Parte 2: Oltre la Soglia Proibita
Risi nervosamente, un suono strozzato che si perse tra le ragnatele e la polvere accumulata in anni di oblio. Quella vista mi aveva tolto il fiato, lasciandomi immobile in mezzo all'atrio buio. Le fotografie non erano semplici stampe amatoriali: alcune ritraevano i miei primi giorni di vita in ospedale, altre momenti in cui ero nella culla, persino dettagli dei vestitini che indossavo da neonata. Come faceva il signor Abate a possedere immagini così intime della mia infanzia? I miei genitori non lo avevano mai frequentato, o almeno così mi avevano sempre raccontato prima che venissero a mancare.
Il cigolio della porta in fondo al corridoio sembrò un invito macabro ad avanzare. La torcia tremava nella mia mano destra, proiettando ombre deformi sulle pareti tappezzate di quel volto infantile che riconoscevo a malapena come il mio. Feci un passo avanti, poi un altro, sentendo il pavimento di legno scricchiolare sinistramente sotto le suole delle mie scarpe. Ogni respiro sembrava rimbombare come un tuono in quella casa spettrale.
Arrivata in fondo al corridoio, mi fermai davanti alla porta socchiusa. Dall'interno filtrava una debole luce rossastra, simile al bagliore di un vecchio caminetto o di una lampada a bulbo schermato. L'aria si era fatta improvvisamente più pesante, intrisa di un odore acre di inchiostro vecchio e carta bruciata.
Spinsi delicatamente la porta con la punta delle dita. La stanza che si aprì davanti ai miei occhi era uno studio polveroso, dominato da una grande scrivania di legno massiccio coperta di fascicoli, diari e vecchi ritagli di giornale. Ma non furono i mobili a catturare la mia attenzione, bensì la figura china su una sedia a dondolo nell'angolo più buio della stanza. Una sagoma immobile, avvolta in uno scialle di lana scura, che mi dava le spalle.
"Sapevo che saresti venuta," mormoró una voce roca, sottile come carta vetrata. Il sangue mi si gelò nelle vene: era la voce del signor Abate, ma distorta, svuotata, come se appartenesse a un fantasma.
Feci un passo indietro, pronta a fuggire, ma le mie gambe sembravano inchiodate al pavimento. Aprii la bocca per parlare, ma nessun suono uscì. La sedia a dondolo cominciò a girarsi lentamente verso di me, scricchiolando in modo inquietante, mentre una mano rugosa e tremante emerse dall'ombra, stringendo una vecchia fotografia identica a quelle appese nel corridoio.






