IL DOLCE DEL SILENZIO
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IL DOLCE DEL SILENZIO

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Il battito del mio cuore risuonava nelle orecchie come il rintocco sordo di una campana a lutto. La vista mi si appannò per un istante, offuscata dal terrore puro che si propagava in ogni singola fibra del mio corpo. L'uomo dal cappotto scuro avanzava con una calma spietata, f fendendo la folla colorata e spensierata del mercato di Lecce come una lama d'acciaio affilata che taglia la seta. I suoi occhi, piccoli, freddi e privi di qualsiasi sfumatura d'umanità, rimandavano una determinazione feroce. La mano destra continuava a rimanere nascosta sotto il lembo della giacca pesante, sagomando la stoffa con un rilievo rigido e inconfondibile: l'impugnatura d'acciaio di un'arma da fuoco.

"Mamma? Mamma, che cosa succede? Sei pallida come un calco di gesso." La voce di mia figlia Chiara mi giunse ovattata, come se provenisse dal fondo di un pozzo profondo. La ragazza posò una mano calda sulla mia spalla trepidante, avvertendo immediatamente la rigidità innaturale dei miei muscoli.

Con uno sforzo sovrumano che attinse a tutte le riserve di sopravvivenza che non sapevo nemmeno di possedere, forzai i muscoli del viso a distendersi. Non potevo permettermi il lusso di crollare. Non davanti a mia figlia, non sotto gli occhi di quell'assassino. Se la mia paura fosse trapelata, se quel mostro avesse capito che ero a conoscenza del trappolone o dell'involucro sotto il legno, la vita di Chiara sarebbe finita prima ancora che avesse il tempo di urlare.

"Niente, tesoro. Un capogiro... il caldo di questo settembre è davvero insopportabile," mormorai, cercando di calibrare il tono di voce affinché risultasse piatto e insignificante.

Riabbassai rapidamente lo sguardo sulle mie mani. Erano ricoperte di farina e zucchero. Afferrai di scatto un panno di lino umido e me le strofinai con finta premura, usando quel secondo di margine per prendere un profondo respiro profondo. L'uomo scuro era ormai giunto a meno di un metro dal bancone di legno intarsiato. Il suo profumo mi investì immediatamente: non l'odore di spezie o di vaniglia che riempiva l'aria della piazza, ma un odore acre, sterile, di tabacco economico e cuoio vecchio.

"Buongiorno, signora," disse l'uomo. La sua voce era bassa, rasposa, priva di qualsiasi accento salentino. Era la parlata dura, tagliente, tipica di chi proviene dalle zone interne del settentrione o dall'Europa dell'Est. "Avrei bisogno di un'informazione. E magari di un dolce."

I suoi occhi saettarono per un secondo impercettibile verso il ripiano inferiore del banco, proprio dove fino a pochi istanti prima si trovava la scatola dorata col nastro blu e, più in fondo, il misterioso plico avvolto nella plastica nera. La presenza del messaggio sul mio cellulare bruciava nella mia tasca come un tizzone ardente. Fai finta di niente e vendi il dolce.

"Certo, cavaliere," risposi, costringendomi a sfoderare il miglior sorriso professionale che potessi sfoggiare. Il mio corpo era tremante, ma la voce rimase sorprendentemente ferma. "Siamo qui per questo. Che cosa posso servirle? Abbiamo pasticciotti freschi di crema e amarena, fruttoni alle mandorle o le nostre torte di ricottine e fichi."

L'uomo non sorrise. Si sporse leggermente sul banco, appoggiando i gomiti sul piano d'acciaio brillante dove le mosche estive ancora ronzavano lente. Il suo sguardo scrutò l'interno dell'espositore di vetro prima di fissarsi di nuovo su di me, penetrante come uno spillo.

"Vorrei quello speciale," disse con lentezza calcolata, scandendo ogni singola sillaba. "Quello avvolto nella carta dorata e con il nastro blu. Ho visto che lo stava tirando fuori un attimo fa."

Un sudore freddo mi colò lungo la spina dorsale. Il cuore mi fece un balzo in gola. Il messaggio anonimo mi aveva detto espressamente di vendere il dolce, ma se quell'uomo stava cercando il segnale di Matteo, darlo a lui avrebbe significato consegnargli il segreto che Matteo aveva protetto per dodici lunghi anni a costo della sua stessa vita. Oppure era proprio quella la trappola?

Chiara, del tutto ignara della tensione mortale che si stava consumando a un centimetro dal suo viso, fece un passo avanti per servire lo sconosciuto. "Ah, quello! Mi dispiace signore, ma quello è un ordine privato che la mia mamma conserva ogni—"

"Chiara, per favore, prendi i vassoi vuoti e va' a riempirli nel laboratorio sul retro," la interrompei bruscamente, alzando la voce più del dovuto.

Mia figlia mi guardò sbalordita e un po' offesa dal tono perentorio. "Ma mamma, posso occuparmene io..."

"Ho detto vai sul retro. Subito!" ordinai, con una durezza che non avevo mai usato con lei in ventiquattro anni di vita. Chiara contrasse le labbra, ferita, ma afferrò i vassoi d'alluminio e si incamminò a passo svelto verso la porta in legno della bottega che dava sul vicolo posteriore. Tirai un sospiro di sollievo interiore: almeno lei era temporaneamente al sicuro all'interno delle mura.

Rimasta sola di fronte allo sconosciuto, piegai le ginocchia e mi chinai sotto il banco. Il plico di plastica nera sepolto nell'incavo del legno sembrava quasi emanare un'aura maligna. Afferrai unicamente la scatola dorata del dolce con il nastro di raso blu. Era pesante. Molto più pesante di una semplice pasta con la crema. Nel brevissimo tragitto tra il ripiano inferiore e il piano superiore del banco, sentii distintamente un piccolo crepitio meccanico provenire dall'interno della scatola. Come un ingranaggio d'orologio che scattava.

Posai la scatola sul bancone, esattamente davanti all'uomo vestito di scuro.

"Ecco a lei, signore," dissi, mantenendo le mani ben visibili sul banco per dimostrare che non avevo intenzioni ostili. "Sono venti euro."

L'uomo non staccò gli occhi dai miei. Allungò la mano sinistra – la destra rimase immancabilmente all'interno della giacca – e sfiorò la carta dorata. Poi, con un gesto improvviso e violento, afferrò il nastro di raso blu e lo strappò con un unico colpo secco.

La mia gola si bloccò. Il messaggio diceva di non aprire niente, ma l'uomo stava già distruggendo l'involucro proprio sotto i miei occhi. La scatola di cartone si aprì. Dentro non c'era alcun pasticciotto leccese.

Adagiato sopra un cuscinetto di gommapiuma sagomata c'era un vecchio registratore a nastro portatile, di quelli usati negli anni novanta per le dettature, affiancato da una piccola chiave d'ottone punzonata con un numero di tre cifre: 408.

L'uomo dal cappotto scuro sgranò gli occhi. Per la prima volta la sua maschera di spietata freddezza crollò, sostituita da un'espressione di pura e incontrollabile rabbia. Compreso che quello non era ciò che si aspettava di trovare, sollevò lo sguardo verso di me con una furia omicida.

"Dov'è il resto, vecchia strega?" ruggì a bassa voce, inclinandosi verso di me. La sua mano destra uscì finalmente dalla giacca, rivelando la canna brunita di una pistola munita di silenziatore, puntata dritta contro il mio stomaco, coperta solo da un lembo del panno della farina. "Dammelo adesso, o ti pianto due proiettili in pancia prima che la gente attorno a noi se ne renda conto."

Prima che potessi articolare una risposta, prima che il terrore mi facesse svenire, un urlo lacerante risuonò dal vicolo posteriore del mercato, il vicolo dove mia figlia Chiara era appena andata.

Era la voce di mia figlia.

L'uomo dal cappotto scuro sorrise con una perfidia agghiacciante. "A quanto pare i miei ragazzi hanno trovato la ragazzina. Ora, parli o devo dare l'ordine di farla tacere per sempre?"