parte5
L’aria all’interno dell’auto della polizia che mi scortava verso la nostra abitazione era impregnata di un silenzio pesante, interrotto soltanto dal gracchiare metallico della radio di servizio. L’ispettrice Marni sedeva al mio fianco sul sedile posteriore, gli occhi fissi fuori dal finestrino mentre la città scivolava via sotto la pioggia battente che aveva iniziato a cadere da pochi minuti.
«Signora Rinaldi, so cosa sta provando», disse Marni senza voltarsi verso di me. «Ma devo chiederle di concentrarsi. Se la risposta per salvare sua figlia si trova dentro la sua casa, dobbiamo trovarla prima che quegli uomini tornino a finire ciò che hanno iniziato.»
«Non sa cosa sto provando», risposi con voce priva di tono. «Mio marito è morto due ore fa sulla strada per la centrale. La bambina che ho cresciuto non riconosce la mia voce e sta ripetendo numeri come una macchina. Non ho idea di chi fosse l'uomo con cui ho dormito per sei anni. Non so più niente.»
Marni non replicò. Sapeva che non c'erano parole capaci di attenuare quell'incubo.
Quando la vettura accostò davanti al nostro condominio nella periferia residenziale della città, la scena appariva surreale. L'edificio era stato circondato da nastro plastificato bianco e rosso. Due gazzelle dei carabinieri e un furgone della polizia scientifica bloccavano il cancello d'ingresso. I vicini di casa si affacciavano alle finestre con i volti illuminati dai lampeggianti blu, sussurrando tra loro dietro le tende socchiuse.
Salimmo al terzo piano tramite le scale di servizio. La porta d'ingresso del nostro appartamento era stata forzata: la serratura d'acciaio presentava evidenti segni di torsione meccanica, e la targhetta con il nostro cognome — Rinaldi — era storta, pendente da un solo chiodo.
Entrai. L'appartamento che fino a dodici ore prima rappresentava il mio rifugio sicuro, il luogo dove avevo scelto i colori delle pareti e montato i mobili della cameretta, era ridotto a una rovina chirurgica. Non si trattava del disordine provocato da rapinatori comuni. Chi era entrato non cercava gioielli o contanti.
I divani erano stati tagliati lungo le cuciture per ispezionare l'imbottitura; le tavole del parquet della sala da pranzo erano state divelte a intervalli regolari; i quadri erano stati staccati dai muri e le cornici spezzate. Ma la violenza maggiore era stata riservata alla stanza di Sofia.
Mi fermai sulla soglia della cameretta. Le pareti dipinte di rosa pallido erano state coperte di crepe. Nel cartongesso dietro l'armadio a muro era stato praticato un varco rettangolare perfetto di circa cinquanta centimetri per lato. Da quel foro pendevano cavi elettrici tranciati e frammenti di materiale isolante termico.
I periti della scientifica, vestiti con tute bianche e calzari di plastica, stavano fotografando l'interno del vano.
«È la cassaforte di cui mi parlava al pronto soccorso?» chiesi a Marni, appoggiandomi allo stipite della porta per non cadere.
Un tecnico della scientifica si voltò verso di noi, sfilandosi i guanti di lattice. «Non è una cassaforte convenzionale, ispettrice. È un modulo di isolamento a gabbia di Faraday dotato di un sistema di refrigerazione autonoma a circuito chiuso. Chiunque l'abbia installato conosceva molto bene le tecniche di schermatura dai segnali a frequenza radio. Se qui dentro c'era un campione biologico o un dispositivo informatico, non poteva essere rilevato da una normale scansione dall'esterno.»
Marni si chinò vicino al foro, esaminando i contorni del metallo tranciato. «Ed è vuoto?»
«Completamente vuoto», confermò il tecnico. «Qualcuno lo ha svuotato prima del nostro arrivo. Probabilmente la stessa persona che ha ucciso il Signor Rinaldi, oppure la persona a cui Rinaldi ha consegnato la prima parte del materiale questa mattina.»
Chiusi gli occhi, cercando di far riemergere i ricordi di quei mesi passati. Tre mesi fa. Marco aveva chiesto un permesso di tre giorni dal lavoro sostenendo di dover ristrutturare la parete della camera di nostra figlia a causa di un'infiltrazione d'acqua dal piano superiore. Aveva svolto tutti i lavori da solo, chiudendosi dentro a chiave per ore, impedendomi di entrare con la scusa della polvere e delle vernici tossiche.
Io mi ero fidata. Gli avevo preparato il caffè, gli avevo sorriso quando era uscito esausto da quella stanza, orgogliosa di come si stesse prendendo cura della nostra casa.
Ero stata cieca. Una cieca complice della distruzione della mia stessa famiglia.
«Il biglietto lasciato sul corpo di Marco diceva un'altra cosa», disse Marni, interrompendo i miei pensieri. «Diceva: 'La chiave non è nella testa della bambina. La chiave è nella casa che avete costruito insieme.' Se il modulo nella parete è vuoto, deve esserci un altro nascondiglio. Un luogo che Marco considerava sicuro e che solo lei potreste identificare.»
«Non c'è niente altro!» gridai, la rabbia che finalmente soffocava la disperazione. «Non capisce che mi ha mentito su tutto?! Non so cosa c'è in questa casa! Non so cosa cercasse!»
Marni mi afferrò con delicatezza ma fermezza per le braccia, costringendomi a guardarla negli occhi. «Pensi, Elena. Rifletta su ogni dettaglio. Un cambiamento nelle sue abitudini, un oggetto che ha portato in casa e che non le è appartenuto prima, un restauro, un regalo. Qualunque cosa che sia arrivata negli ultimi sei mesi.»
Mi guardai intorno, con la vista annebbiata dalle lacrime. Gli scaffali dei libri erano stati rovesciati. I giocattoli di Sofia erano sparsi sul pavimento: la casa delle bambole in legno, i blocchi di plastica colorata, il piccolo pianoforte giocattolo...
Poi il mio sguardo cadde su un dettaglio apparentemente insignificante nell'angolo della stanza.
Un vecchio carillon in legno d'ebano intagliato a mano. Era posizionato sul comodino accanto al letto di Sofia. Marco lo aveva portato a casa un mese fa, dicendo di averlo acquistato in un mercatino dell'antiquariato durante un viaggio di lavoro. Sofia lo adorava; ogni sera, prima di dormire, Marco girava la chiavetta d'ottone sulla base per far suonare una melodia lenta e malinconica.
Ma c'era una cosa che non avevo mai notato prima con attenzione.
I periti della scientifica avevano perquisito ogni centimetro della stanza, ma il carillon era rimasto lì, intatto, come se fosse stato ignorato o considerato un semplice soprammobile di poco conto.
Mi avvicinai lentamente al comodino. Nessuno dei tecnici mi fermò. Allungai la mano e presi il carillon tra le dita. Era insolitamente pesante per le sue dimensioni. Molto più pesante di quanto un meccanismo a molla in ottone avrebbe dovuto essere.
Sulla base del carillon non c'era una normale chiave di ricarica. C'era una piccola piastra metallica con quattro minuscoli fori disposti a quadrato.
«Marni», sussurrai, la voce che mi tremava nella gola. «Guardate questo.»
L'ispettrice si avvicinò rapidamente, seguita dal capo della squadra scientifica. «Che cos'è?»
«Mio marito ha portato questo oggetto a casa quattro settimane fa», dissi, mostrando la parte inferiore del carillon. «Ha detto che era un regalo per Sofia. Ma guardi qui. Non si carica con una chiave normale. E la sequenza di numeri che Sofia continua a ripetere all'ospedale...»
Mi bloccai. I numeri.
«Sette, quattro, uno, nove... zero, due, otto, cinque...»
«I numeri sono le coordinate di sblocco!» esclamò il tecnico della scientifica, afferrando immediatamente una lampada d'ispezione ad alta intensità per esaminare la piastra metallica. «Non è un carillon meccanico. È una chiave biometrica a memoria di massa ad alta densità con interfaccia ottica!»
In quel preciso istante, le luci dell'appartamento tremarono. Un secondo dopo, la corrente elettrica si interruppe completamente, sprofondando la casa nell'oscurità più totale, illuminata soltanto dai lampeggianti blu delle pattuglie fuori dalle finestre.
Nel corridoio d'ingresso dell'appartamento si udì un suono secco. Il rumore di un corpo pesante che cadeva a terra con un impatto sordo, seguito immediatamente dallo stridio metallico di una bomboletta fumogena che iniziava a rilasciare un gas denso ed acido nell'aria.






