Il Segreto di Lulu
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Il Segreto di Lulu

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La sala operativa sotterranea era un labirinto di schermi al plasma, cavi di fibra ottica e ronzii continui di server surriscaldati. Era il cuore pulsante della base, un bunker antiatomico ricavato nella roccia calcarea dove l'aria odorava costantemente di ozono e caffè freddo. Soltanto gli ufficiali con il massimo livello di autorizzazione potevano accedervi, eppure in quel momento, al centro della stanza, c'era Lulu.

Il comandante Vane aveva ordinato di sgomberare l'area. Gli unici rimasti erano lui, il colonnello in carica delle comunicazioni strategiche e la stessa Lulu, seduta di fronte a una console di decrittazione avanzata che lampeggiava di rosso. Sulla scrivania giaceva la seconda pagina del documento arabo, estratta da una busta sigillata con ceralacca nera.

— Questa pagina è stata intercettata da un satellite spia nei cieli del Medio Oriente circa sei ore fa — spiegò il colonnello, un uomo sulla cinquantina con una cicatrice che solcava la guancia destra. — I nostri algoritmi di intelligenza artificiale non sono riusciti a tradurla. C'è un dialetto antico, mescolato a termini tecnici militari moderni e a un sistema di cifratura basato su versetti letterari. È un muro di gomma per chiunque non abbia vissuto in quell'area geografica per anni o non sia cresciuto in ambienti specifici.

Lulu prese il foglio tra le dita. La carta era ruvida, ingiallita ai margini, emanando un leggero odore di inchiostro ferroso e polvere del deserto. I suoi occhi scorrevano rapidamente da destra a sinistra, seguendo i caratteri arabi con una naturalezza disarmante. Non aveva bisogno di dizionari elettronici né di software di supporto; la sua mente sembrava mappare quelle frasi complesse come se stesse leggendo la sua lingua madre.

— Non è solo un piano d'attacco — mormorò Lulu dopo qualche istante di silenzio assoluto, durante il quale persino il ronzio dei computer sembrava essersi affievolito. — Questo è un messaggio di coordinamento per una cellula dormiente. E c'è di più.

Alzò lo sguardo, puntando i suoi grandi occhi scuri direttamente negli occhi del colonnello.

— All'interno di questa base c'è una talpa. Qualcuno sta trasmettendo le nostre frequenze radio in tempo reale.

Il silenzio che seguì fu di tomba. Il colonnello sgranò gli occhi, mentre Vane fece un passo indietro, stringendo i pugni con tanta forza che le nocche gli diventarono bianche.

— Una talpa? — esclamò Vane, la voce carica di sdegno e incredulità. — Impossibile. Tutti i nostri uomini sono stati controllati dal controspionaggio. Le procedure di sicurezza qui sono impenetrabili!

— Le procedure sono impenetrabili per chi guarda solo i documenti ufficiali, comandante — replicò Lulu con una calma glaciale, poggiando il foglio sul tavolo. — Ma la lealtà non si misura con i timbri sulla carta d'identità. Guardate la riga numero dodici di questo documento. C'è un codice numerico associato a un IP locale. Appartiene a una trasmissione in uscita partita da questa stessa collina meno di mezz'ora fa.

Il colonnello si precipitò sulla console centrale, digitando freneticamente una serie di comandi sulla tastiera. Schermate su schermate di log di rete iniziarono a scorrere vertiginosamente sullo schermo principale. Dopo pochi secondi, una luce rossa cominciò a lampeggiare in modo intermittente su una mappa tridimensionale della base.

— Maledizione... ha ragione — sussurrò il colonnello, con la fronte imperlata di sudore freddo. — Il segnale proviene dal settore C, il magazzino delle munizioni. C'è un trasmettitore attivo in questo preciso istante.

Vane non perse tempo in riflessioni. Afferrò la radio militare agganciata alla cintura, azionando il canale d'emergenza criptato.

— Squadra Alpha, muovetevi! Bloccate immediatamente il settore C. Nessuno deve uscire da quel magazzino vivo o morto. È una violazione di sicurezza di livello massimo!