Le scintille scaturite dai monitor esplosi riempirono il laboratorio sotterraneo di una luce accecante e azzurrina. L'impulso elettromagnetico generato dalla chiave master di Vance Mandò in cortocircuito non soltanto gli schermi di controllo, ma anche le armi elettroniche e i visori tattici delle due guardie della Aethelgard.
Nel caos di luce e fumo, Marco non perse un istante. Si lanciò contro la prima guardia colpendola con un pugno devastante al volto, sfruttando l'effetto sorpresa. Io sparai due colpi alla spalla della seconda guardia, disarmandola prima che potesse riorganizzarsi.
– «Elena! La capsula!» urlo Marco mentre immobilizzava il suo avversario a terra.
Corsi verso la capsula di vetro centrale. I bracci meccanici automatizzati si erano bloccati a pochi millimetri dalla pelle della schiena di Beatrice, congelati dal corto circuito del sistema. Ma le spie di emergenza rosse sul pannello della capsula indicavano che il livello di ossigeno all'interno stufava calando rapidamente.
– «Beatrice! Copriti il viso!» gridai.
Afferrai un estintore a anidride carbonica appeso alla parete e colpii con tutta la forza che avevo in corpo il vetro temperato della capsula. Al terzo colpo, il vetro si frantumò in mille pezzi con un fragore sordo.
Infilai le mani all'interno, sganciai rapidamente le cinghie di sicurezza che bloccavano i polsi e le caviglie della bambina e la tirai fuori tra le mie braccia. Beatrice si strinse al mio collo; il suo corpo minuscolo tremava, ma nei suoi occhi non c'era pianto, solo una sconfinata lucidità.
– «Il pane non si è bruciato», sussurrò la bambina al mio orecchio, appoggiando la testa sulla mia spalla. «Sei arrivata in tempo, Elena.»
– «Ti ho promesso che ti avrei salvata, tesoro», risposi stringendola forte a me e asciugandole le gocce di condensa dal viso.
Marco ci raggiunse, trafelato e ferito, ma con un'espressione di immenso sollievo sul volto. – «Dobbiamo uscire di qui. L'impulso elettromagnetico ha disattivato la sicurezza, ma ha anche innescato il protocollo di autocombustione chimica dei campioni biologici!»
Un allarme sonoro ad alta frequenza cominciò a risuonare nel laboratorio: ATTENZIONE: ELIMINAZIONE REPERTI BIOLOGICI IN CORSO. EVACUARE IL LIVELLO -3 ENTRO 180 SECONDI.
Dai tubi a soffitto cominciò a fuoriuscire un liquido trasparente e altamente infiammabile che a contatto con le scintille dei quadri elettrici prese subito fuoco, creando barriere di fiamme azzurre lungo i corridoi del laboratorio.
– «Da questa parte!» indicò Marco, guidandoci verso una porta d'emergenza secondaria che dava accesso al vecchio condotto fognario dell'edificio rinascimentale.
Spingemmo la porta e ci lanciammo all'interno del tunnel di pietra mentre le fiamme divoravano definitivamente il laboratorio sotterraneo dell'Aethelgard, distruggendo decine di provette, server e documenti incriminanti.
Camminammo nell'oscurità del condotto fognario per oltre venti minuti, guidati solo dalla luce flebile della mia torcia d'ordinanza, ascoltando il rimbalzo dell'acqua sopra le nostre teste. Il Fersina e la pioggia di Trento continuavano a scorrere sopra di noi, come a voler lavare via le nefandezze di quel luogo maledetto.
Emergemmo infine da un chiusino metallico situato all'interno del parco pubblico di Piazza Dante, a poche centinaia di metri dalla stazione ferroviaria centrale di Trento. La pioggia all'esterno stufava finalmente diminuendo d'intensità, trasformandosi in una foschia sottile e gelida che avvolgeva la città alle prime luci dell'alba.
Ci rifugiammo all'interno di un bar abbandonato vicino alla stazione per riprendere fiato. Marco si accasciò contro una sedia, il viso bianco come la cera. La sua spalla richiedeva cure mediche immediate prima che subentrasse un'infezione sistemica o un collasso per perdita di sangue.
– «Elena... ascoltami», disse Marco a fatica, guardandomi con occhi stanchi. «Abbiamo salvato Beatrice, ma non abbiamo distrutto la testa del serpente. Valerio Rossi è ancora nello studio della sua villa. Ha coperture politiche a Roma e in magistratura. Se non rendiamo pubbliche le prove prima che lui ricostruisca la sua versione dei fatti, veniamo incriminati noi per rapimento di minore, duplice omicidio e tradimento.»
– «Ma i server del laboratorio sono andati bruciati!» dissi io disperata. «La chiave master ha distrutto tutto! Non abbiamo più le prove fisiche degli esperimenti e dei delitti di mio zio!»
In quel momento, la piccola Beatrice si fece avanti. Si tolse la piccola scarpa sinistra, staccò la soletta interna di gomma ed estrasse una scheda di memoria MicroSD ultra-compatta sigillata in una pellicola di plastica impermeabile.
– «Papà Julian mi ha detto che se il laboratorio bruciava, dovevo dare questo piccolo pezzo di plastica al giornale più grande della città», disse Beatrice consegnandomi la scheda di memoria. «Qui dentro ci sono i video degli esperimenti, le firme di tuo zio Valerio e la lista dei bambini che sono stati usati prima di me.»
Guardai la MicroSD tra le mie mani tremanti. Julian Vance non era soltanto un architetto che aveva cercato di redimersi; era stato un uomo che aveva pianificato ogni singolo dettaglio della sua vendetta e della salvezza di Beatrice per anni!
– «Marco... ce l'abbiamo», mormorai con le lacrime agli occhi. «Abbiamo tutto quello che serve per distruggerli.»
– «Non basta un giornale locale, Elena», disse Marco rialzandosi a fatica. «Se mandiamo questo file a un giornale di Trento, Rossi lo intercetterà prima della stampa. Dobbiamo inviarlo direttamente alla Procura Generale della Repubblica a Roma e alla Procura Militare, bypassando ogni giurisdizione locale!»
Ma proprio mentre stavo per inserire la MicroSD nel lettore del mio tablet di servizio per iniziare la trasmissione crittografata, il grande schermo della televisione appesa sopra il bancone del bar abbandonato — ancora collegato alla rete elettrica locale — si accese improvvisamente su un'edizione straordinaria del telegiornale regionale.
Sullo schermo comparve il volto di mio zio, il Procuratore Capo Valerio Rossi.
Indossava un abito scuro ed era circondato dai microfoni dei giornalisti davanti al comando provinciale dei Carabinieri. La sua espressione era il ritratto del dolore e della fermezza istituzionale.
– «...comunico con profondo dolore», stava dicendo Rossi alle telecamere, «che l'operatrice del 112 Elena Rossi e il Maresciallo Marco Moretti sono stati ufficialmente dichiarati elementi deviatari appartenenti a una cellula eversiva armata. Hanno rapito la piccola Chloe e ucciso l'architetto Vance. Invito tutta la popolazione a segnalare avvistamenti. Sono considerati armati e spaventosamente pericolosi. C'è l'ordine di fare fuoco in caso di resistenza!»
Marco ed io ci guardammo negli occhi. La trappola si era chiusa perfettamente. Non eravamo più due poliziotti in cerca di giustizia: eravamo i latitanti più ricercati d'Italia.






