Il sangue macchiò rapidamente la camicia chiara del Maresciallo Marco Moretti. Il dolore lo piegò in due, ma la sua presa sulla pistola d'ordinanza non cedette. Con un ruggito di rabbia, Marco esplose due colpi dal basso verso l'alto. I proiettili impattarono contro il giubbotto antiproiettile dell'aggressore, spingendolo all'indietro ed energicamente fuori dalla porta della stanza.
– «Elena... prendi la bambina e scappa dal retro!» urlò Marco, cercando di rialzarsi mentre si stringeva la spalla ferita. «Ora! Non c'è tempo!»
Non c'era spazio per l'esitazione. Afferrai Chloe per la mano; la sua pelle era incredibilmente fredda, ma la bambina non opponeva alcuna resistenza. Correva al mio fianco come un automa, senza emettere un solo lamento o un respiro affannato. Superammo la dottoressa Nardi, paralizzata dal terrore nell'angolo della stanza, e ci lanciammo lungo il corridoio di servizio che portava alle uscite d'emergenza posteriori della struttura.
Dietro di noi echeggiarono altri spari silenziati, seguiti dal rumore di vetri infranti. La struttura protetta era sotto attacco da parte di un commando ben addestrato. Chissà quanti erano. Come avevano fatto a rintracciare la bambina così in fretta? Il test del DNA era stato inserito nel database centrale soltanto un paio d'ore prima! Questo significava una sola cosa: c'era una talpa all'interno della Questura o del sistema informatico del Ministero.
Spinsi la porta d'emergenza ed emergemmo nella pioggia battente del parco retrostante. L'aria fredda della notte ci colpì in pieno volto. Trascinai Chloe verso l'auto di servizio parcheggiata nel viale laterale. La caricai sul sedile posteriore, mi misi al volante e accesi il motore senza attivare le sirene o i lampeggianti. Sbancai la recinzione del cancello di servizio e ci immettemmo a folle velocità sulla strada provinciale verso il centro di Trento.
Guardai nello specchietto retrovisore. Due fari xeno ad altissima luminosità comparvero dietro di noi, tagliando l'oscurità e la pioggia. Un SUV nero grande e pesante stava guadagnando terreno a velocità spaventosa.
– «Resta giù, Chloe!» urlai, mentre premendo a tavoletta sull'acceleratore facevo sbandare l'auto lungo i tornanti bagnati.
La bambina non si sdraiò. Invece, si voltò a guardare il veicolo che ci inseguiva, la sua espressione era priva di qualsiasi traccia di panico. – «Loro non vogliono fare del male a te, Elena», disse con una voce stranamente matura. «Vogliono solo riprendere la chiave. Ma la chiave non è nella mia testa. La chiave è nella stanza del ferro.»
– «Cos'è la stanza del ferro, Chloe? Dimmelo!» gridai, lottando contro il volante mentre l'auto rischiava di sbandare sull'asfalto viscido.
– «È dove il pane non brucia mai», rispose la bambina. «Dove il papà vero mi ha nascosta quando gli uomini con i camici bianchi hanno bruciato l'altra bambina.»
Le mie mani congelarono sul volante. L'altra bambina. Il test del DNA non aveva mentito sulla biologia, ma la verità storica era ancora più aberrante di quanto potessimo immaginare. Cinque anni fa, nel rogo di Riva del Garda, non era morta Beatrice Valenti. Era stata sostituita da un altro corpo per simulare la sua morte, mentre la vera Beatrice era stata nascosta ed utilizzata per qualche scopo tremendo!
Il SUV ci speronò dal lato posteriore destro. Il violentissimo impatto fece sbandare la nostra volante, che finì contro il guardrail con uno stridio assordante di lamiera stracciata. L'airbag non si aprì, ma la botta mi fece battere la testa contro il montante del finestrino. Per un attimo, la vista mi si appannò e una striscia di sangue caldo cominciò a scendermi lungo la tempia.
Il SUV si fermò a pochi metri da noi, sbarrandoci la strada. Le portiere dell'imponente veicolo si aprirono e tre uomini armati scesero nell'oscurità.
In quel preciso istante, un roaring assordante di sirene squarciò la notte. Tre gazzelle dei Carabinieri e una seconda pattuglia della Polizia spuntarono dall'incrocio sottostante a sirene spiegate. Marco, nonostante la ferita, era riuscito a lanciare l'allarme generale prima che la sua radio venisse distrutta.
Gli uomini incappucciati valutarono la situazione in un frazione di secondo. Non potevano permettersi uno scontro a fuoco aperto con le forze dell'ordine nel mezzo della strada. Risalirono sul SUV e fecero un'inversione a U a ruote fumiere, scomparendo nella nebbia verso l'autostrada A22.
I colleghi arrivarono sul posto sbarrando l'area. Venne prestato il primo soccorso a me e a Marco, il quale arrivò poco dopo su un'ambulanza, con la spalla fasciata ma rifiutandosi categoricamente di farsi ricoverare in ospedale prima di aver chiarito la situazione.
– «Dobbiamo sparire dal sistema ufficiale», mi sussurrò Marco quando fu vicino all'auto. «Se c'è una soffiata interna, ogni mossa che facciamo viene tracciata. Se portiamo la bambina in una caserma o in un ospedale, quelli tornano e stavolta non falliranno.»
Ci rifugiammo in un vecchio appartamento di proprietà della famiglia di Marco nella città vecchia di Trento, un luogo non registrato negli archivi di servizio. Portammo con noi solo un computer portatile non tracciabile e il foglio lasciato da Chloe con le coordinate geografiche.
Digitai le coordinate su un software satellitare protetto: 46.0678° N, 11.1211° E
Il punto rosso sul monitor si posizionò esattamente nel cuore del centro storico di Trento, sotto il pavimento di un antico palazzo rinascimentale a pochi passi dal Castello del Buonconsiglio. Un edificio che fino a dieci anni prima ospitava una sede distaccata della facoltà di Scienze Biologiche, prima di essere ufficialmente abbandonato e sigillato per problemi strutturali.
– «La stanza del ferro», mormorò Marco, osservando la mappa. «Il palazzo ha tre livelli sotterranei. Il livello -3 era un bunker d'epoca bellica convertito negli anni '90 in un laboratorio ad alta sicurezza per la conservazione di materiali biologici chimici.»
– «Ed è lì che Julian Vance ha lavorato come architetto per la ristrutturazione dell'edificio dodici anni fa», aggiunsi io trovando un vecchio documento d'archivio. «Vance non era il padre di Chloe, ma era l'uomo che aveva progettato le strutture di sicurezza del laboratorio sotterraneo!»
Ci voltammo verso la bambina. Chloe era seduta sul divano dell'appartamento. Tra le mani teneva il suo orsetto di peluche. Con una lentezza deliberata, la bambina infilò le dita sottili all'interno di una cucitura strappata della pancia del pupazzo ed estrasse un piccolo oggetto metallico.
Era una vecchia chiave d'acciaio con un'impugnatura pesante, sulla quale era inciso un unico simbolo: un serpente stilizzato avvolto attorno a un microscopio.
– «Papà Julian mi ha detto che se il pane si rompe, la chiave apre la porta dove dormono i bambini senza nome», disse la bambina guardandoci negli occhi. «Elena... ti prego, andiamo lì. Lì c'è il mio vero nome.»
Marco si passò una mano sul viso segnato dalla fatica e dal dolore della ferita. – «Dobbiamo andare lì stasera stessa. Sotto la pioggia, prima che la talpa in questura capisca dove siamo diretti.»
Ma mentre ci preparavamo ad uscire, il mio telefono privato — il cui numero era conosciuto solo da pochissime persone — cominciò a vibrare sulla scrivania. Sul display comparsi la scritta: Chiamata Anonima.
Risposi ponendo il viva voce.
Dall'altro capo del filo si udì un respiro affannato, intervallato dal suono di pioggia e da un sibilo metallico.
– «Elena Rossi... ascoltami bene se vuoi rimanere viva», disse una voce maschile roca e spezzata. «Sono Julian Vance. Non andate al livello -3. È una trappola che hanno attivato tre ore fa. Se inserite quella chiave nella serratura... distruggerete l'unica prova che può incriminare i vertici del progetto 'Genesi'.»
– «Vance?! Dove sei?» gridai verso il microfono.
– «Sono nel posto dove tutto è iniziato... e sto sanguinando. Venite al vecchio ponte sul Fersina. Venite soli, o la bambina non saprà mai perché è stata creata!»
La linea cadde improvvisamente. Fuori, il tuono rimbombò di nuovo, e la pioggia si trasformò in una grandine sottile che picchiettava sui vetri come mille aghi d'acciaio...






