parte9
L’utilitaria blu procedeva a velocità folle attraverso le strade della città, ignorando i semafori rossi e slittando pericolosamente ad ogni svolta sull'asfalto allagato. Il parabrezza infranto dai proiettili lasciava entrare un flusso continuo di aria gelida e pioggia che mi congelava il viso, ma io non avvertivo freddo. La mia mano destra rimase costantemente posizionata sulla custodia metallica contenente la fiala di Beta-9, il mio sguardo fisso sull'orologio digitale del cruscotto.
quarantaquattro minuti.
Il tempo scorreva con una crudeltà matematica. Ogni secondo perduto dietro un incrocio o un rallentamento del traffico notturno era una porzione della memoria di mia figlia che rischiava di essere cancellata per sempre.
Quando finalmente avvistai la sagoma imponente dell'ospedale centrale, la zona d'accesso al pronto soccorso era completamente trasformata. Non c'erano più le normali ambulanze in attesa; l'area era stata militarizzata. Uomini dell'Esercito Italiano e agenti delle squadre speciali in tenuta da combattimento avevano istituito un perimetro di sicurezza rigido intorno all'intero plesso ospedaliero.
Frenai l'auto a pochi metri dal sbarramento principale. La vettura sbandò di lato prima di fermarsi con un rumore stridulo.
«Fermi! Mani sul volante! Non scendete!» urlò un soldato puntando una torcia ad alta intensità e il suo fucile d'assalto contro il parabrezza frantumato della mia auto.
Aprii di scatto lo sportello ignorando gli ordini, uscendo dall'abitacolo con la custodia metallica stretta al petto e il carillon d'ebano nell'altra mano. Il mio aspetto era quello di una sopravvissuta a una guerra: la maglietta inzuppata di pioggia e sangue, i capelli in disordine, il volto segnato da graffi e lacrime.
«Sono Elena Rinaldi!» gridai disperata verso i soldati che si stavano avvicinando per immobilizzarmi. «Ho il neutralizzante! Ho la fiala per mia figlia al secondo piano! Lasciatemi passare!»
Un ufficiale con i gradi da capitano si fece strada tra i soldati, riconoscendo la descrizione che l'ispettrice Marni aveva trasmesso radio mezz'ora prima.
«È la madre della bambina! Fate la passare! Chiamate immediatamente il Dottor Valenti in rianimazione!» ordinò l'ufficiale.
Due soldati mi scortarono di corsa attraverso i corridoi interni. L'ospedale era spaventosamente silenzioso; l'intero piano di rianimazione pediatrica era stato evacuato per motivi di sicurezza nazionale. Gli unici passi che rimbombavano sulle mattonelle lucide erano i nostri.
Raggiunsi la porta della stanza di Sofia. Il Dottor Valenti era lì, fermo davanti ai monitor dei parametri vitali. Il suo camice bianco era sgualcito, il suo volto segnato da un'estrema stanchezza e da un terrore professionale che non riusciva a nascondere.
Nelle ultime due ore, le condizioni di mia figlia erano precipitate.
La bambina non ripeteva più i numeri. Giaceva sul letto in uno stato di rigidità assoluta, il corpicino scosso da spasmi muscolari involontari a intervalli di pochi secondi. Il tracciato dell'elettroencefalogramma mostrava un'onda quasi continua di scariche elettriche anomale. Un segnale acustico ad alta frequenza proveniva dal monitor cardiaco, indicando che il suo cuore stava lavorando a ritmi insostenibili per un corpo così piccolo.
«Signora Rinaldi!» esclamò Valenti vedendomi irrompere nella stanza. «Siamo al limite! L'attività cerebrale sta collassando, i centri autonomi del tronco encefalico non rispondono più ai normali farmaci anticonvulsivi!»
«Ho la fiala!» urlai, posando la custodia metallica sul carrello medico accanto al letto. Con le dita tremanti aprii la cerniera d'acciaio della custodia.
All'interno, la siringa di vetro contenente il liquido ambrato di Beta-9 riposava su un supporto di gomma piuma sagomata.
Valenti si chinò immediatamente sul contenitore, esaminando la marcatura chimica incisa sul corpo della siringa. «È il composto originale di sintesi. Dobbiamo somministrarlo tramite infusione centrale lenta, altrimenti il sovraccarico causera un arresto cardiaco istantaneo.»
«Quanto tempo ci vorrà?» chiesi, afferrando la mano rigida e fredda di Sofia.
«Tre minuti per la miscelazione con la soluzione fisiologica, poi altri cinque minuti per verificare la risposta dei recettori neuronali», rispose Valenti, lavorando con gesti rapidi e di assoluta precisione. Innestò l'ago della siringa nel connettore del tubo della flebo che entrava nella vena della bambina.
Guardai il carillon d'ebano che avevo appoggiato sul comodino. Sul piccolo schermo a cristalli liquidi, il conto alla rovescia emetteva un lampeggio rosso sempre più rapido:
00 ORE - 08 MINUTI - 12 SECONDI.
00 ORE - 08 MINUTI - 11 SECONDI.
«Fatto! L'infusione è partita!» annunciò Valenti, spingendo lentamente lo stantuffo della siringa.
Il liquido ambrato scorse lungo il tubo trasparente, entrando nel corpo di Sofia.
Per i primi trenta secondi non accadde nulla. I monitor continuarono a emettere quel segnale acustico d'allarme, il tracciato cerebrale rimase una linea confusa e caotica di picchi elettrici violenti.
Poi, improvvisamente, il corpo di mia figlia si bloccò del tutto.
Gli spasmi muscolari cessarono all'istante. La bambina arcuò la schiena all'indietro con un sospiro profondo e innaturale, gli occhi sgranati verso il soffitto della stanza. Il monitor cardiaco emise un unico suono prolungato, piatto, terribile.
Piiiiiiiiiiiiiiiiiii...
La linea del battito cardiaco sul display divenne completamente orizzontale.
«Arresto cardiaco!» urlo il Dottor Valenti, afferrando le piastre del defibrillatore pediatrico dal carrello delle emergenze. «Carica a cinquanta Joule! Subito!»
«No! Sofia! No!» gridai, scagliandomi sul letto, ma un infermiere mi afferrò da dietro per impedirmi di toccare il corpo della bambina durante la scarica elettrica.
«Via tutti dal letto!» ordinò Valenti, applicando le piastre sul torace minuto di mia figlia.
La scarica scosse il piccolo corpo. Il monitor registrò un unico impulso, poi tornò a mostrare la linea piatta.
Piiiiiiiiiiiiiiiiiii...
«Carica a settanta Joule! Di nuovo!» ripeté Valenti, il sudore che gli colava dagli occhi.
Guardai lo schermo del carillon sul comodino. Il conto alla rovescia si fermò improvvisamente a zero.
00 ORE - 00 MINUTI - 00 SECONDI.
Lo schermo a cristalli liquidi divenne completamente nero.
In quel preciso istante, il silenzio della stanza venne infranto da un suono piccolissimo, debole, quasi impercettibile nell'aria satura di terrore.
Un piccolo colpo di tosse.
Poi un altro.
La linea piatta sul monitor cardiaco si spezzò, sostituita da un impulso ritmico, lento ma regolare.
Beep... Beep... Beep...
Il tracciato dell'elettroencefalogramma iniziò a stabilizzarsi, scendendo dai picchi di violenza elettrica verso le onde lente e profonde tipiche di un sonno naturale e ristoratore.
Sofia chiuse lentamente gli occhi. La rigidità del suo corpo svanì, e le sue membra tornarono ad adagiarsi sulle lenzuola con la naturale morbidezza di una bambina di tre anni che sta semplicemente riposando.
Il Dottor Valenti abbassò le piastre del defibrillatore, lasciando uscire un lungo respiro di puro sfinimento. Si chinò sul petto della bambina con lo stetoscopio, ascoltando il battito per dieci lunghi secondi prima di alzare lo sguardo verso di me.
Le sue lacrime si mescolarono al sorriso che gli apparve sul volto.
«I parametri si stanno stabilizzando», mormorò il medico con la voce rotta dall'emozione. «Il neutralizzante ha bloccato il processo. Le sinapsi stanno tornando alla frequenza di riposo. La bambina... la bambina è salva, Elena.»
Mi accasciai in ginocchio accanto al lettino, afferrando la piccola mano di Sofia e portandola alla mia bocca, coprendola di baci scossi da un pianto liberatorio e inarrestabile. Sentivo il calore della sua pelle che ritornava, la sua respirazione lenta, regolare, perfetta.
Tuttavia, mentre mi trovavo ancora in ginocchio, l'ispettrice Marni entrò nella stanza. Il suo braccio sinistro era fasciato e sorretto da una tracolla, i suoi vestiti strappati e macchiati di fuliggine, ma la sua espressione era di profonda gravità.
Si avvicinò a me e posò la mano destra sulla mia spalla.
«Livia Rinaldi è stata arrestata al molo 14 insieme a tutta la struttura di comando della Sintesi Bio», disse Marni a bassa voce. «Ma abbiamo appena scoperto una cosa che lei deve sapere, Elena.»
Alzai lo sguardo verso di lei, asciugandomi il viso. «Che cosa?»
Marni indicò il carillon d'ebano sul comodino, il cui schermo era tornato ad illuminarsi, ma non più di verde. Ora emetteva una fioca luce blu metallica.
«I nostri esperti di informatica forense hanno analizzato il segnale emesso da quell'oggetto prima che il conto alla rovescia azzerasse la memoria», continuò Marni. «Il codice 'Mnemosyne' non è stato cancellato dal cervello di Sofia. Il Beta-9 ha soltanto bloccato la sua capacità di decodificarlo ed esprimerlo verbalmente. Quei dati... l'intero archivio secretato... rimarranno permanently criptati all'interno della sua struttura neurale per il resto della sua vita.»
Rimasi a bocca aperta, guardando mia figlia che dormiva serena.
«E questo cosa significa?» chiesi, un nuovo brivido di terrore che mi attraversava la schiena.
«Significa», rispose Marni con voce cupa, «che finché Sofia rimarrà in vita, lei sarà l'unica cassaforte esistente al mondo per quegli ottanta milioni di euro di dati. E la Sintesi Bio non era l'unica organizzazione a conoscenza di questo progetto.»






