PARTE 10 — Il labirinto sotterraneo e la svolta decisiva
I passi di Giulia risuonavano cupi e cavernosi lungo i corridoi in pietra grezza del vecchio convento medievale. L'aria era densa di umidità e odorava di muschio e terra bagnata. Il fascio di luce del cellulare tagliava appena le tenebre, rivelando volte a botte secolari e canalette di scolo in disuso che filtravano l'acqua piovana della superficie.
Ogni minimo rumore — lo stillicidio dell'acqua, il fruscio di un topo che scappava tra le ombre — sembrava amplificato a dismisura dalla tensione nervosa. Giulia continuava a stringere la lettera di nonna Caterina nella mano sinistra, mentre con la destra teneva lo smartphone alzato per non inciampare nei gradini irregolari. Nella sua mente ronzavano le parole dell'avvocato Marini: Vada a Ginevra. È lì che dobbiamo colpire.
Dopo un percorso che le parve durare un'eternità, tra bivi ciechi e cunicoli soffocanti, la galleria cominciò a farsi più ampia e l'odore della terra lasciò improvvisamente il posto all'aria fresca e carica di umidità fluviale. Raggiunse una pesante grata di ferro arrugginita che dava direttamente sull'argine nascosto dell'Arno, protetto da una fitta cortina di alberi e cespugli lungo la sponda.
Con uno sforzo sovrumano, facendo leva su un tubo di metallo trovato a terra, Giulia riuscì a divellere i ganci arrugginiti della grata quel tanto che bastava per sgusciare all'esterno.
La pioggia continuava a cadere sottile, ma la notte fiorentina appariva ora immensa e stranamente silenziosa rispetto al caos dei sotterranei. Giulia si ritrovò nascosta tra i cespugli dell'argine, a poche centinaia di metri da Ponte Vecchio. Prese fiato, cercando di calmare il battito accelerato del cuore. Non poteva tornare nel suo appartamento; era troppo rischioso, poiché gli uomini di Vanni avrebbero potuto appostarsi lì ad attenderla. Doveva raggiungere una stazione di servizio fuori città o direttamente l'aeroporto di Bologna per prendere il primo volo utile per la Svizzera.
Mentre estraeva il telefono dalla tasca per verificare i collegamenti aerei, lo schermo si illuminò improvvisamente con una chiamata in arrivo. Un numero privato.
Giulia esitò per qualche secondo, poi premette il tasto di risposta e portò l'apparecchio all'orecchio.
«Pronto?» sussurrò con voce tesa.
Dall'altra parte della linea non si udì alcuna voce per i primi istanti, soltanto un respiro pesante e affaticato. Poi, una voce roca, strozzata dai singhiozzi e dal dolore, ruppe il silenzio: «Giulia... figlia mia... perdonami...»
Era la voce di suo padre, Pietro. Ma c'era qualcosa di terribilmente anomalo nel modo in cui parlava, un rantolo continuo che faceva presagire il peggio.
«Babbo? Dove sei? Cosa è successo?!» urlò Giulia, dimenticandosi per un istante del pericolo di farsi scoprire.
«Hanno... sono venuti qui... nell'appartamento...» balbettò Pietro tra un colpo di tosse e l'altro. «Io... non sono riuscito a fermarli... mi dispiace tanto...» Un rumore metallico di vetri rotti e un urlo strozzato risuonarono dall'altoparlante, seguiti da una voce maschile sconosciuta che gridava: «Abbiamo preso il vecchio! Adesso tocca alla signorina!»
La linea cadde bruscamente con un segnale di occupato.
Giulia rimase immobile sulla sponda del fiume, pietrificata. Suo padre era stato rapito. La trappola si era chiusa definitivamente, e ora lei era l'unica carta rimasta in gioco.






