La festa di Pasqua e il testamento nascosto
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La festa di Pasqua e il testamento nascosto

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PARTE 6 — La confessione di Pietro: inganni, debiti e il tradimento di Elena

Pietro chiuse gli occhi per qualche secondo, come per raccogliere le ultime briciole di dignità rimaste. Quando li riaprì, sembravano incredibilmente vecchi, svuotati di ogni arroganza.

«Hai ragione, Giulia» iniziò con un sussurro roca, le mani che stringevano spasmodicamente il bordo della coperta sulle ginocchia. «Ti abbiamo mentito. Ti ho mentito io, e tua madre ha fatto peggio. Quella lettera... nonna Caterina l'aveva scritta pochi giorni prima di morire. Sapeva che io ero debole, che l'ambizione mi stava accecando. Sapeva che avrei venduto l'anima pur di ingrandire l'impero dei vigneti.»

Giulia rimase in silenzio, immobile in piedi davanti a lui, ascoltando ogni singola sillaba con attenzione chirurgica.

«Tua nonna aveva capito tutto di Elena» continuò Pietro, tossendo leggermente prima di riprendere. «Quando ci siamo sposati, Elena sembrava la donna perfetta per la nostra posizione sociale. Ma col passare degli anni, la sua sete di potere è diventata insaziabile. È stata lei a spingermi a estrometterti dalla gestione delle aziende agricole, nonostante tu fossi l'unica a capirne davvero qualcosa. Diceva che una donna non poteva guidare un impero. E io... io le ho dato retta, accecato dal desiderio di compiacere una moglie che in realtà non mi ha mai amato davvero.»

«E Tommaso?» incalzò Giulia con voce tagliente. «Come ha fatto Tommaso a distruggere tutto in tre mesi?»

Pietro scosse la testa con disperazione. «Tommaso non ha solo sperperato i soldi nei casinò di mezza Europa, Giulia. Da oltre un anno si era messo in affari con la criminalità organizzata locale, usando le proprietà di famiglia come garanzia per prestiti usurari impossibili da restituire. E Salvatore Vanni... Vanni non è un semplice strozzino. È il braccio finanziario di un cartello che vuole mettere le mani su ogni ettaro di terra fertile intorno a Firenze. E a fare il doppiogioco, a passare i codici d'accesso delle casseforti e le chiavi digitali a Vanni... è stata Elena.»

Il nome della matrigna risuonò nella stanza come una sentenza di morte. Giulia sentì un brivido freddo percorrerle la schiena. Elena aveva tradito la sua stessa famiglia, consegnandola letteralmente nelle mani della malavita pur di assicurarsi una via di fuga dorata all'estero con i beni rimasti intatti.

«Dove si trova adesso?» domandò Giulia, stringendo i pugni lungo i fianchi.

«È partita ieri per Lugano» rispose Pietro con un singhiozzo strozzato. «Ha svuotato i conti correnti intestati alle aziende e si è dileguata. Ci ha lasciati qui a marcire, con i sicari di Vanni alle calcagna.»

Un silenzio pesante calò nel piccolo soggiorno, rotto soltanto dal ticchettio della pioggia battente contro i vetri. Giulia fissò il padre, comprendendo improvvisamente l'enormità della situazione. Non si trattava più di una semplice disputa ereditaria o di un rancore familiare; erano finiti al centro di una guerra spietata per il controllo di un intero territorio. E l'unica arma rimasta in loro possesso era quella vecchia lettera di nonna Caterina e il conto segreto in Svizzera.

Prima che Giulia potesse replicare, il suo telefono cellulare appoggiato sul tavolino vibrò violentemente. Un numero sconosciuto. Esitò un istante, poi premette il tasto di risposta e mise il vivavoce. Una voce roca e metallica, distorta da un filtro elettronico, rimbombò nella stanza: «Signorina Rossi... sappiamo che ha la lettera. E sappiamo che suo padre è con lei. Se volete rivedere l'indomani mattina, vi conviene restituire ciò che non vi appartiene entro mezzanotte...»