parte7
«Come... come puoi disattivare il supporto vitale da remoto?» chiesi, la mia voce un soffio sottile che faticava a varcare il microfono della cornetta.
La risata della donna fu un suono secco, simile al raschiare di due lamine di vetro. «Non sto parlando dei macchinari dell'ospedale, povera illusa. Sto parlando del modulatore stesso. Il reagente che Marco ha somministrato a tua figlia questa mattina contiene un micro-dispositivo a rilascio osmotico che risponde a una frequenza radio criptata. Se invio il segnale di terminazione, la molecola interromperà la sinapsi respiratoria entro tre secondi. Tua figlia smetterà semplicemente di respirare, e i medici del pronto soccorso penseranno a un arresto cardiaco da collasso organico.»
Il terrore mi congelò i muscoli. La trappola era perfetta, costruita con una spietatezza scientifica che non lasciava spazio ad alcuna manovra.
«Perché Marco lo ha fatto?» gridai nella cornetta, asciugandomi la pioggia e le lacrime dal viso. «Era suo padre! Come ha potuto accettare di trasformare nostra figlia in un esperimento?!»
«Marco non voleva che fosse Sofia la cavia», rispose la donna con un tono di fredda condiscendenza. «Il vettore doveva essere lui stesso. Ma tre giorni fa, durante una verifica di sicurezza interna, Marco ha capito che lo stavamo per arrestare. Ha preso il reagente, è fuggito dal laboratorio e ha cercato un modo per nasconderlo dove nessuno avrebbe mai cercato. Quando stamattina ha sentito che la polizia stava per fare una perquisizione nella vostra casa, è andato nel panico. Ha somministrato la dose a tua figlia per disperazione, pensando che non avremmo mai osato toccare una bambina.»
Fece una pausa, e potevo sentire il rumore del vento e del mare sullo sfondo della sua chiamata.
«Ma Marco era un debole. Tu, invece, sembra che tu abbia più spirito di conservazione. Il molo 14. Novanta minuti. Vieni da sola. Se vedo un solo veicolo della polizia entro un raggio di un chilometro, premo il pulsante di terminazione.»
La linea cadde con un tono sordo.
Rimasi nella cabina telefonica per dieci lunghi secondi, ascoltando il segnale di linea libera. Il carillon d'ebano nella mia mano continuava a emettere quel debole chiarore verde. Il conto alla rovescia sullo schermo era sceso a 05 ORE - 38 MINUTI.
Non potevo andare dalla polizia. Non potevo fidarmi dell'ispettrice Marni, che ora era probabilmente morta o prigioniera nel mio appartamento. Non potevo chiamare l'ospedale. Ero sola, in una città sconfinata e ostile sotto una tempesta che non accennava a placarsi.
Uscii dalla cabina telefonica e mi incamminai verso la strada principale. Avevo bisogno di un mezzo di trasporto, ma non potevo usare le mie carte di credito o il taxi tradizionale, che avrebbero lasciato tracce tracciabili dai sistemi di sorveglianza della Sintesi Bio.
Notai un'auto usata, una vecchia utilitaria blu parcheggiata davanti a un'officina meccanica chiusa. Il proprietario aveva lasciato le chiavi inserite nel cruscotto mentre caricava alcuni attrezzi sul retro del locale, la porta dell'officina lasciata socchiusa.
Senza riflettere sulle conseguenze legali delle mie azioni — il concetto stesso di legge aveva perso ogni significato nelle ultime quattro ore — mi avvicinai all'auto, aprii lo sportello del lato guidatore, salii e ingranai la marcia, partendo a gran velocità nell'oscurità prima che il meccanico potesse rendersi conto di quanto accaduto.
Guidai verso la zona portuale della città. I tergicristalli dell'utilitaria battevano un ritmo irregolare contro il parabrezza bagnato. Dal fianco ferito il sangue continuava a bagnare la stoffa della mia maglietta, ma non avvertivo dolore fisico; la dose di adrenalina nel mio corpo azzerava qualsiasi sensazione che non fosse il terrore per Sofia.
Mentre mi avvicinavo alla zona industriale, la città residenziale lasciò il posto a una distesa di capannoni prefabbricati, gru enormi e container arrugginiti impilati come giganteschi mattoni di ferro sotto la pioggia. L'odore dell'asfalto bagnato venne sostituito dall'odore acre di gasolio, sale marino e ruggine.
Il molo 14 era una banchina isolata, situata all'estremità più remota del porto commerciale, usata principalmente per il carico di rottami metallici e merci non containerizzate.
S spensi i fari dell'auto a duecento metri d'distanza e procedetti a passo d'uomo al buio. Tra la pioggia battente scorsi la sagoma di una nave cargo di medie dimensioni, priva di luci sul ponte, ancorata lungo il ciglio della banchina di cemento.
A terra, accanto a una catasta di lamiera arrugginita, era parcheggiato il SUV nero con i vetri oscurati che avevo già visto nel garage dell'ospedale.
Accanto al veicolo c'era una sola persona, al riparo sotto un grande ombrello nero.
Frenai l'utilitaria a venti metri di distanza. Stringendo il carillon d'ebano sotto la giacca insanguinata, aprii lo sportello e scesi nell'acqua alta tre centimetri che copriva la banchina.
La persona sotto l'ombrello si mosse lentamente, facendo un passo avanti nella luce fioca di un lampione oscillante.
Quando la luce le illuminò il viso, sentii il cuore arrestarsi nel petto.
Non era una sconosciuta dirigente d'azienda. Non era un tecnico di laboratorio che non avevo mai visto.
La donna che mi attendeva al molo 14, la donna che gestiva l'operazione della Sintesi Bio e che aveva condannato mia figlia, era mia suocera.
Livia Rinaldi.
La madre di Marco. La donna che ogni domenica veniva a pranzo a casa nostra, che teneva Sofia sulle ginocchia e le leggeva le fiabe, che mi sorrideva abbracciandomi sulla soglia di casa.
«Ciao, Elena», disse Livia con una voce spaventosamente ferma, senza un minimo di emozione nei suoi occhi grigi. «Vedo che hai portato quello che appartiene alla mia società.»






