IL SEGRETO SOTTO LA PIOGGIA DI TRENTO
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IL SEGRETO SOTTO LA PIOGGIA DI TRENTO

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La pioggia si era trasformata in una morsa di ghiaccio e fango mentre l'auto non contrassegnata di Marco scivolava lungo le strade buie che costeggiavano il torrente Fersina. L'acqua del torrente era in piena, un fiume di fango scuro che ruggiva rabbioso sotto i ponti di pietra della città. Le luci dei lampioni si riflettevano sulle chiazze d'olio e sulle pozzanghere come occhi gialli e malevoli.

Marco guidava con la mano sinistra, tenendo il braccio destro bloccato contro il busto da una fascia improvvisata. Il suo viso era pallido per la perdita di sangue, ma lo sguardo rimase fermo sul parabrezza.

– «Non mi fido di Vance», disse Marco rompendolo il silenzio della vettura. «Un uomo che abbandona una bambina di sette anni lasciandola da sola per giorni con un tostapane scassato non è un eroe, Elena. È un uomo che sta cercando di salvarsi la pelle.»

– «O è un uomo che non aveva altra scelta», replicai, osservando Chloe dal retrovisore. La bambina era immobile, lo sguardo fisso fuori dal finestrino mentre guardava le gocce d'acqua scivolare sul vetro. «Vance ha lasciato indicazioni precise per far sì che la bambina chiamasse il 112. Sapeva che le forze dell'ordine sarebbero intervenute. Ma soprattutto, ha custodito questa bambina per cinque anni spacciandola per sua figlia. Perché?»

Siamo arrivati nei pressi del vecchio ponte di ferro in disuso, una struttura arrugginta della prima guerra mondiale che scavalcava il Fersina in una zona industriale dismessa alla periferia sud di Trento. L'area era immersa nell'oscurità più profonda, circondata da scheletri di vecchie fabbriche di mattoni e cumuli di rottami abbandonati.

Spegnemmo i fari. Il silenzio della notte era rotto solo dal fragore dell'acqua del torrente e dal rumore battente della pioggia sul tetto di lamiera dell'auto.

– «Elena, resta nell'auto con la bambina», ordinò Marco impugnando la pistola con la mano sinistra. «Vado avanti io a perlustrare.»

– «In quelle condizioni non ce la farai mai da solo, Marco!» protestai. «Andiamo insieme. Chloe resta chiusa dentro la macchina con la sicura inserita.»

Guardai la bambina. – «Chloe, promettimi che non uscirai da qui per nessun motivo.»

La bambina mi fissò, poi annuì lentamente. – «Papà Julian è sotto il ponte. Sento il suo odore. Puzza di tabacco e di paura.»

Uscimmo dall'auto affrontando la furia della tempesta. L'acqua ci inzuppò i vestiti nel giro di pochi secondi. Ci muovemmo con cautela tra le erbacce alte e le strutture di ferro arrugginito che portavano sotto le campate del ponte. L'odore di umidità, muffa e ferro bagnato era soffocante.

Sotto la seconda campata del ponte, protetta parzialmente dalla pioggia, scorgemmo una figura accasciata contro un pilastro di cemento.

– «Vance! Polizia! Mani in vista!» gridò Marco puntando la torcia.

La sagoma si mosse appena. La luce della torcia illuminò il volto di un uomo sulla cinquantina, con i capelli grigi impregnati d'acqua e il viso scavato. Indossava un cappotto scuro inzuppato di sangue all'altezza dell'addome. Si teneva una mano stretta sulla ferita, mentre con l'altra si appoggiava disperatamente al cemento.

– «Siete... siete venuti», rantolò Julian Vance, la voce ridotta a un soffio metallico. «Avete portato la bambina?»

– «La bambina è al sicuro», risposi avvicinandomi per prestargli soccorso. «Chi ti ha fatto questo, Vance? E cos'è il progetto 'Genesi'?»

Vance cacciò un tosse dolorosa, sputando sangue sulle pietre bagnate. – «Non c'è tempo... Loro sanno che ho parlato. La talpa... la talpa non è in Questura. La talpa è nella Procura di Trento... È il procuratore capo, Valerio Rossi...»

Il mio cuore si fermò per un secondo. Valerio Rossi era mio zio. L'uomo che mi aveva spinta ad entrare in polizia tenendomi sotto la sua ala protettiva da quando mio padre era morto.

– «No... non è possibile», mormorai facendo un passo indietro. «Mio zio no!»

– «Tuo zio è il presidente del consiglio d'amministrazione dell'Istituto 'Aethelgard'», disse Vance stringendomi il risvolto della giacca con le ultime forze rimaste. «Cinque anni fa, Aurelio Valenti e sua moglie avevano scoperto che la società stava conducendo esperimenti illegali di clonazione ed editing genetico su embrioni umani nei laboratori sotterranei di Trento. Quando Valenti minacciò di denunciare tutto alla magistratura internazionale, orchestrarono l'incidente d'auto. Ma io... io ero l'architetto che aveva costruito le vie di fuga del laboratorio. Ho salvato Beatrice quella notte. Ho sostituito il suo corpo con quello di un feto sintetico del laboratorio per coprire le mie tracce!»

– «Perché l'hai tenuta con te per cinque anni?» chiese Marco, ricaricando l'arma con difficoltà.

– «Perché Beatrice non è una bambina normale!» gridò Vance con le lacrime che si mescolavano al sangue sul suo volto. «Beatrice è l'unico successo genetico del progetto Genesi! Il suo DNA contiene la sequenza di mappatura biologica che permette la rigenerazione cellulare accelerata! È la ragione per cui la società vale miliardi di euro sul mercato nero della medicina genetica! Io volevo proteggerla... ma due settimane fa mi hanno trovato. Sapevo che sarei morto. Così ho tagliato quel cavo del tostapane... sapendo che la chiamata al 112 sarebbe finita sulla tua scrivania, Elena! Sapevo che tu eri l'unica persona pulita in quella maledetta città!»

Un raggio laser rosso squarciò l'oscurità sotto il ponte, fissandosi esattamente sul petto di Julian Vance.

– «A terra!» urlò Marco.

Un singolo sparo di precisione echeggiò nell'aria, attutito dal fragore della pioggia. Il proiettile trapassò la gola di Julian Vance, che crollò a terra senza emettere un solo suono, con gli occhi sbarrati che fissavano il vuoto.

Dalla cresta della collina sopra il ponte apparvero quattro sagome vestite con tute tattiche scure. Non erano mercenari qualsiasi. Avevano i visori termici e visori di puntamento laser di ultima generazione.

– «Ritirata! Torniamo all'auto!» gridò Marco afferrandomi per il braccio e trascinandomi via mentre i proiettili cominciavano a picchiettare sulle travi di ferro del ponte, creando una pioggia di scintille incandescenti.

Corremmo disperatamente nel fango, protetti solo dalle ombre e dalle vecchie carcasse di camion abbandonati. I tiratori scelti dall'alto continuavano a fare fuoco con spaventosa precisione.

Raggiungemmo la nostra auto di pattuglia. Aprii lo sportello posteriore con il cuore in gola. – «Chloe! Stai giù!»

Il sedile posteriore era vuoto.

L'orsetto di peluche della bambina giaceva sul pianale dell'auto, tagliato a metà. Della piccola Beatrice non c'era più alcuna traccia.

Sulla portiera dell'auto, tracciata con il sangue fresco, c'era un'unica parola stilizzata:

GENESI

Marco mi guardò con gli occhi pieni di terrore e rabbia. – «L'hanno presa, Elena... L'hanno presa mentre eravamo sotto il ponte.»

E in quel momento, il mio telefono privato squillò di nuovo. Sul display apparve il nome: Zio Valerio.