PARTE 3 — L'ombra nella penombra e la prima confessione
Il respiro di Giulia si bloccò in gola mentre stringeva il foglio ingiallito tra le dita. Gli occhi, ancora sgranati per lo stupore delle prime righe lette, si diressero d'istinto verso l'angolo più buio della soffitta, là dove le travi del tetto si incontravano creando una nicchia di tenebre impenetrabile alla debole luce della lampadina pendente.
«Chi c'è?» domandò, e la sua voce suonò stranamente sottile, quasi estranea persino alle sue stesse orecchie.
Dal fondo della penombra si udì un fruscio di stoffa pesante, seguito da un colpo di tosse soffocato, rauco e doloroso. Una sagoma si staccò lentamente dalla parete, avanzando barcollante verso il cono di luce. Quando il volto dell'uomo emerse dall'oscurità, Giulia represse a fatica un grido di shock.
Era Pietro. Ma non l'uomo fiero, impeccabile e temuto che aveva presieduto il pranzo di Pasqua pochi mesi prima. L'uomo che le stendeva la mano tremante era una carcassa vivente: i capelli bianchi arruffati, la camicia di lino un tempo elegante ora macchiata e sgualcita, gli occhi infossati cerchiati da aloni nerastri profondi come voragini. Sembrava essere invecchiato di dieci anni nel giro di poche settimane.
«Giulia... sapevo... sapevo che saresti venuta» mormorò il vecchio con un fil di voce, appoggiandosi pesantemente allo schienale di una vecchia sedia impagliata per non cadere.
Giulia fece un passo indietro, istintivamente sulla difensiva, stringendo la lettera della nonna Caterina contro il petto come uno scudo protettivo. La rabbia accumulata in anni di ingiustizie e umiliazioni tornò a divamparle dentro, mescolandosi a un senso di profonda inquietudine.
«Perché mi hai chiamata, babbo?» domandò freddamente, cercando di mantenere il controllo. «Dove sono tutti? Dove sono Elena e Tommaso? E, soprattutto, cosa significa questo?» sollevò leggermente il foglio ingiallito.
Pietro abbassò lo sguardo, un sorriso amaro e disperato che distorse i tratti del suo volto segnato dal tempo. Si lasciò cadere sulla sedia, coprendosi il viso con le mani rugose prima di rispondere con un sussurro strozzato: «Ci hanno rovinati, Giulia. Tutto quello che vedi... tutto l'impero che ho costruito sputando sangue giorno e notte... ci è stato portato via. In una sola notte.»
Giulia rimase immobile, colpita da quella rivelazione ma incapace di provare compassione. «Portato via da chi? La famiglia Rossi controlla metà delle terre e dei vigneti della Toscana. Nessuno può spazzar via un impero così dall'oggi al domani, a meno che...» Si interruppe, fissando il padre con sospetto. «A meno che non abbiate fatto il passo più lungo della gamba. O peggio, che Tommaso abbia firmato qualche contratto scellerato.»
Pietro scosse lentamente la testa, un gesto di totale resa. «Non è solo Tommaso. O meglio, Tommaso ci ha messi nei guai con i suoi debiti di gioco con la malavita di Prato. Ma il vero colpo... il colpo mortale è arrivato da chi ci stava accanto ogni singolo giorno. Da Elena.»
Il nome della matrigna risuonò nella soffitta polverosa come una condanna. Giulia sentì un brivido gelido scendile lungo la schiena. Elena? La donna fredda e calcolatrice che aveva sempre manovrato le decisioni della casa, la complice silenziosa di ogni sopruso?
«Cosa c'entra Elena?» chiese Giulia, avanzando di un passo, incapace di resistere alla curiosità mista a orrore.
Prima che Pietro potesse aprire bocca per spiegare, un rumore metallico provenne dal piano di sotto: il portone d'ingresso principale che sbatteva violentemente contro il muro, seguito da passi pesanti e voci concitate che salivano le scale. Qualcuno stava tornando alla villa. E non avevano buone intenzioni.






