parte4
Corsi lungo i corridoi dell'ospedale senza sentire il peso delle gambe, senza ascoltare le chiamate dell'ispettrice Marni che tentava di tenersi al passo dietro di me. L'odore acre di disinfettante dell'astanteria pediatrica mi colpì il viso come una sberla fredda. Quando spinsi le porte a battente della stanza di mia figlia, la scena che mi si parò davanti congelò ogni mia speranza.
La piccola Sofia era seduta sul lettino metallico. I suoi piccoli tubicini della flebo erano stati strappati e giacevano a terra, gocciolando soluzione salina sulle piastrelle lucide. Due infermiere cercavano di mantenerla ferma per le spalle, ma la bambina si muoveva con una forza innaturale, quasi rigida, priva della flessibilità tipica dei suoi tre anni.
I suoi occhi, di solito di un marrone profondo e vivace, apparivano sgranati, le pupille dilatate a tal punto da cancellare quasi l'iride. Non piangeva. Non c'erano lacrime sul suo viso. Dalla sua bocca usciva un flusso continuo e monotono di parole, pronunciate con una scansione metallica, sprovvista di qualsiasi inflessione emotiva.
«Sette, quattro, uno, nove... zero, due, otto, cinque... sette, quattro, uno, nove...»
Nessuna richiesta di aiuto. Nessun "mamma". Solo quella sequenza numerica ripetuta senza sosta, senza mai prendere fiato in modo naturale.
«Sofia! Sofia, tesoro mio, sono la mamma!» gridai, scagliandomi verso il letto e scostando delicatamente l'infermiera. Le presi il viso tra le mani. La sua pelle era rovente, arida, bruciata da una febbre improvvisa che non c'era mezz'ora prima.
Nessun segno di riconoscimento. I suoi occhi passarono attraverso il mio volto come se fossi un oggetto trasparente. Continò a sillabare con voce innaturalmente profonda: «...zero, due, otto, cinque... sette, quattro, uno, nove...»
«Cosa le sta succedendo?!» urlai verso il Dottor Valenti, che era entrato nella stanza tenendo in mano un tracciato elettroencefalografico appena stampato.
«L'attività cerebrale è fuori scala», disse il medico, con le mani che tremavano leggermente mentre regolava il flusso di un nuovo sedativo per via endovenosa. «I lobo temporali stanno scaricando impulsi elettrici a una frequenza mai vista in un paziente pediatrico. È come se il suo cervello stesse processando un enorme quantitativo di dati simultanei. La sostanza chimica che le è stata somministrata non è un semplice veleno, signora Rinaldi. È un neuro-modulatore sperimentale progettato per la codifica e la memoria sintetica.»
Sgranai gli occhi, incapace di accettare quelle parole. «Memoria sintetica? State dicendo che mia figlia è stata usata come un dispositivo di archiviazione?!»
L'ispettrice Marni, entrata nella stanza con l'espressione di chi sta vedendo confermate le sue peggiori ipotesi, fece un cenno al Dottor Valenti. «Dottore, isoli la stanza. Nessuno entra e nessuno esce senza il mio autorizzazione scritta. Abbiamo bloccato il padre al piano di sotto, ma se questo farmaco è quello che temo, la bambina è il bersaglio principale di questa operazione.»
«Un bersaglio?! Ha tre anni!» gridai, stringendo mia figlia contro il petto. Il suo corpicino era rigido come un ceppo di legno, e potevo sentire le sue labbra vibrare contro la mia spalla mentre continuava a mormorare la solita catena imprevedibile di cifre: «...sette, quattro, uno, nove...»
L'ispettrice tirò fuori un piccolo registratore vocale digitale e lo avvicinò alla bocca della bambina. «Signora Rinaldi, so che questo è devastante per lei, ma dobbiamo ascoltare con attenzione. Suo marito lavorava per la rete di distribuzione della 'Sintesi Bio'. Negli ultimi tre mesi, la Procura Antiterrorismo e la Guardia di Finanza stavano indagando su questa società per la scomparsa di un algoritmo criptato contenente i codici di accesso a banche dati militari e bancarie internazionali. Pensavamo che i dati fossero stati trasferiti su server remoti o unità fisiche. Non avevamo mai ipotizzato che potessero utilizzare la struttura cerebrale di un essere umano per nascondere il codice.»
Sentii il pavimento cedere sotto i miei piedi. L'orrore di quella rivelazione era così immenso da superare i confini della sanità mentale. Mio marito non aveva commesso un errore temporaneo. Non era caduto in una tentazione finanziaria. Aveva permesso che nostra figlia venisse iniettata con un composto chimico non testato per trasformare il suo cervello in una cassaforte biologica indecifrabile.
«Perché lei?» chiesi, la voce rotta da un singhiozzo di pura disperazione. «Perché farle questo?»
«Perché il cervello di un bambino piccolo ha una plasticità neuronale unica», rispose Marni con crudo pragmatismo. «Può assorbire e conservare sequenze di dati complesse senza che il soggetto possa tradire coscientemente il contenuto. Ma c'è un problema sistemico colossale.»
«Quale problema?»
Il Dottor Valenti intervenne, posando una mano protettiva sulla mia spalla. «Il cervello umano non è progettato per contenere questa quantità di carico elettrico esterno per un tempo prolungato. Se non troviamo il neutralizzante specifico — la molecola antagonista che disattiva il legame con i recettori neuronali — il sovraccarico causera danni cerebrali irreversibili entro le prossime dodici ore. Il coma indotto in cui era caduta oggi pomeriggio era il tentativo del suo organismo di autodifendersi dal sovraccarico.»
Dodici ore.
Il mondo si ridusse a quella cifra spietata. Dodici ore per salvare la mente di mia figlia da una distruzione definitiva.
In quel momento, la porta della stanza si spalancò di nuovo. Un agente di polizia con il volto visibilmente alterato entrò senza bussare, facendo cenno all'ispettrice Marni di uscire nel corridoio.
«Ispettrice, abbiamo un problema enorme al piano inferiore», disse l'agente a bassa voce, ma la porta aperta mi permise di sentire ogni singola parola. «L'auto di pattuglia che trasportava Marco Rinaldi verso la centrale è stata speronata a due isolati dall'ospedale. Un commando armato ha intercettato il convoglio.»
L'ispettrice si gelò. «Rinaldi è stato liberato?»
«No, signora», rispose l'agente con la voce rotta dall'inquietudine. «Non lo hanno liberato. Gli hanno sparato a bruciapelo prima che i nostri uomini potessero reagire. È morto sul colpo. E sul suo corpo hanno lasciato un messaggio indirizzato a sua moglie.»
Mi alzai lentamente dal letto, la voce di mia figlia che continuava a scandire quei numeri maledetti come un orologio dell'apocalisse sullo sfondo. Camminai verso la porta con passo spettrale.
«Quale messaggio?» chiesi, guardando il poliziotto negli occhi.
L'agente esitò, guardando prima l'ispettrice, poi sfilò dalla tasca della giacca una busta trasparente per le prove trasparenti. All'interno c'era un biglietto di carta strappato, macchiato di sangue fresco.
Sopra c'era scritta una sola frase, tracciata con una grafia rigida e precisa:
«La chiave non è nella testa della bambina. La chiave è nella casa che avete costruito insieme. Avete otto ore prima che il codice cancelli tutto.»






