IL SEGRETO SOTTO LA PIOGGIA DI TRENTO
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IL SEGRETO SOTTO LA PIOGGIA DI TRENTO

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Le parole del Maresciallo Marco Moretti rimasero sospese nell'aria della sala operativa, pesanti come macigni. Il tuono che aveva scosso i vetri della centrale sembrava il presagio di un incubo dal quale era impossibile svegliarsi. Guardai il foglio tra le mie mani, poi lo schermo del computer dove campeggiava la scheda anagrafica di Chloe.

– «Come può essere possibile, Marco?» mormorai, sentendo la voce tremare. «Un test del DNA non sbaglia. Se quella bambina è morta cinque anni fa, chi abbiamo portato via da Via Belenzani? Un fantasma?»

Marco si appoggiò al bordo della mia scrivania, portandosi le mani al viso. Le nocche erano bianche per la tensione. – «Cinque anni fa, sulle montagne sopra Riva del Garda, un'auto finì in un burrone durante un temporale spaventoso. A bordo c'era la famiglia Valenti: il padre, la madre e la piccola Beatrice, due anni appena. L'auto si incendiò dopo un volo di ottanta metri. I corpi dei genitori furono identificati con certezza, ma della bambina trovarono solo pochi frammenti ossei carbonizzati all'interno del seggiolino. Il caso fu chiuso come un tragico incidente stradale. Il certificato di morte di Beatrice Valenti fu firmato dal medico legale di turno.»

– «E il test del DNA di oggi?» incalzai, alzandomi dalla sedia.

– «Il profilo genetico estratto dal capello di Chloe coincide perfettamente con i campioni di tessuto conservati nei reperti dell'incidente di Beatrice Valenti», spiegò Marco a bassa voce, guardandosi intorno per assicurarsi che nessun altro stesse ascoltando. «Non c'è alcun margine di errore. Chloe è Beatrice. Ma se la bambina non è morta in quel rogo... di chi erano i resti trovati nel seggiolino? E soprattutto, dove è stata per cinque lunghi anni?»

La sala operativa continuava a vivere della solita routine: le spie luminose del centralino lampeggiavano, gli altri operatori rispondevano alle chiamate di emergenza per banali allagamenti o piccoli incidenti. Ma per me e Marco, il mondo si era spaccato in due.

Decidemmo di andare subito alla casa famiglia dove Chloe era stata temporaneamente affidata. Si trattava di una struttura immersa nelle colline ricoperte dai vigneti alle porte di Trento, gestita da una comunità protetta. La pioggia non accennava a diminuire; spazzole del tergicristallo dell'auto di servizio stridevano contro il parabrezza, faticando a scacciare i rivoli d'acqua.

Durante il viaggio, consultai l'archivio digitale sui dossier dell'epoca. – «La famiglia Valenti non era una famiglia qualunque», dissi a Marco mentre scultavo lo schermo del mio tablet. «Aurelio Valenti era un famoso ingegnere genetico che lavorava per un istituto di ricerca privato con sede a Ginevra, ma con una succursale segreta proprio qui in Trentino. La moglie, Elena De Santis, era una biologa molecolare. Poche settimane prima dell'incidente, la coppia aveva presentato una denuncia formale ai carabinieri dicendo di sentirsi seguita. Poi... la tragedia.»

– «E Julian Vance?» chiese Marco svoltando a sinistra lungo una strada sterrata che saliva tra gli alberi. «L'architetto che si è spinto fino a tagliare il cavo del tostapane per far chiamare il 112 a una bambina di sette anni? Che legame ha con un ingegnere genetico morto cinque anni fa?»

– «Nei registri di cinque anni fa non c'è traccia di Vance nel raggio della famiglia Valenti. È come se si fosse sovrapposto alla storia solo in un secondo momento.»

Giungemmo alla casa famiglia. La direttrice, la dottoressa Serena Nardi, ci accolse nel suo studio con un'espressione visibilmente preoccupata. Ci guidò lungo un corridoio silenzioso fino a una stanza illuminata da una luce calda e soffusa.

La piccola Chloe — o Beatrice — era seduta a un piccolo tavolo di legno. Stava disegnando con un pastello nero su un foglio bianco. Non disegnava case, alberi o sole. La mano della bambina muoveva il pastello con una precisione meccanica, quasi spaventosa per la sua età, tracciando spirali complesse e rettangoli incastrati tra loro. Sembrava la piantina di un edificio, o forse la mappa di un labirinto sotterraneo.

– «Non ha detto una sola parola da quando è arrivata», sussurrò la dottoressa Nardi. «Rifiuta il cibo caldo. Mangia solo pane secco. E continua a ripetere un'unica frase ogni volta che scocca l'ora esatta.»

Marco si avvicinò lentamente, abbassandosi all'altezza degli occhi della bambina. – «Chloe... ti va di parlare con me e con Elena? Ti ricordi di noi?»

La bambina fermò il pastello. Lentamente, alzò lo sguardo. I suoi occhi castani erano spaventosamente profondi, privi dell'innocenza tipica dei suoi anni. Fissò la targhetta sul petto della divisa di Marco, poi il mio viso.

– «Il tostapane non scaldava», disse con la sua voce sottile e pulita, senza alcuna emozione. «Il pane resta freddo se l'orologio gira al contrario.»

– «Cosa significa che l'orologio gira al contrario, tesoro?» chiesi sporgendomi verso di lei.

Chloe girò il foglio su cui aveva disegnato. Sul retro non c'erano disegni, ma una sequenza di numeri scritti con una grafia ordinata, la stessa grafia che avevamo visto sulla prima facciata del biglietto lasciato in cucina dal presunto padre:

46.0678° N, 11.1211° E – Livello -3

– «Papà ha detto che quando finisce il pane, devo dare questo foglio all'uomo con la stella sul petto», disse la bambina indicando il distintivo di Marco. «Ha detto che sotto la pioggia di Trento le pietre parlano, ma solo se sai ascoltare la stanza del ferro.»

In quel preciso istante, le luci della casa famiglia sussultarono. La corrente elettrica svanì all'improvviso, piombando l'intera struttura nell'oscurità più totale. Nel silenzio piovoso che avvolse la stanza, si udì un rumore metallico e pesante provenire dal giardino esterno.

Qualcuno aveva appena tagliato la recinzione principale.

Marco estrasse immediatamente la pistola d'ordinanza, spingendo me, la dottoressa e la bambina verso l'angolo più interno della stanza. – «Elena, resta qui e proteggi la bambina! Nardi, chiama la centrale di riserva!»

Dall'esterno giunse il suono di passi rapidi che si avvicinavano lungo il corridoio buio. Non erano i passi di un ladro improvvisato. Erano passi cadenzati, pesanti, sincronizzati. Passo tattico.

La porta della stanza fu abbattuta con un calcio devastante. Nel cono di luce di una torcia tattica ad altissima intensità apparve una figura alta, vestita completamente di nero, con il volto coperto da un passamontagna militare e un visore notturno sul casco. Nella mano destra impugnava un'arma dotata di silenziatore.

– «Consegnate la bambina», disse l'uomo con una voce alterata da un modulatore vocale elettronico. «Soggetto B-7 deve tornare alla struttura. Ora.»

Marco non esitò. – «Polizia! Getta l'arma!»

L'intruso non rispose. Sollevò il braccio armato e fece fuoco. Un proiettile perforò la spalla di Marco, facendolo cadere a terra in un grido di dolore, mentre la bambina, anziché urlare, si alzò lentamente dalla sedia e guardò l'uomo incappucciato con una calma agghiacciante...
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