Il telefono continuava a vibrare nella mia mano gelata, il nome di mio zio illuminava il mio viso bagnato di pioggia nel buio dell'auto. Marco mi fissava con intensità, la mano insanguinata stretta sul calcio della sua pistola.
– «Rispondi, Elena», disse Marco con voce cupa. «Metti il viva voce. Sentiamo cosa ha da dire il mostro.»
Premetti il tasto verde con le dita tremanti. – «Pronto... Zio?»
– «Elena, cara... dove sei?» La voce del Procuratore Capo Valerio Rossi era la solita: calda, paterna, venata da quella leggera premura che mi aveva accompagnato negli ultimi dieci anni della mia vita. «In Questura mi dicono che ti sei assentata dalla centrale senza preavviso e che il Maresciallo Moretti risulta irreperibile dopo una sparatoria in una struttura protetta. C'è molta confusione stasera. Vi stanno cercando tutte le pattuglie della provincia. Siete in pericolo?»
Ascoltare quella recitazione impeccabile mi fece salire un conito di vomito. Julian Vance era morto cinquantametri da me con una pallottola in gola, e l'uomo che consideravo la mia famiglia stava giocando a fare il salvatore.
– «Zio... abbiamo la bambina», mentii con voce rotta, cercandone di modulare la disperazione per farla sembrare pura paura. «Siamo stati attaccati da uomini armati. Marco è ferito. Non so di chi fidarmi in centrale. Ho paura.»
Dall'altro capo del filo ci fu un momento di silenzio. Il respiro di Valerio Rossi si fece leggermente più lento, calcolato.
– «Hai fatto bene a chiamarmi, Elena», disse infine con tono rassicurante. «C'è una mela marcia nei ranghi alti della polizia. Non andare in Questura. Vieni nella mia villa di campagna sopra Sopramonte. Porta la bambina e il Maresciallo lì. Vi metterò sotto la mia protezione personale con una scorta fidata dei Carabinieri. Capisci? Solo io posso proteggervi.»
– «Va bene, Zio... Veniamo subito da te», dissi.
– «Bravissima ragazza. Ti aspetto. E Elena... non fermarti da nessuna parte.» La linea cadde.
Staccai il telefono e lo guardai con terrore. – «È stato lui ad ordinare l'attacco sotto il ponte. Vuole recuperare la bambina e eliminare noi due per chiudere definitivamente il cerchio.»
– «E noi gli daremo esattamente quello che vuole», disse Marco con uno sguardo freddo come il ghiaccio. «Ma non come vittime. Andiamo a Sopramonte.»
– «Sei impazzito, Marco?» urlai. «Ha un esercito di mercenari! Chloe non è con lui, l'hanno già catturata e la stanno portando nei laboratori sotterranei!»
– «Pensa, Elena! Pensa!» mi affrontò Marco afferrandomi per le spalle con la mano sana. «Vance ha detto che la chiave apre la stanza del ferro al livello -3 dell'ex facoltà di Biologia. Ma per attivare il laboratorio e accedere alle sequenze del DNA di Chloe serve l'autorizzazione di livello Alpha. Chi ha quell'autorizzazione? Tuo zio! La villa di Sopramonte non è solo una residenza... è il centro di comando remoto dell'Aethelgard!»
Salimmo in auto. Usammo strade secondarie, evitando le arterie principali dove le pattuglie della polizia — ignare di servire gli interessi di un procuratore corrotto — stavano già allestendo posti di blocco per rintracciarci.
La villa di Valerio Rossi sorgeva isolata sui tornanti del monte Bondone, circondata da un fitto bosco di abeti e protetta da un alto muro di cinta sormontato da telecamere di videosorveglianza. Era una maestosa struttura in pietra e legno, apparentemente una dimora d'epoca immersa nella natura, ma che in realtà nascondeva una vera e propria fortezza tecnologica.
Parcheggiammo l'auto a mezzo chilometro di distanza, addentrandoci a piedi tra gli alberi sotto la pioggia battente. Marco procedeva a stento, la ferita alla spalla continuava a sanguinare, ma la determinazione nei suoi occhi non cedeva di un millimetro.
Attraversammo il bosco fino a raggiungere il perimetro posteriore della proprietà. Marco utilizzò un piccolo scassinatore elettronico per disattivare il sensore della porta di servizio della serra. Entrammo senza fare rumore.
L'interno della villa era silenzioso, illuminato solo dalle luci soffuse del sistema di sicurezza. Camminammo lungo i corridoi rivestiti di legno pregiato fino a raggiungere l'ampio studio del Procuratore.
La porta dello studio era socchiusa. All'interno, seduto dietro un'imponente scrivania di noce, Valerio Rossi stava parlando al microfono di un computer crittografato.
– «...il soggetto B-7 è stato recuperato con successo», stava dicendo Rossi con voce fredda e impersonale, del tutto diversa da quella usata al telefono con me. «Iniziate subito la procedura di estrazione del midollo spinale al livello -3. Non mi importa se la bambina non sopravviverà al processo. Abbiamo bisogno della sequenza completa prima che la Procura Generale di Roma invii gli ispettori.»
Mi si gelò il sangue nelle vene. Estrazione del midollo spinale. Volevano uccidere la piccola Beatrice per vendere il suo patrimonio genetico al miglior offerente!
Spinsi la porta ed entrai nello studio puntando la pistola contro mio zio. Marco mi seguì a ruota, coprendomi il fianco.
Valerio Rossi alzò lentamente lo sguardo dal monitor. Non mostro alcuna sorpresa, né paura. Sul suo volto scavato comparve solo un sorriso amaro e condiscendente.
– «Sei sempre stata un'ottima poliziotta, Elena», disse Rossi adagiandosi sullo schienale della sua poltrona di pelle. «Proprio come tuo padre. Anche lui non sapeva quando era il momento di smettere di scavare.»
– «Mio padre è morto in un incidente stradale dieci anni fa...» mormorai con la voce che tremava per la rabbia.
– «Tuo padre aveva scoperto cosa stavo costruendo con la Aethelgard», lo interruppe Rossi con una freddezza spietata. «Gli incidenti stradali in questa regione sono così frequenti sotto la pioggia, non trovi? Proprio come quello dei coniugi Valenti cinque anni fa.»
– «Tu sei un mostro!» urlai, stringendo il dito sul grilletto. «Dov'è Beatrice?! Fermate l'estrazione subito!»
– «È troppo tardi, mia cara Elena», disse Rossi guardando l'orologio da polso. «Il processo d'estrazione automatizzato al laboratorio sotterraneo è già iniziato. E tra esattamente quattro minuti, questa stanza verrà sigillata automaticamente. Voi due non uscirete mai vivi da questa casa.»
Rossi schiacciò un pulsante nascosto sotto la scrivania.
All'istante, pesanti paratie d'acciaio calarono sopra le finestre e le porte dello studio con un boato sordo. Nello stesso momento, dal soffitto cominciò a uscire un gas denso e gassoso dal colore rossastro.
– «Gas neurotossico di derivazione militare», disse Rossi indossando con calma una maschera antigas che aveva estratto da un cassetto blindato della scrivania. «Inalazione mortale in quarantacinque secondi. Addio, Elena.»
Marco non esitò. Invece di sparare a Rossi, sparò tre colpi contro il pannello di controllo centrale delle paratie d'acciaio accanto alla porta, creando una pioggia di scintille. Il sistema di chiusura ebbe un corto circuito e la paratia della porta si bloccò a mezzo metro dal pavimento!
– «Elena! Fuori! Ora!» gridò Marco spingendomi verso l'apertura sotto la paratia mentre il gas cominciava a riempire la stanza!






