parte2
Le parole del medico rimasero sospese nell'aria condizionata della stanza riservata, dense e soffocanti come nebbia in estate. Mi sedetti sull'orlo della sedia in finto pelle, avvertendo il freddo del metallo penetrare attraverso i vestiti leggeri. Il mio cuore batteva così forte nei tamburi dei miei auricolari che facevo fatica a concentrarmi sulle sue labbra che si muovevano.
«Signora», continuò il medico, il cui nome sul cartellino era Dottor Valenti, «i primi esami tossicologici preliminari indicano la presenza nel sangue di sua figlia di una sostanza sedativa a lento rilascio. Non si tratta di un trauma da impatto. Non ci sono fratture craniche, né ematomi riconducibili a una caduta dall'altezza di una sedia di cucina. La bambina è in uno stato di sopore indotto chimicamente.»
Mi portai le mani alla bocca, sentendo ancora le tracce appiccicose della marmellata d'uva. «Un sedativo? Ma noi non abbiamo farmaci simili in casa! Io prendo solo integratori vitaminici e mio marito al massimo usa un antinfiammatorio per la schiena. È impossibile!»
La donna in divisa, che si era rivelata essere un'ispettrice della Polizia di Stato di nome Elena Marni, fece un passo avanti. Sfilò un taccuino dalla giacca e scoperse il tesserino che fino a quel momento era rimasto capovolto. «Signora, abbiamo la necessità di comprendere l'esatta sequenza temporale degli eventi. Suo marito sostiene che la bambina sia caduta alle quattro del pomeriggio. Tuttavia, la concentrazione del principio attivo nel sangue suggerisce che la somministrazione sia avvenuta tra le nove e le dieci di questa mattina. Molto prima che lei tornasse dal lavoro.»
Un brivido gelido mi percorse la schiena. Tra le nove e le dieci di mattina. A quell'ora, secondo i nostri programmi stabiliti da giorni, mio marito Marco avrebbe dovuto essere in auto per portare nostra figlia all'asilo nido "Il Girasole".
«Lui... lui mi ha detto che non l'ha portata all'asilo perché la piccola gli sembrava già stanca», mormorai, cercando disperatamente di ricucire i brani di una realtà che si stava sbriciolando sotto i miei piedi. «Ma perché somministrarle un farmaco? Non ha alcun senso! Marco adora nostra figlia. È un padre premuroso, a volte fin troppo ansioso.»
L'ispettrice Marni mi fissò con uno sguardo neutro, professionale, ma privo di qualsiasi ostilità nei miei confronti. «Non stiamo ancora formulando accuse formali, signora. Ma dobbiamo considerare ogni ipotesi. Suo marito ha mostrato un comportamento estremamente evasivo. Inoltre, quando il suo telefono ha squillato poco fa, abbiamo notato il nome che è apparso prima che lui lo capovolgesse.»
Mi bloccai. «Lui ha detto che era sua madre.»
«Non era sua madre», disse l'ispettrice con voce piatta. «Il display indicava 'Laboratorio Sintesi Bio'. È una società di ricerca farmaceutica avanzata con sede nella zona industriale della città. Lei sa se suo marito ha rapporti professionali con questo istituto?»
Rimasi a bocca aperta. Marco lavorava come responsabile della logistica per una catena di distribuzione alimentare locale. Che cosa c'entrava un laboratorio di ricerca biotecnologica? E perché nascondere quella chiamata dicendo che si trattava di mia suocera?
«No... non ne ho la minima idea», risposi, e la mia voce tremò visibilmente. «Marco non mi ha mai parlato di questo laboratorio. Mai.»
In quel momento, la porta della sala si aprì lentamente. Non era Marco a rientrare dal bar. Era un giovane medico specializzando che si avvicinò al Dottor Valenti e gli sussurrò qualcosa all'orecchio, consegnandogli una seconda busta di referti stampati su carta termica. Valenti scorse rapidamente i fogli, le sue sopracciglia si contrassero in un'espressione di profonda preoccupazione.
«Che cosa c'è?» chiesi, alzandomi di scatto dalla sedia. «Mia figlia sta peggiorando?»
«La bambina è stabile, ma i parametri metabolici stanno mostrando un'anomalia singolare», disse Valenti, guardando l'ispettrice prima di rivolgersi a me. «La sostanza individuata non è un normale ansiolitico da farmacia. È un molecola sperimentale, un peptide sintetico ancora in fase di sperimentazione clinica che non dovrebbe essere in circolazione. Come ha fatto sua figlia ad venirne a contatto?»
Il mio cervello iniziò a correre all'impazzata. Ricordai la mattina: Marco che si muoveva in modo strano attorno al frigorifero, la sua borsa da lavoro lasciata insolitamente aperta sul tavolo della sala da pranzo, la fretta imprevista con cui mi aveva spinta a uscire di casa verso le sette e quindici, dicendomi che si sarebbe occupato lui di tutto.
«Devo parlargli», dissi con fermezza, muovendomi verso la porta della stanza. «Devo guardarlo negli occhi e chiedergli che cosa sta succedendo!»
«Signora, le raccomando di mantenere la calma», tentò di fermarmi l'ispettrice Marni, ma io ero già nel corridoio.
Percorsi a passi rapidi la corsia del pronto soccorso diretta verso la zona ristoro dove si trovavano i distributori automatici. La sala d'attesa era affollata di persone con piccoli traumi, volti stanchi e spaventati, ma la sagra alta e distinta di Marco non c'era. Mi guardai intorno disperata. L'ascensore centrale indicava che la cabina stava scendendo verso il piano interrato, dove si trovava il parcheggio sotterraneo del personale e dei visitatori.
Senza riflettere, corsi verso le scale di emergenza e scesi i gradini tre a tre. Il rumore dei miei tacco bassi rimbombava nell'intercapedine di cemento armato. Quando spinsi la pesante porta tagliafuoco ed entrai nel parcheggio coperto, l'aria era fredda e puzzava di gas di scarico.
Lo vidi subito.
Marco era in piedi accanto alla nostra automobile station wagon grigia, con lo sportello del lato guidatore aperto. Non stava prendendo un caffè. Aveva il cofano vano bagagli spalancato e stava frugando freneticamente all'interno della ruota di scorta. Tra le mani teneva una piccola valigetta rigida in alluminio satinato, priva di etichette, dotata di una chiusura a combinazione numerica.
«Marco!» urlai, la mia voce ecoò tra le colonne di cemento del garage.
Lui si bloccò all'istante. Si voltò lentamente verso di me. Sulla sua fronte c'era un velo di sudore freddo e i suoi occhi, di solito così calmi e rassicuranti, rivelavano un terrore puro e incontrollabile. Ma non era il terrore di un padre preoccupato per la salute della propria figlia. Era il terrore di un uomo che è stato sorpreso con le mani macchiate di colpa.
«Che cos'è quella valigetta?» chiesi, avanzando passo dopo passo mentre il mio corpo tremava per la rabbia e la paura. «E perché hai mentito alla polizia sul laboratorio che ti stava cercando?»
Marco non rispose subito. Chiuse lentamente il bagagliaio dell'auto con un colpo secco che rimbombò nel silenzio del parcheggio. Poi strinse la maniglia della valigetta e fece un passo indietro, allontanandosi da me.
«Elena, tu non capisci», disse con una voce che non sembrava nemmeno la sua, rauca e priva di inflessione. «Devi tornare di sopra. Ora. Lasciami gestire questa storia.»
«Gestire cosa?!» gridai, scoppiando in lacrime. «Nostra figlia è in un letto d'ospedale avvelenata da una sostanza sperimentale! Il medico dice che non è caduta da nessuna sedia! Cosa le hai fatto, Marco? Cosa diavolo hai fatto nella nostra casa questa mattina?»
Lui scosse la testa, e per la prima volta notai che sul suo collo, appena sotto il colletto della camicia, c'era un graffio rosso e profondo, come se qualcuno avesse cercato di difendersi da lui.
«Non sono stato io a darle quel farmaco», sussurrò Marco, muovendosi lentamente verso l'uscita del parcheggio. «Ma se non me ne vado da qui entro cinque minuti con questa valigetta, quelli del laboratorio non si limiteranno a farla addormentare. Tu non sai chi sono quelle persone, Elena. E non sai cosa c'è veramente dentro la nostra casa.»
Prima che potessi fare un altro passo per fermarlo, il suono stridulo di gomme sull'asfalto risuonò all'ingresso del garage. Un SUV nero dai vetri oscurati entrò a grande velocità, sbandò nell'area di manovra e bloccò completamente la via d'uscita, posizionandosi esattamente tra me e mio marito.






