parte11
Il motore diesel della station wagon produceva un ronzio sommesso e costante mentre macinavamo chilometri verso la provincia di confine. I fari fendinebbia squarciavano appena la fitta cortina di vapore che saliva dai campi della pianura padana. Erano le quattro del mattino e la pioggia si era trasformata in un piovasco sottile, quasi invisibile, che rendeva l'asfalto specchiante sotto la luce dei rari lampioni dell'autostrada.
Sofia dormiva nel seggiolino sul sedile posteriore. Il suo respiro era tornato quello di sempre: profondo, leggermente sibilante, ritmato dalle piccole contrazioni dei muscoli facciali tipiche dei sogni infantili. L'ho guardata attraverso lo specchietto retrovisore ogni due minuti, terrorizzata dall'idea che potesse improvvisamente irrigidirsi di nuovo o ricominciare a sillabare quelle maledette cifre.
Ma il Beta-9 aveva fatto il suo dovere clinico. La sequenza bio-sintetica era stata chimicamente isolata nelle strutture profonde dell'ippocampo. Sofia era tornata a essere soltanto una bambina di tre anni. Una bambina che non sapeva di portare nel proprio corpo la chiave cifrata per accedere a sistemi d'arma e conti correnti offshore di valore inestimabile.
Estrassi dalla tasca della giacca un vecchio telefono cellulare prepagato, un apparecchio che Marco teneva nascosto nel vano portaoggetti dell'auto e che non era collegato ad alcuna utenza registrata a nostro nome. Avevo inserito una scheda SIM vergine che avevo acquistato settimane prima per le emergenze domestiche.
Digitai a memoria un numero che non chiamavo da oltre tre anni.
Il telefono squillò quattro volte prima che dall'altra parte qualcuno rispondesse. La voce che emerse dal ricevitore era stanca, profonda, segnata da anni di sigarette e notti insonni.
«Elena?»
«Zio Roberto», risposi, il pianto che minacciava di nuovo di spezzarmi la gola. «Ho bisogno di aiuto. Subito.»
Roberto era il fratello minore di mio padre. Un ex capitano della Marina Mercantile che viveva isolato in un piccolo borgo di pescatori sulla costa ligure, un uomo che aveva tagliato i ponti con il resto della famiglia dopo la morte di mio padre e che aveva trascorso gli ultimi quindici anni della sua vita a riparare vecchie imbarcazioni in legno lontano da qualsiasi tecnologia moderna.
«Cosa è successo?» chiese Roberto, il tono immediatamente allerta. «Ho visto il telegiornale locale cinque minuti fa. Parlano di un attacco al pronto soccorso e della scomparsa di una bambina. Dicono che sei armata e pericolosa, Elena. Che cosa hai combinato?»
«È tutta una bugia», dissi, stringendo il volante finché le nocche non diventarono bianche. «Marco... Marco è morto, Roberto. E la gente per cui lavorava sta cercando di prendere Sofia. Se la polizia o i servizi segreti ci trovano, la chiuderanno in un laboratorio per il resto della sua vita. Non ho nessun altro a cui rivolgermi.»
Dall'altro capo della linea ci fu un silenzio prolungato, rotto soltanto dal suono accendino che scattava.
«Dove ti trovi adesso?» chise Roberto.
«Sull'A7, direzione Genova. Sono a circa quarantotto chilometri da casa tua.»
«Ascoltami bene», disse Roberto con una fermezza che mi trasfuse un primo, reale senso di protezione. «Non prendere l'uscita per il borgo. Ci saranno sicuramente posti di blocco della stradale. Prosegui fino al casello successivo, abbandona l'auto nel parcheggio del cimitero comunale di Rapallo e prosegui a piedi verso il molo di levante. Lì c'è un gozzo in legno verde con il nome 'Nautilus'. Salite a bordo e nascondetevi nella stiva. Arriverò tra un'ora.»
«Roberto... ci sono uomini pericolosi che ci stanno tracciando», lo avvertii.
«So come gestire le persone pericolose, Elena. Ho navigato per vent'anni in acque dove la legge non esiste. Muoviti, prima che arrivi la luce del sole.»
La linea cadde.
Seguì le sue istruzioni alla lettera. Raggiunsi il casello di Rapallo verso le cinque e qu quindici. Il parcheggio del cimitero era completamente deserto, avvolto da pini marittimi e dal rumore sordo delle onde che sbattevano contro la scogliera sottostante.
Spensi il motore della station wagon, sfilai le chiavi dal quadro e le gettai in un tombino di scolo delle acque piovane. Non avrei mai più guidato quell'auto.
Slegai Sofia dal seggiolino. La bambina si svegliò appena, strofinandosi gli occhi piccolini con i pugni chiusi.
«Mamma... dove siamo?» mormorò con voce impastata dal sonno.
«Siamo vicino al mare, tesoro», le risposi, avvolgendola saldamente nella mia giacca e prendendola in braccio. «Andiamo a fare un giro in barca con lo zio Roberto.»
«Un giro in barca?» sorrise debolmente, appoggiando il viso contro il mio collo. «Mi piace la barca.»
Camminai per due chilometri lungo il sentiero pedonale che costeggiava la scogliera. L'aria salmastra e pulita del mare mi riempì i polmoni, spazzando via parte del sapore di acido e bruciato che mi perseguitava dal blitz nel nostro appartamento.
Il molo di levante era buio. Le imbarcazioni da pesca dondolavano dolcemente legate ai corpi morti di cemento. Trovai subito il 'Nautilus': un vecchio gozzo ligure di otto metri, con lo scafo in fasciame di pino tinto di verde scuro e la tuga in mogano opaco dal tempo.
Salii a bordo scavalcando la falchetta. Aprii il tambuccio in legno della tuga e scesi nella piccola cabina di prua. Puzzava di olio di lino, cordame bagnato e salsedine. Adagiai Sofia sulla brandeggio di dritta e la coprii con una coperta di lana grezza che trovai stipata nel cala-vele.
La bambina si riaddormentò quasi all'istante, stretta al suo piccolo dinosauro di plastica che ero riuscita a infilare nella tasca prima di fuggire dall'ospedale.
Mi sedetti sul pagliolo di legno della cabina, la schiena appoggiata all'ordinata di prua, tenendo la mano di mia figlia.
Passarono quaranta minuti prima che sentissi il suono di passi pesanti sulla coperta di legno del gozzo.
Mi irrigidii all'istante, afferrando un pesante gira-bolzoni in ottone lasciato sopra il carteggio.
Il tambuccio della cabina si aprì lentamente. La sagoma imponente di uno zio Roberto si stagliò contro il cielo del primo alba. Aveva cinquantacinque anni, i capelli grigi tagliati corti, una barba folta e una cicatrice profonda che gli tagliava la guancia sinistra. Indossava un cerato giallo da marinaio e stivali di gomma.
Mi guardò per un lungo secondo nell'oscurità della cabina, poi il suo sguardo scivolò su Sofia.
«È uguale a tuo padre quando aveva la sua età», disse Roberto con una voce sorprendentemente dolce.
Abbassai il gira-bolzoni d'ottone, scoppiando in un pianto silenzioso che mi scosse l'intero torace.
Roberto scese i tre gradini della scaletta, si chinò verso di me e mi stringeva in un abbraccio potente, solido come il legno della sua barca.
«Sei al sicuro adesso, Elena», sussurrò Roberto. «Ma dobbiamo muoverci. Il telegiornale nazionale ha appena trasmesso la foto di tua figlia. La caccia è iniziata su scala europea.»
«Dove possiamo andare?» chiesi, guardandolo negli occhi. «Nessun posto è sicuro se controllano i passaporti e le comunicazioni.»
Roberto tirò fuori dalla tasca interna del cerato una mazzetta di documenti cartacei legati con uno spago da pesca: due passaporti svizzeri in bianco con timbri d'epoca, tre schede telefoniche crittografate e una chiave d'acciaio con un numero inciso sopra.
«Non andremo in nessun albergo e non useremo strade asfaltate», disse il fratello di mio padre. «Il Nautilus ha autonomia per quattro giorni di navigazione a lento moto. Ci spostiamo verso la Corsica, nella zona del Capo Corso. Lì c'è una vecchia stazione di segnalazione della Marina abbandonata negli anni settanta che apparteneva a un mio vecchio compagno di rotta. Lì dentro le frequenze radio non penetrano e i satelliti vedono solo roccia e macchia mediterranea.»
«E poi?»
«E poi impareremo a cancellare la vostra esistenza», rispose Roberto, avviando il motore entrobordo del gozzo.
Il vecchio monocilindrico diesel prese vita con un battito lento e sordo che fece vibrare lo scafo di legno. Roberto salì in coperta, mollò gli ormeggi di poppa e di prua e fece scivolare la barca fuori dal porto di Rapallo, puntando la prua direttamente verso il mare aperto, mentre le prime luci dell'alba coloravano di viola le nuvole all'orizzonte.
Guardai Sofia attraverso il portello della tuga. Dormiva ancora.
Il suo cervello custodeva un segreto da ottanta milioni di euro, un segreto che aveva ucciso suo padre e distrutto la nostra famiglia. Ma mentre la barca solcava le prime onde del largo, capii che la nostra battaglia per la libertà non era finita. Era soltanto passata dalla terraferma al mare.






