IL SEGRETO SOTTO LA PIOGGIA DI TRENTO
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IL SEGRETO SOTTO LA PIOGGIA DI TRENTO

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Il gas rossastro cominciava a bruciare negli occhi e nella gola come acido puro. L'istinto di sopravvivenza pretese il controllo del mio corpo: mi lanciai sul pavimento scivoloso spingendomi con le forze della disperazione sotto la paratia d'acciaio bloccata a mezzo metro da terra.

Marco mi seguì a ruota. Essendo più pesante ed essendo ferito alla spalla, rimase incastrato per un secondo angoscioso mentre il margine inferiore della porta d'acciaio continuava a calare centimetro dopo centimetro sotto la spinta dei pistoni idraulici.

– «Marco! Dai!» urlai afferrandolo per la giacca e tirandolo con tutte le mie forze.

Con un colpo di reni sovrumano e un grido di dolore, Marco riuscì a liberarsi un istante prima che la paratia si chiudesse definitivamente con un impatto metallico che fece tremare il pavimento. Rimandammo a terra nel corridoio, tosse e respiro affannoso per il gas inalato nei polmoni.

All'interno dello studio sigillato, attraverso il vetro blindato antiproiettile della parete divisoria, potemmo vedere Valerio Rossi che ci fissava con la maschera antigas sul volto. Fece un cenno con la mano, come per salutarci, e poi si voltò verso il suo terminale per digitare l'ordine definitivo di distruzione del laboratorio sotterraneo una volta completata l'estrazione biologica.

– «Dobbiamo... dobbiamo andare alla facoltà abbandonata», rantolò Marco rialzandosi a fatica e tenendosi il fianco. «Hanno portato Chloe lì. L'estrazione del midollo è iniziata!»

Non avevamo un secondo da perdere. Se le parole di Rossi erano vere, la piccola Beatrice aveva soltanto pochissimi minuti prima che la procedura automatizzata le tolse la vita.

Uscimmo dalla villa spaccando la vetrata della serra e corremmo verso la nostra auto. Il temporale aveva raggiunto una violenza inaudita: lampi accecanti illuminavano a giorno la valle dell'Adige, seguiti da boati di tuono che sembravano far tremare le montagne circostanti.

Salii al volante. Le mie mani tremavano sull'impugnatura della chiave di accensione, ma la rabbia e il senso di colpa per aver fidato per anni nell'assassino di mio padre mi diedero una carica d'adrenalina pura. Sfrecciammo giù dai tornanti di Sopramonte a velocità folle, tagliando le curve e rischiando più volte di finire fuori strada.

– «Marco, guarda la chiave che ci ha dato Chloe», dissi mentre guidavo. «Vance ha detto che la chiave apre la stanza del ferro al livello -3. Ma Rossi ha detto che serve un'autorizzazione Alpha per fermare il processo automatizzato!»

Marco tirò fuori dalla tasca la chiave d'acciaio che avevamo recuperato dall'orsetto di peluche della bambina. La esaminò sotto la luce debole del cruscotto.

– «Non è solo una chiave meccanica, Elena», disse Marco notando un piccolo chip dorato incastonato sul retro dell'impugnatura d'acciaio. «È un passepartout crittografico biometrico! Vance non ha solo progettato la sicurezza dell'edificio... ha creato una backdoor nel sistema hardware prima di fuggire cinque anni fa! Questa chiave non serve solo ad aprire la porta... è l'unica cosa in grado di resettare il server centrale dell'Aethelgard!»

In quindici minuti rocamboleschi raggiungemmo il centro storico di Trento. L'edificio dell'ex facoltà di Biologia si ergeva come un gigante nero tra i vicoli antichi della città. L'ingresso principale era sbarrato da pesanti assi di legno e catene arrugginite, e un cartello di cantiere recitava "Area Sottoposta a Sequestro Giudiziario".

Parcheggiammo nel vicolo posteriore. Usando un piede di porco recuperato nel bagagliaio dell'auto, Marco forzò la griglia di ventilazione che dava accesso ai sotterranei dell'edificio.

Ci calammo all'interno. L'aria era stantia, viziata, impregnata di muffa e da un forte odore di disinfettante chimico. Accendemmo le nostre torce tattiche, muovendoci nel buio totale.

Scendemmo le prime rampe di scale in cemento armato. Livello -1: Laboratori didattici. Vuoti, banchi coperti di polvere e vecchi vetrini rotti. Livello -2: Archivi biologici. Scaffali metallici arrugginiti e faldoni marciti dall'umidità.

Giungemmo infine davanti a un'imponente porta blindata d'acciaio che sbarrava l'accesso all'ultimo rampa di scale. Sopra la porta, una targa metallica recitava: Livello -3 – Accesso Riservato Personale Autorizzato.

Accanto alla porta c'era un pannello di controllo elettronico con un lettore digitale. La spia luminosa lampeggiava di rosso sanguigno, e sul piccolo display al plasma compariva un conteggio alla rovescia:

PROCEDURA ESTRAZIONE MIDOLLO BIOMETRICO: 03 MINUTI e 12 SECONDI AL COMPLETAMENTO.

– «Siamo in ritardo!» gridai disperata.

Marco prese la chiave d'acciaio e la inserì con forza nella fessura meccanica situata sotto lo schermo digitale del lettore.

Per due secondi angosciosi non successe nulla. Poi, il display lampeggiò violentemente, la luce rossa diventò verde arancione e un segnale acustico stridulo risuonò nel corridoio silenzioso.

CHIAVE MASTER BACKDOOR RICONOSCIUTA – ARCHITETTO VANCE. SBLOCCO DI EMERGENZA IN CORSO.

I pesanti pistoni idraulici della porta blindata si ritrassero con un sibilo metallico. La porta d'acciaio si aprì lentamente di pochi centimetro, rivelando un corridoio illuminato da luci al neon bianchissime e sfarfallanti.

Entrammo a armi spianate nel cuore segreto dell'Aethelgard.

Il laboratorio sotterraneo era una struttura avveniristica, completamente in contrasto con le rovine d'epoca dell'edificio soprastante. Al centro della stanza principale c'era una grande capsula cilindrica di vetro e acciaio, collegata a decine di tubi flessibili e monitor medici.

All'interno della capsula, assicurata a un lettino inclinato da fasce contenitive, c'era la piccola Beatrice. Una serie di bracci meccanici automatizzati dotati di aghi di precisione si stavano muovendo lentamente verso la schiena della bambina!

– «Beatrice!» urlai correndo verso la capsula.

Ma prima che potessi fare un altro passo, due guardie armate in tuta biologica emersero dai lati del laboratorio con i fucili d'assalto puntati contro di noi!

– «Fermi o la spariamo in testa!» gridò una delle guardie.

In quel preciso istante, la piccola Beatrice alzò la testa all'interno della capsula. I suoi occhi incrociarono i miei attraverso il vetro spesso.

La bambina non urlò. Si limitò a sussurrare tre parole che rimbombarono negli altoparlanti interni del sistema di monitoraggio:

– «Elena... spegni il pane.»

E la chiave che Marco aveva inserito nel pannello esterno cominciò a surriscaldarsi, emettendo una scarica ad alta frequenza che fece esplodere tutti i monitor del laboratorio in una tempesta di scintille!