L'ondata di calore fulmineo ci investì con la forza di un maglio incandescente, bruciandoci le ciglia e riempiendo la cantina di un fumo nero, denso e soffocante che azzerò visibilità ed ossigeno in meno di cinque secondi. Il ruggito del fuoco che divorava la benzina lungo le scale di pietra risuonava come il muggito di un mostro infernale intrappolato tra le pareti del casale.
"Tutti in fondo! Verso le botti del vino!" ruggì il Commissario De Santis, la cui voce era già spezzata dalla prima inalazione di fumo tossico.
Afferrai Chiara per le spalle e la spinsi con tutta la forza che avevo verso l'angolo più remoto della cantina sotterranea, ben lontano dalla pozza di carburante che continuava a bruciare ferocemente ai piedi della scalinata. L'aria divenne istantaneamente irrespirabile; ogni bocciata d'aria sembrava vetro macinato che lacerava i polmoni.
"Copritevi la bocca e il naso con la stoffa dei vestiti!" gridai a mia figlia, stracciando un lembo del mio grembiule da lavoro e inzuppandolo nell'acqua stagnante di un secchio di raffreddamento che si trovava accanto al banco degli attrezzi.
Piai la stoffa bagnata sul viso di Chiara e ne spinsi un'altra parte sulla mia bocca. Il fumo si accumulava verso il soffitto della grotta, abbassandosi inesorabilmente verso il pavimento come una coperta di morte nera.
"Non c'è via d'uscita!" piangeva Chiara, le cui lacrime evaporavano quasi all'istante per il calore spaventoso della stanza. "Mamma, moriremo bruciate!"
"No! Non stasera!" ruggii con la furia di una leonessa ferita.
Guardai disperatamente attorno a me alla luce delle fiamme che danzavano sulle scale. Sul fondo della parete di pietra posteriore, proprio dietro la ricetrasmittente a valvole, si apriva una nicchia di mattoni rossi da cui uscivano i cavi di rame dell'antenna che risalivano verso il tetto. Quella nicchia non era di pietra viva: era una parete divisoria in mattoni forati costruita successivamente da Matteo per nascondere il passaggio del condotto d'aerazione della vecchia legnaia.
"De Santis!" urlai indicando la parete di mattoni. "Lì dietro c'è il condotto d'aerazione! I cavi vanno verso l'esterno!"
De Santis, nonostante le ferite ed il fumo che lo stava soffocando, capì al volo. Afferrò il pesante scalpello d'acciaio e una mazza da carpentiere in ferro da quattro chili che giaceva a terra.
Con un urlo disperato infuso dalla forza della sopravvivenza, il commissario sferrò un colpo devastante al centro della parete di mattoni rossi. Il primo mattone si frantumò con uno schianto secco, aprendo un piccolo varco da cui penetrò un soffio d'aria fresca e pulita proveniente dall'esterno.
"Aiutatemi!" gridò De Santis, sferrando un secondo ed un terzo colpo con la mazza.
Mi lanciai al suo fianco, afferrando un grosso piccone arrugginito appoggiato alle casse di vino. Unimmo le nostre forze residui in una sequenza furiosa di colpi ciechi e disperati. I mattoni cedettero uno dopo l'altro sotto l'impatto del ferro, crollando all'interno della cavità e rivelando un passaggio stretto e circolare scavato nella roccia che risaliva con un'inclinazione di quarantacinque gradi verso la superficie del bosco.
Il fumo nero della cantina, attratto dalla corrente d'aria, cominciò a incanalarsi con forza verso il condotto, minacciando di soffocarci prima che potessimo infilargli dentro.
"Chiara! Sali per prima! Muoviti!" ordinai, spingendo mia figlia all'interno del condotto roccioso.
Chiara si infilò nel passaggio stretto, strisciando sui gomiti e sulle ginocchia con una velocità incredibile, mossa dal puro terrore. De Santis si infilò subito dopo di lei.
Stavo per arrampicarmi a mia volta nel condotto quando la porta di quercia in cima alla scalinata venne sfondata da un colpo d'ascia. Attraverso le fiamme che ancora ruggivano sui gradini, la figura spaventosa di Victor emerse sulla soglia, coperta da una maschera antigas militare e impugnando una pistola con mirino laser.
Victor scorse la mia figura accanto alla parete di mattoni distrutta. Sollevò l'arma e puntò il raggio rosso direttamente tra i miei occhi.
"La corsa è finita, panettiera," rantolò la sua voce amplificata dal filtro della maschera.
Prima che potesse premere il gretto, un boato sordo e prolungato scosse l'intero edificio dall'esterno.
Tre granate stordenti ad altissimo potenziale (Flashbang) esplosero contemporaneamente all'interno del salone principale del casale, frantumando tutte le vetrate e diffondendo una luce bianca abbagliante ed un'onda d'urto che fece crollare parte del soffitto in legno della cantina.
Le forze speciali del GIS erano arrivate.
Victor venne investito in pieno dall'onda d'urto della detonazione e scaraventato all'indietro lungo il salone, perdendo la presa sulla pistola.
Senza perdere un solo frazione di secondo, mi lanciai all'interno del condotto d'aerazione, arrampicandomi sulla roccia con la forza della disperazione mentre sopra di noi si scatenava l'inferno. Raffiche incessanti di armi automatiche ad alta frequenza, urla di comando in codice militare ed esplosioni tattiche rimbombarono attraverso le pareti del casale.
Strisciai nel condotto buio per dieci metri finché le mani di Chiara e di De Santis non mi afferrarono per le braccia, tirandomi fuori all'aria aperta.
Ruzzolai sull'erba bagnata dalla rugiada della notte umbra, a venti metri di distanza dal casale in fiamme.
Il cielo notturno sopra di noi era tagliato dai fasci di luce dei tre elicotteri da attacco dei Carabinieri che sorvolavano la struttura a bassa quota. Decine di operatori del GIS in mimetica nera ed elmetti tattici stavano facendo irruzione nel casale da ogni ingresso, completando la neutralizzazione dei mercenari di Victor.
Piegata sull'erba, ansimando e tossendo la caliggine nera dai polmoni, abbracciai Chiara con una morsa feroce. Eravamo vive. Eravamo finalmente libere dall'incubo della caverna.
Ma mentre il Commissario De Santis si alzava per fare cenno agli elicotteri della nostra posizione, una figura insanguinata ed emersa dal fumo sul retro del casale si stava muovendo verso di noi nell'ombra della vegetazione.
Era Victor. Senza maschera, con l'abito strappato e coperto di sangue, ma con in pugno una piccola deriva da caccia a canna corta.
I suoi occhi folli erano fissi su di me.
"Se vado all'inferno stasera..." sussurrò Victor con la voce caricata d'odio. "...tu vieni con me!"
Victor sollevò il fucile e mi puntò la canna direttamente al petto a meno di tre metri di distanza.






