PARTE 11 — La resa dei conti alla villa abbandonata
Il display del cellulare rimase illuminato per qualche secondo prima di spegnersi nel buio della notte lungo l'argine dell'Arno. Giulia sentì il mondo calleggiare sotto i suoi piedi. Suo padre era nelle mani degli uomini di Salvatore Vanni. Ogni speranza di fuggire tranquillamente a Ginevra svanì all'istante: non poteva voltarsi dall'altra parte e lasciare che quel vecchio, nonostante tutte le colpe del passato, pagasse con la vita la sua avidità.
Sapeva perfettamente quale sarebbe stata la mossa successiva dei rapitori. Non l'avrebbero cercata per tutta Firenze; le avrebbero fatto recapitare un messaggio chiaro, imponendole un luogo e un'ora per lo scambio. E quel luogo poteva essere soltanto uno: la vecchia tenuta della famiglia Rossi alla periferia della città, là dove tutto era iniziato la notte di Pasqua.
Pochi minuti dopo, il telefono vibrò di nuovo. Un messaggio di testo proveniente da un numero sconosciuto. Giulia aprì la schermata con le dita gelide. «Se vuoi rivedere tuo padre vivo, vieni da sola alla villa di famiglia entro un'ora. Porta la lettera e la chiave. Nessuna polizia, o il vecchio farà la fine che merita.»
Nessun dubbio, nessun margine di trattativa.
Giulia salì a bordo della sua berlina lasciata nascosta nei pressi del lungarno, ingranò la marcia e premette l'acceleratore a fondo. Durante il tragitto, la sua mente elaborò un piano disperato. Non aveva intenzione di consegnare i documenti originali alla malavita, ma sapeva di non poter affrontare uomini armati a mani nude. Lungo la strada, fece una sosta fulminea in un distributore di benzina automatizzato, acquistando una torcia tascabile ad alta potenza e infilandosi nella borsa un pesante cacciavite in acciaio trovato nel baule dell'auto. Non era un'arma da fuoco, ma poteva fare la differenza se usata con freddezza.
Quando arrivò alla tenuta Rossi, lo scenario era spettrale. I cancelli in ferro battuto erano completamente spalancati, sferzati dal vento freddo della notte. All'interno del cortile d'onore, nessun veicolo di rappresentanza, soltanto una grossa berlina nera dai vetri oscurati parcheggiata proprio davanti al portone principale della villa. All'interno dell'edificio filtrava una debole luce giallognola dalle grandi vetrate del salone delle feste.
Giulia spense il motore, scese dall'auto e si diresse a passo deciso verso l'ingresso. L'aria odorava di pioggia e fango. I suoi stivali battevano ritmicamente sul selciato, unici suoni in quella notte di pura tensione.
Spinse la pesante porta d'ingresso che cedette senza resistenza. Varcò la soglia ed entrò nel grande atrio in marmo.
«Sono qui!» gridò con voce ferma, rimbombando tra le pareti decorate degli antichi antenati della famiglia Rossi. «Mostratevi!»
Dall'ombra del grande scalone monumentale sbucarono due uomini robusti, vestiti di scuro, con le braccia conserte e sguardi di ghiaccio. Uno di loro fece un cenno beffardo con il capo, indicando la direzione della sala da pranzo principale.
«La signorina è puntuale» ghignò l'uomo con accento toscano marcato. «Il capo ti sta aspettando dentro. Muoviti, e vedi di non fare scherzi.»
Giulia strinse la tracolla della borsa, dove teneva ben custoditi la lettera e il cacciavite, e avanzò a testa alta verso la sala da pranzo, pronta a giocare l'ultima, disperata mano della sua vita.






