PARTE 9 — L'assedio allo studio legale e il piano di fuga
Il suono del campanello risuonò nello studio dell'avvocato Marini come una detonazione. Giulia sobbalzò, voltandosi di scatto verso la porta d'ingresso blindata, mentre l'anziano legale manteneva un contegno stranamente freddo, sebbene le sue mani si fossero leggermente irrigidite sui bordi della scrivania.
«Si aspettava qualcuno, avvocato?» chiese Giulia con un filo di voce, il cuore che tornava a battere all'impazzata contro le costole.
«A quest'ora della notte, in questo vicolo buio? Decisamente no» rispose Marini a bassa voce, stringendo tra le dita la chiave d'argento che aveva appena estratto dal cassetto segreto.
Un secondo colpo, molto più pesante e autoritario, tuonò contro il legno massiccio del portone. Poi una voce roca e minacciosa dall'esterno urlò in dialetto toscano: «Apra immediatamente, avvocato! Sappiamo che ha visita. O apre adesso, o buttiamo giù la porta con le buone!»
Giulia sentì un brivido gelato scenderle lungo la spina dorsale. Come diavolo avevano fatto a rintracciarla così in fretta? Forse avevano agganciato la cella telefonica del suo cellulare, o forse l'avevano seguita fin dal momento in cui aveva lasciato l'appartamento. Non importava come ci fossero riusciti; la trappola si era chiusa. Erano in ostaggio nel cuore di Firenze, circondati dagli uomini di Salvatore Vanni.
«Non abbiamo molto tempo» sussurrò Marini, mantenendo una freddezza ammirevole per la sua età. Si diresse rapidamente verso una libreria a muro, spinse con forza un finto tomo in pelle marrone che fungeva da leva, e con un cigolio sordo una sezione della scaffalatura si aprì, rivelando un passaggio segreto che scendeva nel sottosuolo. «Questo vecchio edificio fu costruito sopra le fondamenta di un convento medievale. Esiste una via di fuga che porta direttamente lungo gli argini sotterranei dell'Arno.»
Giulia fissò il buio del tunnel con esitazione, poi guardò l'avvocato. «E lei, avvocato? Non può venire con me, la troveranno...»
«Io sono solo un vecchio avvocato in pensione che ha passato la vita a difendere le cause perse, signorina Rossi» la interruppe Marini con un sorriso bonario ma risoluto, porgendole la chiave d'argento e la lettera originale di nonna Caterina. «Prenda questi. Vada a Ginevra. È lì che dobbiamo colpire per tagliare i viveri a Elena e a quella banda di criminali. Io tratterrò questi signori il tempo necessario.»
«Non posso lasciarla qui da sola!» protestò Giulia, le lacrime agli occhi per la tensione e la commozione.
«Non c'è tempo per i sentimentalismi, Giulia! Si muova, prima che sfondino la porta!» urlò l'avvocato con un'autorità che non ammetteva repliche, spingendola letteralmente dentro l'imboccatura del passaggio segreto e azionando la leva per richiudere la libreria.
Il rumore della pesante porta d'ingresso dello studio che cedeva sotto i colpi di mazza degli aggressori rimbombò ovunque, soffocato dal tonfo sordo della libreria che tornava in posizione. Giulia si ritrovò avvolta nel buio pesto, illuminata soltanto dal fascio di luce debole del suo smartphone. Tremante ma irremovibile, strinse la lettera e la chiave d'argento nel pugno, iniziando a scendere i gradini di pietra umida verso il ventre sotterraneo di Firenze.






