La festa di Pasqua e il testamento nascosto
News Story

La festa di Pasqua e il testamento nascosto

0 visualizzazioni

PARTE 5 — La fuga nella notte e il rifugio segreto a Firenze

Il fango freddo inzuppava le scarpe di Giulia mentre sosteneva il corpo quasi esanime del padre nel buio del giardino. Dalla villa continuavano a provenire echi metallici e tonfi sordi, segno che gli uomini di Salvatore Vanni stavano demolendo ogni cosa alla ricerca della scatola di legno. Non c'era un solo istante da perdere: se fossero stati scoperti lì, in mezzo alla tenuta, nessuno avrebbe garantito per la loro incolumità.

«Papà, reggiti a me» mormorò Giulia, stringendo i denti mentre faceva forza sulle proprie braccia per guidare l'anziano patriarca verso il perimetro esterno della proprietà, dove la sua berlina era parcheggiata lungo una stradina di campagna secondaria, celata da una fila di cipressi secolari.

Il tragitto fu un calvario silenzioso. Pietro respirava a fatica, rantolando ogni volta che un dolore acuto al petto sembrava immobilizzarlo. La paura, mista al rimorso, aveva divorato quel poco di autorità che gli era rimasta. Quando finalmente raggiunsero l'automobile, Giulia aprì la portiera posteriore e vi fece salire il padre, coprendolo con una coperta da viaggio che teneva nel baule.

Sali al posto di guida, inserì la chiave nel quadro e accese il motore. I fari tagliarono la cortina di pioggia mentre imboccava la strada provinciale in direzione di Firenze. Nello specchietto retrovisore, per un breve istante, vide i fari di un fuoristrada scuro uscire a tutta velocità dai cancelli principali della villa, sfrecciando nella direzione opposta. L'avevano mancati per un soffio.

Durante il viaggio verso il centro di Firenze, nessuno dei due proferì parola. Nell'abitacolo si udiva soltanto il ticchettio ritmico delle spazzole tergicristallo e il respiro affannoso di Pietro. Giulia teneva una mano ben salda sul volante, mentre con l'altra continuava a percepire il profilo rigido della lettera di nonna Caterina nella tasca del cappotto.

Le rivelazioni lette in quei pochi minuti le ronzavano nella mente come uno sciame d'api inferocite. Nonna Caterina non aveva semplicemente intestato i beni alla famiglia; aveva esplicitamente vincolato l'intero patrimonio a una condizione risolutiva che si sarebbe attivata qualora la gestione fosse caduta in mani indegne o criminali. E quel conto a Lugano... quel conto conteneva le prove inconfutabili che il capitale iniziale della dinastia Rossi proveniva da fondi sottratti cinquant'anni prima a un socio legittimo, misteriosamente scomparso.

«Dove... dove stiamo andando?» mormorò Pietro con voce flebile, rompendo finalmente il silenzio quando l'auto imboccò i lungarni fiorentini bagnati di pioggia.

«A casa mia, babbo» rispose Giulia con tono fermo, senza voltarsi. «Lì saremo al sicuro per ora. E tu mi spiegherai esattamente cosa c'entra Elena in questa storia e perché hai nascosto quella lettera per quindici anni.»

Pietro chinò il capo, incapace di sostenere lo sguardo della figlia. Le luci soffuse dei lampioni di Firenze filtravano attraverso i finestrini, disegnando ombre mobili sul suo volto distrutto. Quando l'auto si fermò nel cortile interno del modesto condominio in cui Giulia viveva da tre mesi, la donna aiutò il padre a scendere, sorreggendolo per le scale fino al piccolo appartamento al terzo piano.

Appena varcata la soglia, Giulia fece sedere il vecchio sul divano del soggiorno, accese una lampada da terra e gli porse un bicchiere d'acqua. Pietro bevve avidamente, poi sollevò gli occhi lucidi verso di lei.

«Hai letto la lettera, vero?» chiese con un filo di voce.

«Ho letto abbastanza per capire che ci avete mentito per tutta la vita» rispose Giulia, incrociando le braccia al petto, con lo sguardo tagliente come una lama. «Adesso parla, babbo. E dimmi tutta la verità, o giuro su Dio che vi lascerò affrontare Salvatore Vanni da soli.»