Mia figlia non aveva ancora compiuto tre anni quando mio marito mi chiamò al lavoro per dirmi che era «caduta da una sedia e si era addormentata».
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Mia figlia non aveva ancora compiuto tre anni quando mio marito mi chiamò al lavoro per dirmi che era «caduta da una sedia e si era addormentata».

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parte6

Il gas acido penetrò nei miei polmoni prima ancora che potessi rendermene conto, scatenando un attacco di tosse violento che mi strappò le forze dalle gambe. L’oscurità della stanza era rotta soltanto dalle luci blu che filtravano dalle finestre, ora tagliate da sagome scure che si muovevano con spaventosa efficienza nel corridoio.

«Tirati giù!» urlò l’ispettrice Marni, spingendomi brutalmente contro il pavimento di parquet divelto.

Un secondo dopo, il suono sordo di due spari silenziati infranse il vetro della finestra della cameretta. Un tecnico della scientifica accanto a me emise un gemito soffocato e stramazzò di lato, abbattuto da un proiettile prima di potersi riparare.

«Copertura! Copertura!» gridò Marni, estraendo la sua pistola d'ordinanza dalla fondina e rispondendo al fuoco verso il corridoio d'ingresso. I lampi di vampata delle sue sparatorie illuminarono a intermittenza il volto dell'ispettrice, su cui si leggeva un mix di pura determinazione e disperazione.

Ma chiunque stesse attaccando non era una banda di criminali comuni. Usavano visori a infrarossi e granate stordenti a bassa frequenza. Una di queste esplose nel corridoio con un bagliore accecante e un boato che mi azzerò temporaneamente l'udito, lasciando un fischio acutissimo nelle mie orecchie.

Nel caos di fumo, spari e grida soffocate, sentii il mio braccio sinistro premuto contro qualcosa di duro ed essenziale.

Il carillon d'ebano.

Non lo avevo lasciato andare. Nell'istante in cui Marni mi aveva spinta a terra, lo avevo stretto d'istinto al petto, proteggendolo con il mio stesso corpo.

«Elena! Dammi quell'oggetto e striscia verso il bagno!» mi urlò Marni nell'orecchio, ma la sua voce mi giungeva ovattata, come proveniente da sotto fondo marino. «Hanno isolato la squadra di scorta all'esterno! Hanno bloccato le radiocomunicazioni!»

Non risposi. Sapevo che se avessi consegnato il carillon, non sarei mai riuscita a salvare Sofia. Quell'oggetto era l'unica moneta di scambio che mi rimaneva, l'unica prova capace di costringere quei mostri a somministrare l'antidoto a mia figlia prima che la sua mente venisse cancellata per sempre.

Mentre Marni si sporgeva oltre lo stipite della porta per fare da sbarramento con la sua pistola, mi voltai di fianco e strisciai verso la finestra rotta. La cameretta di Sofia dava sul balcone di servizio che collegava il nostro appartamento con le scale antincendio esterne del condominio. Una struttura in ghisa che nessuno utilizzava mai, arrugginita dalla pioggia e dal tempo.

I vetri frantumati mi tagliarono le palme delle mani e le ginocchia mentre scivolavo verso l'esterno, ma non avvertii alcun dolore. L'adrenalina era un veleno puro che scorreva nelle mie vene.

Riuscii a varcare la soglia del balcone proprio mentre due uomini in tenuta tattica nera abbattevano la porta della stanza. Sentii il suono d'urto del corpo di Marni spinto contro la parete, seguito da una raffica di colpi e dal silenzio.

«Marni!» pensai di gridare, ma la voce mi si bloccò nella gola. Non potevo tornare indietro. Se fossi tornata indietro, avrebbero preso il carillon e ucciso anche me.

Mi lanciai giù per i gradini della scala antincendio nell'oscurità e nella pioggia battente. L'acqua mi inzuppò i vestiti in pochi secondi, trasformando i gradini di metallo in una trappola scivolosa. Rstringevo il carillon d'ebano al petto con il braccio destro, usando la mano sinistra per sostenermi al corrimano arrugginito.

Dall'alto, il suono di passi pesanti mi fece capire che mi avevano vista. Un proiettile rimbalzò sulla ringhiera di ghisa a pochi centimetri dal mio viso, sparando schegge di metallo incandescente nell'aria.

Raggiunsi il livello del cortile interno, un'area buia e dimenticata dove venivano stipati i cassonetti dell'immondizia del fabbricato. Scavalcai una recinzione di rete metallica, strappandomi la giacca e procurandomi un profondo taglio sul fianco, ma continuai a correre senza guardarmi indietro.

Uscii nel vicolo secondario dietro il condominio. La strada era deserta. Le pattuglie della polizia erano posizionate sul lato frontale dell'edificio, del tutto ignare di quanto stese accadendo nella parte posteriore a causa del blocco delle comunicazioni radio che gli assalitori avevano attivato.

Corsi verso la fermata della metropolitana più vicina, mescolandomi nell'oscurità tra le auto parcheggiate.

Il mio corpo tremava per il freddo, la paura e il sanguinare continuo dal fianco e dalle mani, ma la mia mente rimase fissata su un unico pensiero: l'ospedale. Dovevo raggiungere la stanza di Sofia. Ma come potevo interpretare i numeri? Come potevo inserire quella sequenza nel carillon senza il dispositivo adatto?

Entrai in una cabina telefonica pubblica ancora funzionante all'angolo della strada, uno degli ultimi resti di un'epoca passata. Chiusi la porta a soffietto per ripararmi dalla pioggia. Il cuore mi batteva nel cranio con la violenza di un maglio.

Sotto la luce fioca della cabina, esaminai di nuovo il carillon d'ebano.

La piastra metallica sulla base non era un semplice lettore ottico. Intorno ai quattro fori disposti a quadrato c'erano minuscole incisioni, quasi invisibili a occhio nudo. Avvicinai l'oggetto alla lampada della cabina. Le incisioni raffiguravano lettere minuscole, disposte in una sequenza circolare:

S - B - T - L - 0 - 9

'Sintesi Bio' - 'Laboratorio' - '09'.

Capii immediatamente. Non era solo una chiave di accesso. Era una coordinata geografica e un identificativo di accesso. Il numero che mia figlia stava ripetendo all'infinito non era un unico codice. Erano due sequenze sovrapposte: la prima era la chiave di cifratura della chiave di memoria, la seconda era il numero di un canale di trasmissione di sicurezza.

In quel momento, dal carillon uscì un breve, impercettibile segnale acustico.

La piastra metallica inferiore scivolò di lato di due millimetri, rivelando un piccolo schermo a cristalli liquidi a basso consumo che si illuminò di una luce verde spettrale.

Sullo schermo comparve un testo in scorrimento rapido:

DISPOSITIVO SINKRONIZZATO CON VETTORE PEDIATRICO SOFIA RINALDI. TEMPO ALLA CANCELLAZIONE NEURONALE: 05 ORE - 42 MINUTI. PER ANNULLARE IL PROCESSO: INSERIRE IL REAGENTE 'BETA-9' PRESSO IL LABORATORIO CENTRALE SINTESI BIO - SETTORE SOTTERRANEO C3.

Un conto alla rovescia era iniziato. Meno di sei ore.

Allungai la mano per prendere la cornetta del telefono pubblico per tentare di contattare direttamente il Dottor Valenti al pronto soccorso, ma prima che potessi digitare il numero, il telefono squillò da solo.

Un suono acuto, penetrante, che mi fece sobbalzare nel piccolo spazio chiuso della cabina.

Guardai la cornetta nera che vibrava sul supporto di metallo.

Nessuno conosceva il numero di quella cabina pubblica. Nessuno tranne chi mi stava tracciando attraverso il segnale emesso dal carillon che si era appena attivato.

Con le dita insanguinate e tremanti, sollevai la cornetta e la portai lentamente all'orecchio.

«Elena», disse una voce femminile dall'altro capo della linea. Era una voce calda, elegante, ma del tutto priva di pietà. «So che hai il carillon. E so che stai guardando il conto alla rovescia.»

«Chi sei?» chiesi, cercando di soffocare un singhiozzo.

«Sono la persona che ha creato la molecola che sta attualmente riscrivendo il cervello di tua figlia», rispose la donna. «E sono l'unica persona al mondo che possiede la fiala di Beta-9 per fermare il processo prima che Sofia diventi un vegetale. Hai novanta minuti per portarmi quel carillon al molo 14 del porto industriale. Se avverti la polizia, o se tenti di tornare in ospedale, disattiverò da remoto il supporto vitale della bambina.»