dal vialetto d'ingresso. Una berlina nera dalle lucide modanature entrò nel raggio di luce dei lampioni esterni. Le ruote sgranocchiarono la ghiaia fine con un rumore sinistro. Nicola guardò verso la porta d'ingresso, poi fissò Assunta con un'espressione indecifrabile.

«È arrivato,» disse Nicola a bassa voce. «Ma prima che lui entri, c'è un'ultima cosa che devi sapere su quella notte a Quartu, mamma. Una cosa che riguarda la mano che ha appiccato il fuoco.»

Nicola fece un passo verso la porta, lasciando Assunta paralizzata dal terrore nel mezzo della stanza, mentre i passi pesanti del dottor Deiana risuonavano già sul portico d'ingresso.