PARTE 2 — Il ritorno alla vecchia soffitta e la scoperta della scatola polverosa
Il suono della linea telefonica che si interrompeva bruscamente riecheggiò nella mente di Giulia come un rintocco funebre. Rimase a fissare il piccolo display del cellulare, le dita intorpidite, incapaci di realizzare appieno la portata di ciò che suo padre le aveva appena confessato. Quella voce rotta dal pianto non apparteneva al patriarca implacabile che aveva calpestato i suoi sentimenti per decenni; era il suono di un uomo giunto al capolinea, terrorizzato da un fantasma che credeva di aver seppellito per sempre.
Fuori, la pioggia batteva con insistenza contro i vetri dell'appartamento, tracciando linee d'acqua che sembravano colare come lacrime silenziose. Giulia si passò una mano sul viso, respirando profondamente per scacciare il panico che minacciava di paralizzarla. Per tre mesi aveva assaporato il gusto della libertà, credendosi finalmente libera da quel giogo dorato ma soffocante.
Eppure, bastò una singola frase — "la scatola di legno in soffitta" — per riportarla d'un tratto al centro della tempesta. Quella soffitta. Un luogo che non visitava da quando era una ragazzina, uno spazio buio e dimenticato sotto il tetto spiovente della villa principale, dove la polvere custodiva i segreti più antichi della famiglia Rossi.
Senza nemmeno accorgersene, si ritrovò a infilarsi l'impermeabile e a scendere in strada. La sua auto sfrecciava lungo i viali bagnati della periferia fiorentina, guidata da un automatismo interiore che superava ogni logica razionale. Perché mai Pietro l'aveva chiamata proprio ora? Cosa era successo in quei tre mesi di silenzio assoluto per spingere un uomo orgoglioso fino all'arroganza a prostrarsi in quel modo? Le domande vorticavano nella sua testa mentre i fari delle altre macchine riflettevano bagliori sinistri sull'asfalto bagnato.
Quando arrivò davanti ai cancelli in ferro battuto della tenuta Rossi, notò subito qualcosa di insolito. Erano spalancati. Nessuna guardia di sicurezza alla garitta, nessuna vettura di rappresentanza parcheggiata nel vialetto d'onore. La grande villa, solitamente illuminata a giorno e brulicante di domestici, appariva buia e spettrale, come una fortezza abbandonata dopo una disfatta improvvisa. Giulia parcheggiò la berlina nell'ombra, spense il motore e scese. L'aria profumava di terra bagnata e di pini secolari, ma un senso di minaccia incombente gravava sull'intero podere.
Varcò la soglia principale senza incontrare anima viva. La porta socchiusa cigolò cupamente sui cardini. L'interno della dimora era avvolto in un silenzio tombale, rotto soltanto dal ticchettio regolare di un antico orologio a pendolo nel salone. Le stanze al piano terra erano deserte, i mobili coperti da teli bianchi o semplicemente abbandonati nel disordine. Non c'era traccia di Elena, né di Tommaso, tantomeno della servitù. Solo una debole luce proveniva dal fondo del corridoio superiore, tracciando una lama giallognola sul pavimento in marmo.
Con il cuore che batteva all'impazzata contro le costole, Giulia iniziò a salire la scala monumentale in legno. Ogni gradino scricchiolava sotto i suoi stivali, amplificando il senso di isolamento. Raggiunse il secondo piano, poi imboccò la stretta e ripida scaletta a chiocciola che conduceva direttamente alla soffitta. Quella era una zona quasi proibita, un labirinto di travi di castagno esposte, scatoloni di cartone logori e mobili fuori uso.
La porta della soffitta era socchiusa. Giulia spinse delicatamente il legno grezzo ed entrò. L'odore di vecchio e di carta marcita le pizzicò il naso. Al centro della stanza, illuminata da una singola lampadina pendente che oscillava leggermente, c'era una vecchia scrivania in rovere. E sopra di essa, posata come un'offerta sacrificale, giaceva una scatola di legno intarsiato, chiusa da un piccolo lucchetto d'ottone arrugginito. Accanto alla scatola, un mazzo di chiavi dimenticato e una busta ingiallita con il suo nome scritto a mano, con la grafia inconfondibile della nonna paterna, Caterina.
Giulia si avvicinò con il respiro corto. Allungò le dita tremanti e prese la busta. La aprì con gesti lenti, estraendo un foglio di carta intestata di un vecchio studio notarile di Firenze, datato esattamente trent'anni prima. I suoi occhi percorsero le prime righe, e il mondo intorno a lei sembrò improvvisamente fermarsi. Le parole scritte nero su bianco svelavano una verità così sconvolgente da ribaltare ogni certezza sulla dinastia Rossi. Ma mentre leggeva la frase cruciale, un rumore sordo proveniente dall'angolo buio della soffitta la fece sussultare. Qualcuno — o qualcosa — si stava muovendo tra le ombre.






