IL DOLCE DEL SILENZIO
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IL DOLCE DEL SILENZIO

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I passi cadenzati di Pettinari sulla scalinata di pietra fecero sobbalzare i nostri cuori. Chiara spense immediatamente l'accendino a benzina, ripiombandoci nell'oscurità totale della cantina sotterranea. Ci accasciammo rapidamente a terra contro la parete di pietra, fingendo di essere ancora debilitate e prive di sensi per le percosse e la caduta.

Il pesante chiavistello d'acciaio scattò con un rumore metallico acuto. La porta di quercia si aprì di qualche centimetro, lasciando filtrare una striscia di luce gialla ad alta intensità che tagliò l'oscurità della stanza.

Pettinari sporse la testa verso l'interno, impugnando la torcia e una pistola semiautomatica. Il fascio di luce perlustrò i nostri corpi distesi a terra, soffermandosi per qualche secondo sul Commissario De Santis, la cui testa pendeva in avanti in una finzione perfetta di svenimento.

"Ehi! Voi tre! State muti e non rompete i coglioni," grido Pettinari con tono sdegnoso. "Victor dice che se sentiamo un solo rumore da qua sotto, scendiamo e vi tagliamo la lingua."

Nessuno di noi mosse un muscolo. Trattenemmo il respiro finché i polmoni non cominciarono a bruciare. Pettinari, convinto che fossimo totalmente fuori gioco e incapaci di nuocere, richiese la porta e fece scattare nuovamente il pesante chiavistello dall'esterno. I suoi passi pesanti risalirono le scale fino a scomparire del tutto.

Appena il silenzio tornò a regnare sovrano nella cantina, Chiara riaccese con cautela l'accendino. Il fumo leggero della benzina si diffuse nell'aria umida.

"Dobbiamo fare in fretta," mormorò De Santis, strisciando verso la radio da campo a valvole posizionata dietro le casse di iuta. "Pettinari e gli altri torneranno non appena capiranno che l'Alfa Romeo nel fienile non contiene alcun microchip. Abbiamo mezz'ora al massimo prima che Victor realizzi che la storia del corriere di Milano era un bluff."

Mi avvicinai al commissario, tenendo la fiamma dell'accendino vicina al pannello di controllo della radio. Le dita di De Santis, coperte di sangue secco e tremanti per la debolezza, cominciarono a girare con perizia le manopole di sintonizzazione della vecchia ricetrasmittente. Le valvole di vetro all'interno del telaio metallico cominciarono ad emettere una debole luce arancione, accompagnata da un ronzio sommesso e dal fruscio tipico dell'elettricità statica.

"Funziona..." sussurrò Chiara con gli occhi spalancati dalla speranza. "L'impianto è ancora alimentato!"

"La batteria da camion a cui è collegata è a scarica lenta," spiegò De Santis mentre ruotava la manopola delle frequenze VFH. "Matteo la manteneva carica mediante un piccolo pannello solare nascosto tra le tegole del tetto del casale. Quest'uomo era un genio della sopravvivenza."

Il fruscio della radio si fece più forte, interrotto da scariche di interferenze e voci ovattate in sottofondo. De Santis indossò le vecchie cuffie d' bachelite e afferrò il microfono d'acciaio a mela.

"Qui frequenza d'emergenza riservata," disse il commissario con voce bassa ma chiarissima, scandendo ogni parola con precisione miliare. "Mayday, Mayday. Qui Commissario De Santis della DIA. Rispondete, over."

Il fruscio continuò per cinque interminabili secondi che sembrarono un'eternità. Poi, dalla cassa acustica della radio, emerse una voce maschile chiara e metallica: "Qui Centrale Operativa del Comando Provinciale Carabinieri di Perugia. Riceviamo il suo segnale, Commissario De Santis. La sua posizione risulta non tracciata. Confermi le sue coordinate e la natura dell'emergenza, over."

Un raggio di luce pura sembrò illuminare la tomba di pietra in cui eravamo rinchiusi.

"Centrale, ascoltate con attenzione," riprese De Santis, sporgendosi verso il microfono. "Sono tenuto in ostaggio insieme a due civili nel casale sotterraneo situato nelle coordinate Nord 42.7188, Est 12.1123, località boschi di Orvieto. Siamo circondati da un commando di otto mercenari armati guidati da Victor e da elementi dei servizi segreti deviati. Hanno già commesso tre omicidi nelle ultime ventiquattr'ore. Richiedo intervento immediato del Gruppo Intervento Speciale (GIS) e della DIA, over!"

Dall'altro capo del ponte radio ci fu un secondo di esitazione, seguito dal suono di tastiere che digitavano freneticamente. "Confermato, Commissario! Abbiamo localizzato la cella! Le squadre d'attacco d'emergenza del GIS di Livorno e l'elisoccorso della DIA sono già state allertate e stanno decollando. Tempo stimato di arrivo: venticinque minuti. Mantenete la posizione e non ingaggiate scontro, over!"

"Ricevuto, Centrale. Sbrigatevi o saremo tutti mor—"

Prima che De Santis potesse completare la frase, un rumore spaventoso di lamiere e pietra infranta risuonò dal piano superiore del casale.

Un boato sordo fece tremare le pareti di pietra della cantina, facendo cadere calcinacci e polvere sui nostri volti. Seguito da raffiche spaventose di armi automatiche e urla disperate provenienti dal salone d'ingresso.

"Che cosa sta succedendo lassù?!" esclamò Chiara, coprendosi le orecchie.

De Santis staccò le cuffie e si alzò con fatica, sfilando un lungo scalpello d'acciaio da un cassetto degli attrezzi situato accanto alla radio. "Pettinari ha scoperto il bluff. E Victor ha capito che non ha più niente da perdere."

Dall'alto della scalinata giunsero le urla isteriche di Victor: "Pettinari! Hanno usato una radio dal sotterraneo! C'è un ponte segnale attivo! Bruciate tutto! Versate la benzina giù per le scale e date fuoco alla cantina! Subito!"

Il terrore tornò a serrare le nostre gole con una morsa spietata. Non volevano più perquisirci o interrogarci. Victor aveva deciso di cancellare ogni traccia bruciandoci vivi all'interno della cavità di pietra prima che le forze speciali potessero giungere sul posto.

Dall'intercapedine sotto la porta di quercia cominciò a fluire un liquido trasparente dall'odore acre e inconfondibile: benzina ad alto numero di ottani. Il carburante scivolava lungo i gradini di pietra, accumulandosi in una pozza letale ai piedi della scalinata.

"Mamma!" urlò Chiara tra le lacrime. "La benzina! Stanno per dare fuoco!"

In quel preciso istante, un fiammifero acceso venne lanciato dall'alto da Pettinari.

Una fiammata spaventosa ed esplosiva ruggì lungo la scalinata, trasformando la rampa di pietra in un muro di fuoco arancione che avanzò ruggendo verso il centro della cantina.