Parte 7: Il Rifugio Inatteso
Cercai riparo in una piccola trattoria a conduzione familiare nei vicoli meno battuti del quartiere universitario, un locale che conoscevo per averci cenato qualche volta in passato. L'odore di ragù bolognese e vino rosso mi investì non appena varcai la soglia, offrendomi un contrasto netto con il gelo e la paura della strada.
La proprietaria, una donna robusta dai capelli grigi di nome Rosa, mi riconobbe subito e mi accolse con uno sguardo preoccupato, vedendomi pallida, tremante e gocciolante d'acqua. Mi fece sedere in un tavolo appartato in fondo alla sala, lontana dagli sguardi dei pochi clienti rimasti, e mi portò immediatamente una tazza fumante di brodo caldo.
"Che ti è successo, cara? Sembra che tu abbia visto un fantasma," mi domandò con voce dolce, poggiandomi una mano calda sulla spalla.
Volevo raccontarle tutto, dirgli di Marco, della villa, del signor Abate ferito e di quelle foto misteriose, ma capii che metterla in mezzo a una storia così pericolosa sarebbe stato un atto sconsiderato. Dissi solo che ero stata aggredita da uno sconosciuto che voleva derubarmi. Rosa mi credette a metà, ma decise di rispettare il mio silenzio, offrendomi una stanza sul retro per asciugarmi e riprendere fiato.
Mentre ero seduta sul letto di quella stanzetta angusta, tirai fuori dalla tasca la chiave pesante. Sotto la luce fioca dellaabat-jour, notai per la prima volta un piccolo simbolo inciso sull'impugnatura di ferro: una piccola bilancia stilizzata, quasi invisibile sotto la patina di ruggine. La bilancia della giustizia. Il simbolo che il signor Abate aveva portato per anni sui suoi anelli e sui suoi documenti ufficiali prima di ritirarsi a vita privata.
Non era una chiave qualsiasi. Era la chiave del suo studio segreto o di una cassetta di sicurezza personale legata al suo passato di giudice integerrimo. E la stazione centrale menzionata prima dal vecchio... era lì che dovevo andare.






