La festa di Pasqua e il testamento nascosto
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La festa di Pasqua e il testamento nascosto

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PARTE 7 — La trappola si stringe e il piano segreto di Giulia

La voce metallica al telefono si dissolse in un clic secco, lasciando dietro di sé un silenzio denso e tagliente come il vetro rotto. Giulia rimase immobile, lo sguardo fisso sullo schermo del cellulare che continuava a illuminarsi debolmente nella penombra del soggiorno.

Pietro era rannicchiato sul divano, tremante e sopraffatto dal terrore. La maschera del patriarca indomabile era definitivamente crollata, lasciando posto a un vecchio spaventato che vedeva la propria vita sfumare tra le mani.

«Ci troveranno... ci troveranno subito» balbettò l'uomo, portandosi le mani tra i capelli bianchi. «Salvatore Vanni non scherza, Giulia. Quelli non hanno pietà per nessuno. Dobbiamo scappare, dobbiamo andare alla polizia...»

«La polizia?» lo interruppe Giulia con un sorriso amaro, freddo come il marmo. Si voltò a guardarlo dall'alto in basso, i suoi occhi lucidi di rabbia e determinazione. «E cosa raccontiamo alla polizia, babbo? Che la tua preziosa seconda moglie ha venduto la nostra dinastia alla malavita e che tu hai insabbiato un crimine quarantennale descritto in una lettera segreta? Ci sbatterebbero in galera prima ancora di finire la deposizione. A loro non importa dei nostri segreti di famiglia; vogliono solo i nomi grossi.»

Pietro abbassò la testa, incapace di ribattere. Sapeva che aveva ragione. Per decenni i Rossi si erano mossi in una zona grigia di privilegi, corruzione tollerata e accordi sottobanco. Ora quel castello di carte stava crollando sotto il peso della loro stessa avidità.

Giulia fece un passo verso la finestra, socchiudendo le tende per osservare la strada sottostante. La pioggia continuava a cadere incessante, trasformando i marciapiedi in specchi scuri in cui si riflettevano i lampioni giallognoli. Nessuna sagoma sospetta visibile al momento, ma sapeva che era solo questione di tempo. Gli uomini di Vanni sapevano dove trovarla, o perlomeno potevano risalire facilmente al suo appartamento attraverso i registri catastali della proprietà o i tabulati telefonici.

«Non possiamo scappare all'infinito» mormorò Giulia tra sé e sé, mentre la sua mente correva a cento all'ora, analizzando ogni singola opzione rimasta sul tavolo.

Poi, i suoi occhi caddero sulla tasca del cappotto dove aveva riposto la lettera di nonna Caterina. Quel documento non era soltanto una testimonianza del passato; era una mappa, una chiave legale ed economica capace di far saltare il banco. Il conto segreto a Lugano intestato a un vecchio prestanome, i codici cifrati, le coordinate bancarie che la nonna aveva meticolosamente registrato prima di morire. Se Elena era fuggita proprio in Svizzera, significava che il suo obiettivo primario era svuotare quel conto prima che qualcun altro potesse rivendicarlo.

«Babbo, ascoltami bene» disse Giulia, voltandosi di scatto con una luce nuova nello sguardo. Si inginocchiò davanti al divano, afferrando le mani fredde del padre per costringerlo a guardarla negli occhi. «Non possiamo vincere questa guerra nascondendoci. Dobbiamo anticiparli.»

Pietro la fissò, smarrito. «Anticiparli? Come? Hanno i nostri soldi, hanno le nostre terre, hanno persino la polizia in tasca in mezza provincia...»

«Non hanno la cosa più importante» replicò Giulia con voce ferma, estraendo la lettera dalla tasca e sventolandola leggermente davanti a lui. «Hanno le proprietà fisiche, ma questa lettera dimostra che gran parte dei titoli azionari e dei fondi liquidi primari non sono mai stati intestati legalmente a te o a Elena. Caterina li aveva vincolati a un trust fiduciario transfrontaliero gestito da uno studio legale internazionale a Ginevra. Fino a quando noi non firmiamo l'atto di revoca, quei soldi sono congelati. Ecco perché Elena è corsa a Lugano: aveva bisogno della firma di un erede diretto o di un cavillo per sbloccarli.»

Pietro sgranò gli occhi, incredulo. «Un trust... la mamma aveva fatto una cosa del genere?»

«Sapeva che eri un megalomane» rispose Giulia senza mezzi termini, ma senza rancore. «Sapeva che un giorno avresti rischiato di perdere tutto per la tua smania di grandezza. E ci ha parato le spalle, anche se a modo suo.»

Si alzò in piedi con decisione, afferrando le chiavi della macchina sul tavolino. «Ora tu resti qui, ti chiudi dentro a doppia mandata e non apri a nessuno, qualunque cosa accada. Io vado a fare una telefonata che cambierà le carte in tavola.»

«Dove vai, Giulia?! È pericoloso!» gridò l'anziano, allungando una mano disperata.

«Vado a trovare l'unico uomo che può aiutarci a incastrare Elena e a rispedire Salvatore Vanni all'inferno» rispose Giulia, aprendo la porta d'ingresso e scomparendo nel buio del corridoio prima che lui potesse fermarla.