Mia figlia non aveva ancora compiuto tre anni quando mio marito mi chiamò al lavoro per dirmi che era «caduta da una sedia e si era addormentata».
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Mia figlia non aveva ancora compiuto tre anni quando mio marito mi chiamò al lavoro per dirmi che era «caduta da una sedia e si era addormentata».

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parte12

La navigazione verso la Corsica durò trentasei ore extenuanti. Il mare ligure ci accolse con un'onda lunga di maestrale che faceva beccheggiare continuamente il piccolo gozzo in legno. Roberto rimase al timone per quasi tutto il tempo, la sigaretta perennemente spenta tra le labbra, gli occhi fissi sull'orizzonte e sul vecchio radar analogico a fosfori verdi installato sopra la tuga.

Sofia trascorse gran parte del viaggio addormentata nella cuccetta di prua, cullata dal movimento ritmico dello scafo. Quando si svegliava, mangiava piccoli morsi di pane e formaggio che Roberto aveva stipato nelle cambuse ermetiche della barca. Non chiedeva più del padre. Sembrava che il suo piccolo organismo avesse attivato una forma di protezione emotiva, cancellando i ricordi traumatici degli ultimi due giorni per lasciare spazio soltanto alla presenza costante della mia mano nella sua.

Al tramonto del secondo giorno, la sagoma scura e rocciosa del Capo Corso emerse dalla nebbia marina.

Il paesaggio era selvaggio, dominato da scogliere a picco sul mare e torri genovesi arrugginite dal tempo. Roberto manovrò con perizia artigianale tra i secche affioranti di Punta Agnellu, facendo entrare il 'Nautilus' in una piccola insenatura naturale nascosta tra due pareti di granito nero, invisibile dalla rotta navale commerciale.

«Siamo arrivati», disse Roberto spegnendo il motore diesel. Il silenzio che avvolse la cala fu immediato, interrotto soltanto dal risucchio della risacca contro le rocce e dal grido dei gabbiani.

Calammo un piccolo battello pneumatico a remi e trasportammo a terra Sofia e i pochi bagagli che avevamo preparato. La stazione di segnalazione della Marina si trovava a circa ottanta metri sopra il livello del mare, arroccata su uno sperone di roccia raggiungibile soltanto attraverso uno stretto sentiero per capre scavato nella macchia mediterranea.

La struttura era una costruzione in pietra a secco con il tetto in lavagna e le finestre protette da pesanti imposte in ferro battuto. All'interno, l'aria era asciutta, impregnata di odore di elicriso, ginepro e polvere d'epoca.

Roberto azionò un generatore a manovella collegato a un banco di batterie al litio. Tre piccole lampade a LED a bassa intensità illuminarono il locale centrale, rivelando una stanza spartana ma perfettamente attrezzata: due brande militari, un camino in pietra, una riserva di cibo a lunga conservazione e un apparato radio ad onde corte anni ottanta totalmente privo di componenti digitali tracciabili.

«Qui dentro siamo fuori dal mondo», disse Roberto, posando la sua borsa di tela sul tavolo di legno massiccio. «Nessun segnale cellulare arriva fino a questa insenatura e il ponte radio più vicino si trova a venti chilometri a sud.»

«Quanto tempo possiamo rimanere qui?» chiesi, adagiando Sofia su una delle brande con la sua coperta.

«Tutto il tempo necessario per preparare i nuovi documenti e organizzare il passaggio verso il Sud America», rispose Roberto. «Ho un contatto a Marsiglia che può fornirci due passaporti biometrici perfetti registrati sui database di una parrocchia rurale francese. Ma ci vorrà una settimana per la consegna.»

Una settimana. Settantaquattro ore di relativa calma per riprendere il controllo del mio corpo e della mia mente.

Per i primi tre giorni, la vita nella stazione di segnalazione scorse in un'atmosfera sospesa. Io e Roberto ci alternavamo nei turni di guardia sullo sperone di roccia, utilizzando un potente cannocchiale da marina per sorvegliare lo specchio di mare di fronte alla cala. Sofia aveva riacquistato il colore sulle guance; giocava con i sassolini di granito sul patio di pietra, disegnando figure stilizzate con un pezzo di carbone preso dal camino.

Ma la notte del quarto giorno, l'illusione della sicurezza si infranse di nuovo.

Ero di guardia sul patio esterno verso le due del mattino. Il cielo era privo di nuvole, illuminato da una luna piena che rendeva la superficie del mare simile a un foglio di alluminio spazzolato.

Mentre esaminavo l'orizzonte con il cannocchiale, notai un'anomalia nell'acqua a circa tre miglia dalla costa.

Nessuna luce di navigazione. Nessun suono di motore.

Ma la superficie del mare presentava una scia di schiuma fluorescente, parallela e perfetta, che si muoveva a gran velocità verso la nostra insenatura.

Avvicinai l'obiettivo del cannocchiale.

Dall'acqua emersero due motoscafi d'assalto a scafo stealth di colore grigio opaco, spinti da idrogetti silenziosi ad altissima efficienza. Non avevano bandiere. Sulle coperte delle imbarcazioni c'erano otto uomini equipaggiati con tute stagne nere, respiratori a circuito chiuso e fucili mitragliatori dotati di puntatori laser invisibili ad occhio nudo.

Il Consorzio Helios ci aveva trovati.

Non attraverso le comunicazioni telefoniche. Non attraverso i satelliti commerciali.

Mi corsi verso l'interno della stazione di segnalazione prima ancora di gridare il nome di Roberto.

«Roberto! Svegliati!» urlai, afferrando Sofia dalla branda e avvolgendola nella coperta. «Stano arrivando dal mare! Due motoscafi veloci stealth!»

Roberto fu in piedi in un secondo. Non mostrò alcuna sorpresa; i suoi occhi grigi divennero due fessure d'acciaio. Afferrò da sotto la branda una cassa in legno rinforzata e la aprì con un colpo secco.

All'interno c'erano due fucili da caccia a canna liscia calibro 12, tre scatole di cartucce a pallettoni e due granate fumogene da segnalazione marittima.

«Hanno usato il segnale AIS passivo della 'Nautilus'», imprecò Roberto a bassa voce mentre caricava il primo fucile. «Ho dimenticato di staccare il trasponder d'emergenza della zattera di salvataggio prima di entrare nella cala. È stato un errore da dilettante.»

«Roberto, sono otto uomini armati fino ai denti!» dissi con il terrore che tornava a strangolarmi il cuore. «Non possiamo affrontarli con due fucili da caccia!»

«Infatti non li affronteremo», rispose Roberto dandomi il secondo fucile e una borsa con le cartucce. «Questa stazione è stata costruita sopra una rete di cunicoli della Seconda Guerra Mondiale che portano direttamente sul lato opposto della scogliera, dove c'è una gola impraticabile per i motoscafi. Dobbiamo raggiungere la strada provinciale dell'interno prima che isolino il promontorio.»

Roberto si avvicinò alla parete di pietra dietro il camino, tirò una leva in ferro arrugginita incassata nella muratura e una porzione di blocchi di granito scivolò di lato con un pesante rumore meccanico, rivelando un passaggio sotterraneo stretto e buio che scendeva verso le viscere della roccia.

«Entra! Subito!» ordinò Roberto.

Presi Sofia in braccio e mi infilai nel condotto di pietra.

Un secondo dopo, il suono metallico di un'esplosione infranse la porta in ferro della stazione di segnalazione. I proiettili iniziarono a crivellare le pareti d'ingresso, accompagnati dal rumore di vetri infranti e dal fischio di granate stordenti.

Roberto non entrò subito nel condotto. Rimanse sulla soglia per tre lunghi secondi, accese la mepchia di una delle granate fumogene e la scagliò nella stanza centrale verso gli assalitori prima di richiudere il blocco di pietra alle nostre spalle.

L'oscurità nel cunicolo divenne totale, spezzata soltanto dal fascio di luce della torcia d'emergenza che Roberto teneva nella mano sinistra.

Il condotto scendeva con una pendenza ripidissima. Il terreno era scivoloso, coperto di fango e guano di pipistrello. Sentivo le grida soffocate degli uomini del Consorzio che tentavano di demolire il blocco di pietra dietro di noi, ma la muratura in granito massiccio avrebbe resistito per almeno cinque minuti.

«Continua a scendere!» mi urlò Roberto da dietro. «In fondo al tunnel c'è una porta di legno che dà sulla gola! Fuori c'è un furgone da cantiere che ho lasciato lì tre giorni fa!»

Scendemmo per oltre duecento metri nell'oscurità delle viscere della Corsica, il rumore degli spari che diventava gradualmente più debole alle nostre spalle.

Sofia non piangeva. Stringeva il mio collo con tutte le sue forze, i suoi occhi sgranati nella luce della torcia, fidandosi ciecamente della madre che la stava portando attraverso l'inferno.

Raggiungemmo la porta d'uscita. Roberto la spalancò con una spallata.

L'aria fredda della notte e l'odore intenso del ginepro ci investirono. Ci trovavamo sul fondo di una gola rocciosa profonda trenta metri, completamente nascosta alla vista del mare.

Parcheggiato tra i cespugli di lentisco c'era un vecchio furgone Volkswagen bianco, privo di contrassegni, con le targhe francesi opache di polvere.

Roberto aprì lo sportello laterale e mi fece salire con la bambina.

«Mettetevi sul fondo, sotto i teli di plastica!» ordinò, saltando al posto di guida e avviando il motore turbodiesel.

Il furgone uscì dalla gola a luci spente, arrampicandosi lungo una strada sterrata che portava verso l'interno dell'isola.

Dalla cima del promontorio, dietro di noi, una palla di fuoco arancione si sollevò verso il cielo notturno: la stazione di segnalazione era stata fatta esplodere dagli assalitori nel tentativo di cancellare ogni traccia della loro operazione.

Roberto guardò lo specchietto retrovisore, il suo volto segnato da un'espressione di rabbia e determinazione feroce.

«Hanno distrutto la mia barca», disse con voce bassissima. «Ora la questione è diventata personale anche per me.»