La festa di Pasqua e il testamento nascosto
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La festa di Pasqua e il testamento nascosto

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PARTE 8 — L'alleato inaspettato e la corsa contro il tempo

La pioggia fustigava il parabrezza della berlina mentre Giulia guidava a fari spenti nel vicolo buio dietro piazza del Duomo, a Firenze. Il cuore le martellava nel petto, ma la paura era stata completamente sostituita da un'implacabile lucidità. Sapeva di avere pochissimo tempo prima che gli sgherri di Salvatore Vanni rintracciassero la sua posizione o peggio, scoprissero che suo padre era rimasto solo nell'appartamento.

Si fermò davanti a una porta anonima, sormontata da una vecchia insegna in ferro battuto quasi illeggibile: Studio Legale Marini - Diritto Societario Internazionale.

Era l'ufficio del vecchio avvocato Leonardo Marini, il legale storico della famiglia Rossi, colui che aveva assistito nonna Caterina negli ultimi anni della sua vita e che era stato misteriosamente estromesso dagli affari di famiglia subito dopo la morte della donna, proprio per volere di Pietro ed Elena. Per anni Giulia aveva cercato di rintracciarlo, ma l'uomo sembrava svanito nel nulla, ritirato a vita privata dopo che i Rossi gli avevano voltato le spalle. Eppure, un istinto profondo le suggeriva che un uomo vecchio stampo come Marini non avrebbe mai dimenticato il giuramento fatto a Caterina.

Giulia scese dall'auto, tirò su il cappuccio dell'impermeabile e corse verso il portone, battendo tre colpi secchi e cadenzati sul legno massiccio.

Passarono lunghi secondi di silenzio assoluto. Poi, uno spiraglio di luce si aprì attraverso le fessure della porta. Una catenella metallica scivolò via con un tintinnio e il battente si aprì di pochi centimetri, rivelando il volto rugoso e severo di un anziano dagli occhiali tondi e dai capelli bianchi perfettamente pettinati. Era l'avvocato Marini.

«Chi è a quest'ora della...» iniziò l'uomo con voce burbera, ma si bloccò all'istante non appena riconobbe i tratti del viso di Giulia sotto la luce fioca del pianerottolo. «Giulia? Signorina Rossi... ma cosa ci fa qui?»

«Buonasera, avvocato» disse Giulia, con il fiato corto ma lo sguardo fermo. «Ho bisogno del suo aiuto. E ho la sensazione che sia l'unica persona al mondo in grado di impedire che la mia famiglia venga distrutta fino all'ultimo centesimo.»

Marini la fissò per un istante, scrutandola con attenzione clinica. Poi, senza dire una sola parola, spalancò del tutto la porta e la fece entrare, richiudendo pesantemente il battente alle sue spalle e inserendo la catenella di sicurezza.

L'interno dello studio profumava di carta vecchia, cera per mobili e tabacco da pipa. Le pareti erano interamente rivestite da librerie scure stracolme di codici civili, tomi giuridici e raccoglitori in pelle consunta. Giulia si tolse il cappotto gocciolante e lo appoggiò su una sedia vicina all'ingresso, estraendo subito dalla tasca interna la lettera originale di nonna Caterina e la busta sigillata.

«Immagino che sappia di cosa si tratta» esordì Giulia, posando i documenti sulla pesante scrivania in noce al centro della stanza.

L'avvocato Marini si avvicinò lentamente, sistemandosi gli occhiali sul ponte del naso. Abbassò lo sguardo sui fogli ingialliti, e un lampo di amara consapevolezza attraversò i suoi occhi stanchi.

«La lettera che la signora Caterina mi ordinò di redigere e custodire trent'anni fa» mormorò Marini con voce roca, sfiorando appena la carta con la punta delle dita tremanti. «Pensavo fosse andata distrutta la notte della sua morte. Vostro padre giurò che non ne sapeva nulla...»

«Mio padre ha mentito per anni, esattamente come Elena» rispose Giulia senza mezzi termini. «Ma adesso la situazione è precipitata. Elena ha tradito tutti, ha venduto le quote alla malavita di Salvatore Vanni ed è fuggita a Lugano per svuotare il conto fiduciario. E noi abbiamo gli strozzini alle calcagna.»

Marini sollevò lo sguardo, accigliandosi profondamente. «Lugano? Ah... capisco. La signora Elena ha sottovalutato un piccolo dettaglio tecnico. Quel conto fiduciario non può essere svuotato senza la mia firma congiunta e la presenza fisica del legittimo erede testamentario designato da Caterina.»

Giulia trattenne il respiro. «Erede designato? Ma se il testamento ufficiale nominava Tommaso e Pietro...»

«Il testamento ufficiale era una copertura pubblica per evitare scandali» la interruppe l'avvocato con un sorriso enigmatico, aprendo un piccolo cassetto segreto della scrivania e tirando fuori una chiave d'argento antica. «Il vero erede dei beni mobili, dei fondi esteri e della proprietà intellettuale dei marchi storici Rossi... sei sempre stata tu, Giulia. La signora Caterina sapeva che eri l'unica a possedere la testa e il cuore per portare avanti l'impero con onestà.»

Giulia rimase senza parole. Un nodo alla gola le impedì di replicare. Ma prima che potesse metabolizzare quella rivelazione bomba, il campanello dello studio suonò all'improvviso, squarciando il silenzio della notte con un trillo acuto e minaccioso.