PARTE 4 — La tempesta al piano terra e il segreto della nonna Caterina
I passi pesanti sul pavimento di marmo del piano inferiore risuonarono come colpi di tamburo nella quiete spettrale della villa. Giulia e Pietro si scambiarono un'occhiata di puro terrore. Non erano domestici, né amici di famiglia. Il tono delle voci che salivano lungo la tromba delle scale era rude, aggressivo, accompagnato da imprecazioni in dialetto toscano miste a toni minacciosi.
«Sono qui. Ci hanno trovati» sussurrò Pietro, il cui volto divenne improvvisamente cereo, quasi cadaverico. Si aggrappò al braccio di Giulia con una forza disperata che sorprese la donna. «Ascoltami bene, Giulia. Non devono trovare quel documento. Se lo leggono fino in fondo, per noi non ci sarà più alcuna via d'uscita. La nostra stessa vita non varrà un centesimo.»
Giulia sentì il tempo rallentare. Abbassò lo sguardo sulla lettera della nonna Caterina, ancora stretta nella sua mano sinistra. Le parole scritte a macchina decenni prima sembravano bruciarle la pelle attraverso la carta. Con un rapido movimento, infilò il documento nella tasca interna del cappotto, proprio mentre i passi acceleravano, raggiungendo il pianerottolo del secondo piano.
«Papà, chi sono quelle persone?» chiese con urgenza, mentre il panico iniziava a insinuarsi anche nelle sue certezze.
«Uomini di Salvatore Vanni» rispose Pietro con un filo di voce, tremando da capo a piedi. «L'usuraio a cui Tommaso ha firmato cambiali in bianco per oltre tre milioni di euro. Pensavamo di poter coprire tutto con i guadagni della prossima svendita dei vigneti... ma Elena... Elena ha venduto le quote segrete a lui. Ci ha traditi tutti.»
Un tonfo sordo fece vibrare la porta della soffitta. Qualcuno stava spingendo il battente dall'esterno con violenza, incurante della serratura arrugginita.
Giulia non perse tempo. Afferrò il padre per un polso e lo trascinò verso il fondo della soffitta, dove una piccola porta di servizio, quasi nascosta da una pila di vecchi quadri e scatoloni impolverati, conduceva a una scala di sicurezza esterna in ferro battuto, utilizzata un tempo dai giardinieri. La ruggine gridava sotto il loro peso mentre aprivano lo spiraglio.
Mentre il legno della porta principale della soffitta cedeva con un fracasso fragoroso, spezzandosi sotto i calci di un intruso, Giulia e Pietro sgusciarono fuori nella notte piovosa. L'aria fredda li investì come una frusta. Si precipitarono giù per la scala di ferro, scivolando sui gradini bagnati, finché non toccarono il terreno fangoso del retro della villa.
Rifugiatisi nel folto della siepe di bosso che circondava il giardino, rimasero a respirare a fatica, nascosti dall'oscurità e dalla cortina d'acqua della pioggia battente. Dalle finestre aperte della soffitta provenivano urla e rumori di mobili rovesciati. Gli intrusi stavano mettendo a soqquadro l'intero ambiente, cercando disperatamente qualcosa.
Pietro era ciondolante, appoggiato al tronco di un albero, con il respiro affannoso e irregolare. Giulia, con il cuore in gola, estrasse finalmente la lettera dalla tasca e, sfruttando la debole luce di un lampione lontano, lesse le ultime righe del documento firmato da Caterina Rossi. Ciò che scoprì fece svanire ogni residuo di dubbio: la fortuna dei Rossi non era stata costruita con il sudore dell'onesto lavoro, ma su un crimine dimenticato. E il vero erede legittimo di tutto l'impero... non era né Tommaso, né Pietro. Era qualcun altro. E la chiave di tutto si trovava in un vecchio conto bancario segreto a Lugano.






