Mia figlia non aveva ancora compiuto tre anni quando mio marito mi chiamò al lavoro per dirmi che era «caduta da una sedia e si era addormentata».
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Mia figlia non aveva ancora compiuto tre anni quando mio marito mi chiamò al lavoro per dirmi che era «caduta da una sedia e si era addormentata».

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parte14

La strada verso Bastia scivolò via sotto le ruote della vecchia utilitaria contadina come una striscia di nastro grigio nell'oscurità del pomeriggio corso. Guidai con una calma innaturale, la mente completamente vuota di dubbi, le mani salde sul volante. Sofia sedeva accanto a me sul sedile passeggero, avvolta in una coperta di lana, tenendo tra le dita un piccolo pezzo di pane che le avevo dato durante una sosta in una piazzola di sosta deserta.

Non guardai mai lo specchietto retrovisore per cercare inseguitori. Sapevo che il piano di Roberto stava funzionando.

L'eco di due elicotteri che avevano sorvolato le montagne del Niolo tre ore prima muovendosi verso Ajaccio mi aveva confermato che il Consorzio Helios aveva abboccato all'esca. Roberto stava attirando tutta la potenza di fuoco della rete di sorveglianza privata verso il lato opposto dell'isola, trasformando la sua vita in uno scudo biologico per permettere a noi di raggiungere la costa orientale.

Raggiunsi la zona industriale del porto di Bastia alle venti e quindici.

Il cielo era coperto da strati di nuvole basse e scure che promettevano una nuova mareggiata entro la notte. Il porto commerciale era un labirinto di gru enormi, pile di container colorati ad alta densità e luci al sodio che proiettavano ombre lunghe e spettrali sull'asfalto coperto di chiazze d'olio.

Trovai la 'Santa Maria' al molo 4.

Era una nave portacontainer da diecimila tonnellate, dal corpo ricoperto di ruggine e croste di sale, che batteva la bandiera rossa e blu di Panama. Il ponte era un cantiere d'attività frenetica: i carrelli elevatori movimentavano le ultime casse di merci prima della chiusura dei boccaporti di stiva, mentre il rumore dei motori ausiliari a gasolio faceva vibrare l'intero molo di cemento.

Scesi dall'auto tenendo Sofia in braccio, coperta dal mio giaccone per nasconderle il viso dalle telecamere di sorveglianza del varco portuale.

Un uomo alto, dal volto segnato da rughe profonde e bruciato dal sole del Pacifico, scese la scaletta d'imbarco in alluminio. Indossava un berretto da marinaio consunto e un giaccone da coperta nero.

Si fermò davanti a me, guardandomi con due occhi neri e penetranti.

«Sei la nipote di Roberto?» chiese con una voce rauca, contrassegnata da un forte accento spagnolo.

«Sono Elena», risposi. «E questa è Sofia. Ci ha mandato Roberto.»

Il comandante Esteban guardò la bambina per un secondo, poi scansionò lo specchietto d'ingresso del molo per verificare che non fossimo state seguite. Fece un cenno secco con la testa verso la scaletta.

«Salite subito. Il fischio di partenza è tra venti minuti. L'ufficiale di rotta sta completando le pratiche di dogana.»

Salimmo la ripida scaletta d'alluminio mentre il vento di maestrale ricominciava a soffiare forte dal mare. Esteban ci condusse attraverso i corridoi interni della nave, scendendo tre livelli sotto il ponte di coperta fino a una zona di servizio chiusa da una pesante porta stagna in acciaio con la scritta ACCESSO RISERVATO AL PERSONALE DI MACCHINA.

Sbloccò la porta con una chiave meccanica di sicurezza.

All'interno si trovava un modulo abitativo speciale, una cabina schermata rinforzata in metallo isolante, dotata di due cuccette, un piccolo bagno e una riserva d'acqua potabile.

«Questo modulo è stato progettato per il trasporto di attrezzature elettroniche ad alta sensibilità», spiegò Esteban chiudendo la porta stagna dietro di noi, lasciando solo uno spiffero per la ventilazione. «Nessun segnale radio, radar o termico può penetrare queste pareti. Saremo in mare aperto tra mezz'ora. Il viaggio verso Santos durerà quattordici giorni. Qui dentro nessuno vi troverà.»

Posai Sofia sulla cuccetta inferiore. La bambina si guardò intorno, incuriosita dai dettagli metallici della cabina, ma senza mostrare alcun segno di paura. Sentiva che la fase più acuta della tempesta era passata.

Mi sedetti sul bordo del letto, afferrando le mani del comandante Esteban prima che potesse uscire.

«Avete notizie da Ajaccio?» chiesi, la mia voce un tremito soffocato. «Sapete cosa sta succedendo dall'altra parte dell'isola?»

Esteban abbassò lo sguardo, sfilandosi il berretto da marinaio e stringendolo tra le dita nodose.

«La guardia costiera francese ha appena emesso un bollettino d'emergenza», disse a bassa voce. «C'è stato uno scontro a fuoco violentissimo lungo la statale del passo di Vizzavona. Un furgone Volkswagen è stato intercettato da due veicoli blindati ed è precipitato in un burrone dopo un'esplosione.»

Il mio cuore cessò di battere per tre lunghi secondi.

«Roberto...», mormorai, le lacrime che tornavano a bruciarmi gli occhi.

«I corpi non sono ancora stati identificati», continuò Esteban, «ma la polizia francese riferisce che l'occupante del furgone ha fatto detonare una carica d'alto potenziale all'interno del veicolo mentre i mercenari stavano cercando di forzare lo sportello. Ha distrutto ogni cosa all'interno della vettura. Compreso il disco rigido che stava trasportando.»

Chiusi gli occhi, mentre la disperazione mi lacerava il petto. Roberto si era sacrificato. Aveva scelto di morire in un'esplosione per fare in modo che il Consorzio Helios credesse che l'unica copia del codice 'Mnemosyne' fosse andata distrutta per sempre in quella gola della Corsica.

Aveva dato la sua vita per regalarci la possibilità di un nuovo inizio.

«Era un grande marinaio», disse Esteban con voce profonda. «E i grandi marinai non muoiono mai davvero. Cambiano solo rotta.»

Il comandante uscì dalla cabina e serrò la porta stagna dall'esterno, attivando i blocchi meccanici di sicurezza.

Pochi minuti dopo, una vibrazione profonda e potente attraversò la struttura d'acciaio della nave. I grandi motori diesel della 'Santa Maria' presero vita, le eliche iniziarono a girare spingendo migliaia di tonnellate d'acciaio lontano dalla banchina di Bastia, fuori dal porto, verso le acque scure e libere dell'Oceano Atlantico.

Mi stesi accanto a Sofia sulla cuccetta, avvolgendola tra le mie braccia. Sentivo il beccheggio regolare della nave che affrontava le prime onde del largo.

Mia figlia posò la sua piccola mano sulla mia guancia, guardandomi con i suoi grandi occhi limpidi.

«Mamma», disse piano. «Adesso andiamo a casa?»

Sorrisi attraverso le lacrime, baciandole le dita.

«Sì, tesoro mio», le risposi. «Adesso andiamo a costruire una nuova casa. Una casa vera, dove nessuno potrà mai più farci del male.»