Parte 1: L'Inizio del Mistero
Il pomeriggio era calato su Bologna come un mantello di piombo, pesante e umido, impregnato dell'odore tipico dell'autunno che saliva dai portici storici. Mi trovavo in piedi nel piccolo ingresso del mio appartamento, con il cuore che batteva in gola e una busta spiegazzata stretta tra le dita. La mia vicina, la signora Carla, una donna anziana che passava le sue giornate a spiare il mondo da dietro le tende di pizzo, mi aveva fatto recapitare quella posta insolita tramite un ragazzo delle consegne.
Nessun mittente ufficiale. Nessun francobollo tradizionale, solo un involucro ruvido, ingiallito dal tempo. Quando lo avevo aperto, al suo interno non c'erano alcun messaggio, nessuna spiegazione logica. Soltanto un pezzetto di carta strappato a metà, sul quale il mio nome era tracciato con una grafia incerta, tremolante, come se chi lo avesse scritto stesse lottando contro le forze della vecchiaia o contro una paura profonda e soffocata. E accanto a quel nome, fredda e metallica, giaceva una chiave vecchia, pesante, intrisa di una patina scura che sapeva di dimenticatoio.
Una chiave di una casa mai vista. Una chiave che non apparteneva a nessuna delle porte della mia vita ordinaria e tranquilla.
Ero rimasta a fissarla per ore, cercando di trovare un nesso logico. Il signor Abate? Sapevo chi fosse, naturalmente. Abitava nel quartiere da decenni, un uomo alto, un tempo rispettato e temuto nei tribunali della città, ormai rassegnato a una vecchiaia solitaria e silenziosa dopo la morte della moglie. Non avevamo mai avuto scambi significativi, se non un cenno di saluto formale quando ci incrociavamo sotto i portici. Che c'entrava lui con quella chiave? E perché il mio nome scritto in quel modo disperato?
La risposta non tardò ad arrivare, e fu molto più violenta di quanto potessi immaginare.
Era passata esattamente quarantotto ore. La pioggia batteva fitta contro i vetri quando dei colpi violenti, secchi e minacciosi scossero la mia porta d'ingresso. Non erano i soliti tocchi educati del postino o di un amico. Erano pugni carichi di rabbia.
Quando aprii, mi trovai faccia a faccia con Marco, il figlio del signor Abate. Aveva il volto contratto, i capelli bagnati appiccicati alla fronte e gli occhi iniettati di sangue. L'aria di superiorità che solitamente ostentava nei suoi costosi abiti sartoriali era svanita, sostituita da un panico animalesco e aggressivo.
Senza neppure salutarmi, invase lo spazio della mia soglia, urlando a pieni polmoni: "Papà è confuso! Mi ridia quella chiave o chiamo i carabinieri!"
Il suo tono mi gelò il sangue, ma l'istinto di sopravvivenza e l'orgoglio presero il sopravvento sulla paura. Sentii la rabbia montare dallo stomaco alla gola. Non mi sarei lasciata intimidire da un bullo prepotente che pensava di poter comandare a bacchetta chiunque si trovasse sulla sua strada.
Feci un passo avanti, bloccandogli la via d'accesso al corridoio, e risposi con voce ferma, quasi glaciale: "C'è il mio nome sopra. La restituirò quando me lo dirà lui."
Marco rimase di sasso per un istante, incredulo che qualcuno avesse osato contraddirlo. Poi la sua espressione si distorse in una smorfia di pura furia cieca. Sbuffò qualcosa di incomprensibile, mi guardò come se fossi il peggior nemico della sua famiglia e se ne andò sbattendo la porta con una violenza tale da far tremare i quadri appesi alle pareti. Il boato rimbombò a lungo nel condominio silenzioso.
Ma la vera tempesta non era il suo sfogo; era ciò che seguì a quella scenata.
Il meccanismo della macchina del potere e del denaro si mosse con una rapidità impressionante. Il signor Abate fu chiuso in una casa di riposo lussuosa ma blindata prima ancora che finisse la settimana. Un'operazione chirurgica, silenziosa e spietata, condotta da Marco e dai suoi legali per tagliare fuori il vecchio da qualsiasi contatto con il mondo esterno. Quando cercai di recarmi nella struttura per verificare le condizioni dell'anziano e chiedergli spiegazioni di persona, mi sbattei contro un muro di gomma: ordine tassativo della famiglia, nessun visitatore esterno era ammesso, men che meno una vicina ficcanaso.
E come se non bastasse, l'epilogo cinico di quella prima fase si consumò nel giro di pochi giorni: il figlio mise in atto una liquidazione sommaria. I mobili antichi, i tappeti preziosi, i libri e gli oggetti di una vita intera appartenuti al signor Abate furono trascinati fuori e venduti sul prato antistante la villa, in una svendita caotica e volgare che attirò curiosi e rigattieri da tutta la zona. Un intero passato cancellato e svenduto al miglior offerente in cambio di denaro contante.
E io? Io ero rimasta lì, con quella chiave pesante posata sul comò della mia camera da letto.
Avevo cercato in tutti i modi di dimenticarmene. Avevo cercato di convincermi che fosse solo una truffa della senilità, un delirio di un vecchio malato che aveva coinvolto per errore me o la mia omonimia. Ma era inutile. Ogni sera, quando le luci della città si attenuavano e il silenzio avvolgeva la mia stanza, i miei occhi finivano inevitabilmente per posarsi su quel pezzetto di ferro arrugginito. La chiave emanava una forza oscura, un richiamo magnetico a cui non potevo sottrarmi. Era come se mi stesse chiamando, sussurrandomi che la verità era lì, nascosta dietro una porta chiusa, in attesa di essere rivelata.
Due settimane dopo quel venerdì tempestoso, la curiosità e il senso di giustizia ebbero la meglio sulla prudenza. Presi la chiave dal comò, la infilai nella tasca del cappotto e uscii di casa.
Seguendo l'indirizzo sbiadito che ero riuscita a rintracciare grazie a vecchie conoscenze e visure catastali, arrivai in una zona periferica e isolata di Bologna, dove le case si facevano più vecchie e i giardini incolti. Il cuore batteva all'impazzare mentre mi fermavo davanti a un cancello di ferro battuto ricoperto d'edera.
La casa era immersa in un silenzio tombale, avvolta da un'aura di mistero e abbandono. Trattenendo il respiro, mi feci largo nel giardino incolto e raggiunsi il portoncino d'ingresso. Le mani mi tremavano così tanto che faticai non poco a centrare la serratura.
La chiave entrò perfettamente. Un piccolo scatto metallico risvegliò il silenzio. Spinsi la porta ed entrai nel buio dell'atrio.
L'aria all'interno era ferma, densa di polvere e di un profumo antico, di cera e vecchie fotografie. Accesi la torcia del telefono e la punta di luce fendette l'oscurità, illuminando ciò che mi fece gelare il sangue nelle vene, inchiodandomi sul posto con il fiato sospeso.
Lungo tutte le pareti del lungo corridoio, tappezzate fittamente dall'inizio alla fine, c'erano decine e decine di mie foto da neonata, ingrandite, incorniciate e appese in un ordine maniacale e ossessivo... e, in fondo al corridoio, una porta si socchiuse lentamente da sola, accompagnata da un cigolio acuto.






