IL DOLCE DEL SILENZIO
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IL DOLCE DEL SILENZIO

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Il silenzio dentro l'Alfa Romeo divenne insostenibile, spezzato soltanto dal rombo cupo del motore che divorava l'asfalto della statale verso nord. Le minacce di Victor rimbombavano nella mia testa come colpi di maglio. La mia bottega a Lecce era cenere; la memoria di mio padre, trent'anni del mio lavoro, il sudore e i ricordi di una vita intera distrutti da un incendio doloso. Ma la prospettiva che quel mostro potesse sterminare la famiglia di mia sorella a Milano mi straziava l'anima.

"Mamma..." la voce di Chiara era un filo teso pronto a spezzarsi. "Cosa facciamo? Non possiamo andare a Civitavecchia! È una trappola! Se gli consegniamo il microchip, ci ucciderà e poi eliminerà comunque la zia per non lasciare testimoni!"

I miei occhi rimase fissi sulla strada bianca che fendeva i boschi brulli della Basilicata. Le dita stringevano il volante d'pelle con una morsa tale da farmi dolere le nocche.

"Ha ragione, Chiara," risposi con una freddezza che sorpresi io stessa. "Victor è uno spietato predatore. Non rispetta i patti. Se andiamo a Civitavecchia come pecore al macello, moriremo tutti."

"Allora dobbiamo andare a Roma!" esclamò mia figlia, sporgendosi verso di me. "Il Procuratore Generale è l'unica nostra salvezza!"

"E come pensi che reagirà Victor se capisce che stiamo andando a Roma?" la controbattei, guardandola nello specchietto retrovisore. "Ha uomini ovunque. Appena la nostra auto si avvicinerà alla capitale, darà l'ordine di far saltare la casa di tua zia. Dobbiamo giocarci la carta del depistaggio."

Afferrai il secondo telefono satellitare criptato che Marco ci aveva fornito nell'officina di Taranto.

"Cosa fai?" chiese Chiara.

"Chiamo l'unica persona che può proteggere tua zia a Milano senza allertare i servizi segreti deviati," dissi, digitando un numero che ricordavo a memoria da oltre quindici anni.

Il telefono squillò quattro volte prima che una voce grave e profonda rispondesse dall'altro capo: "Pronto?"

"Commissario De Santis?" mormorai, cercando di calibrare la voce.

Dall'altra parte ci fu una pausa prolungata. "Teresa? Teresa Rossi? Per l'amor di Dio, dove sei? La polizia di tutta la Puglia ti sta cercando per l'omicidio di Don Paolo e per contrabbando armato!"

La notizia mi lasciò un secondo senza fiato: Don Paolo era morto nella sparatoria alla laguna, ed era stata montata una falsa accusa contro di me per farmi passare da assassina e criminale pericolosa. L'organizzazione di Victor controllava persino i media e la polizia locale.

"De Santis, ascoltami con attenzione!" dissi con tono imperioso. "Tu eri il migliore amico di Matteo quando lavorava alla Procura. Sapevi che era innocente dodici anni fa e sai che io sono una semplice panettiera. Ho il microchip con i dati contabili dell'organizzazione di Victor. Hanno ucciso Matteo, hanno ucciso mio fratello Saverio e ora vogliono sterminare la mia famiglia a Milano!"

Il commissario De Santis – un poliziotto d'altri tempi che era stato allontanato dai vertici per la sua troppa onestà e trasferito a un ruolo marginale – tirò un profondo sospiro che grattò la capsula del telefono.

"Matteo ti ha dato il chip..." sussurrò De Santis con un tono carico di reverenza. "Allora è tutto vero... Teresa, non fidarti di nessuno a Roma. La Procura Generale è contaminata fino al terzo livello. Ci sono talpe ovunque."

Il mio cuore sprofondò ancora di più. "E allora di chi posso fidarmi?"

"Solo di me e di un piccolo gruppo di uomini della DIA di cui posso mettere la mano sul fuoco," rispose il commissario. "Dove sei adesso?"

"In viaggio verso nord. Victor vuole che mi presenti a Civitavecchia tra dieci ore con il chip, altrimenti ucciderà mia sorella a Milano."

De Santis imprecò pesantemente. "Mandami subito l'indirizzo di tua sorella. Invierò immediatamente una squadra speciale in borghese del NOCS per evacuare la sua famiglia e metterla in un rifugio sicuro prima che i sicari di Victor si avvicinino. Tu continua a guidare, ma non andare a Civitavecchia e non andare a Roma."

"E dove devo andare?" chiesi smarrita.

"In Umbria. Nelle campagne vicino ad Orvieto c'è un vecchio casale isolato che apparteneva a Matteo. È un punto cieco che non figura in nessun catasto informativo dell'esercito o della polizia. Vi raggiungerò lì tra sei ore con la squadra della DIA. E porterò il Procuratore Antimafia di cui ci possiamo fidare realmente."

Gli fornii l'indirizzo di mia sorella a Milano e memorizzai le coordinate del casale di Orvieto prima di interrompere la comunicazione. Sfilai la scheda SIM dal telefono e la spezzai in due, lanciandola fuori dal finestrino per evitare qualsiasi tracciamento delle celle telefoniche.

"Ci fidiamo davvero di De Santis, mamma?" chiese Chiara con gli occhi pieni di dubbio.

"De Santis è l'uomo che dodici anni fa ha pianto al funerale simulato di Matteo," risposi, virando con l'Alfa Romeo verso la superstrada per Orvieto. "Se non ci fidiamo di lui, la nostra corsa finisce qui."

Le ore successive volarono via in uno stato di trance allucinatoria. Il paesaggio del Salento cedette il passo alle colline rocciose della Basilicata, poi ai verdi appennini campani e infine alle dolci e nebbiose colline umbre. Il sole dell'am pomeriggio cominciava a calare, calando un velo dorato e malinconico sui cipressi che costeggiavano la strada.

Verso le diciassette giungemmo alle porte di Orvieto. Seguendo le indicazioni geografiche fornite da De Santis, imboccammo una stradina sterrata e impervia che si arrampicava tra i boschi di querce.

In cima alla collina, circondato da una folta vegetazione e nascosto alla vista dalla valle, si ergeva il casale di Matteo. Era una costruzione in pietra antica, solida e imponente, con le imposte serrate e un comignolo spento.

Parcheggiai l'Alfa Romeo sotto la tettoia di un fienile abbandonato per nasconderla dalla vista aerea.

Scendemmo dall'auto, stremate, affamate e coperte dalla polvere di tre regioni d'Italia. Salimmo i gradini in pietra del casale e spinsi la porta principale, che risultò essere socchiusa.

Entrammo nell'ampio salone in penombra. L'odore di legno vecchio, carta ingiallita e tabacco mi avvolse immediatamente. Sulle pareti c'erano centinaia di fotografie in bianco e nero che ritraevano Matteo durante la sua carriera da magistrato, insieme a mappe geografiche e schemi di collegamento criminoso tracciati con il pennarello rosso.

Ma al centro della stanza, seduto su una sedia in pelle con le mani legate dietro la schiena e la bocca sigillata da un nastro adesivo, c'era un uomo ferito e sfigurato dalle percosse.

Chiara cacciò un urlo soffocato.

Corsi verso l'uomo e gli strappai il nastro dalla bocca.

L'uomo alzò il viso insanguinato. Era il commissario De Santis.

"Teresa... scappa..." balbettò De Santis con le ultime forze, le lacrime che lavavano il sangue sulle sue guance. "È... è una trappola... Victor ha intercettato la chiamata... mi ha seguito fin qui..."

Prima che potessimo fare un singolo passo verso la porta d'uscita, la porta in legno del casale si spalancò con un boato spaventoso.

Dall'esterno entrarono otto uomini in assetto da guerra, armati di mitragliette con puntatore laser. E al centro del gruppo, vestito con un elegante abito scuro e con un sorriso diabolico stampato sul viso sfigurato, fece il suo ingresso Victor.

"Benvenute a casa di Matteo, signore," disse Victor con voce melliflua, impugnando una pistola cromata. "Speravo davvero che scegliaste questo posto. È qui che la storia è cominciata... ed è qui che finirà."